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Il passero solitario


È una famosissima canzone, scritta tra il 1818 e il 1820 (quando Leopardi si trovava a Recanati e stava scrivendo l’Infinito), ma l’edizione definitiva va datata tra il ’31 e il ’35. Il tema è la giovinezza (e il rimpianto di non averla vissuta in compagnia dei coetanei e godendo dei piaceri della vita). Il passero solitario, invece che volare con gli altri uccelli, resta isolato a cantare solo (come lo stesso poeta). È una canzone libera (libera da schemi metrici) e fa parte della produzione chiamata “canti”. È stato Leopardi stesso a inventare la canzone libera.
Nella prima strofa l’argomento è il passero, nella seconda l’io lirico e nella terza vi è un confronto tra il passero e il poeta. Questa poesia è esemplificativa della poetica del vago e dell’infinito, che serve a Leopardi per dare voce al “caro immaginare” (con la presenza di immagini positive tramite l’uso di vocali aperte); quando l’autore si allontana da questa pratica, per descrivere l’”arido vero” (e si utilizzano parole con suoni aspri, come s, r, n, ecc.…).
La differenza sostanziale tra il passero e Leopardi è che il primo è solitario per natura e non ha di che pentirsi della sua condizione isolata, mentre il secondo rimpiange di non aver vissuto la giovinezza (perché ha vissuto isolato).
Il messaggio di questa canzone è che la vita va vissuta nelle sue fasi, soprattutto la giovinezza, età molto importante della vita dell’uomo.
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