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Leopardi affronta subito il nodo problematico che resterà poi sempre al fondo del suo pensiero, l’infelicità umana. In questa sua prima fase del pensiero, sostiene che la causa non è quella della natura che lui considera benevole perché essa assegni all’uomo una condizione realmente felice, ma bensì la causa dipende dalla civiltà, perché essa viene a turbare i concetti della felicità. Le cause dell’umanità sono quindi storiche ed è per questo che la prima fase di pessimismo il Leopardi viene chiamato pessimismo storico. Nella fase che va dal 1819 al 1823 Leopardi si allontana dal cattolicesimo e aderisce al sensismo illuministico, dove indaga dal bisogno di essere felici e dalla possibilità di diventarlo. Sempre nello stesso periodo Leopardi consolida un punto di vista rigorosamente materialistico ispirato al meccanicismo settecentesco. Nasce quindi quello che Leopardi chiama teoria del piacere, dove l’uomo aspira naturalmente al piacere, ma il piacere desiderato è sempre superiore al piacere effettivamente conseguito. Nella seconda fase di pessimismo invece, Leopardi si rifà la stessa domanda sul perché dell’infelicità umana, e questa volta dipende dalla natura, che non è più benevola ma spietata, perché da un lato ci inculca il bisogno di felicità e dall’altro per averci creato per la felicità. Adesso dunque le cause sono da ricercare nella vita stessa. Questa seconda fase di pessimismo di Leopardi viene chiamata quindi pessimismo cosmico. Nella terza ultima fase, che si definisce con nettezza, torna in primo piano l’esigenza dell’impegno civile. Il pessimismo leopardiano diventa così un progetto di civiltà. Sulla coscienza del vero deve infatti basarsi un nuovo modo di vivere da parte degli uomini, dove essi devono allearsi per ridurre il più possibile il dolore di tutti gli uomini e accrescere la felicità consentita dal loro stato fisico-biologico. In essa, esemplare è il messaggio della Ginestra.

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