Parafrasi Il passero solitario di Giacomo Leopardi

È uno dei più noti tra i “grandi idilli”, scritto da Giacomo Leopardi nel 1829, dopo il suo ritorno a Recanati.

Dalla cima dell’antico campanile tu, o passero solitario, vai cantando, rivolto alla campagna, fino al tramonto, diffondendo l’armonia del tuo canto in tutta la vallata. È primavera ed i campi sembrano esultare, tanto che una tenerezza prende il cuore. Anche gli animali sembrano esultare per la vita che si ridesta: si sentono le greggi belare, gli armenti muggire e gli altri uccelli contenti fare a gara mille voli nel cielo, come se fossero intenti soltanto a festeggiare il loro tempo migliore; tu, invece, passero solitario, osservi tutto standotene in disparte, non importandoti né di compagnie né di voli né di allegria né di divertimenti. Trascorri l’anno e la parte migliore della tua vita, la giovinezza, cantando.
Ahimé, come somiglia il tuo modo di comportarti al mio. Non amo, e non so perché, divertimento e allegria, di solito compagnie inseparabili della gioventù, e non mi curo di te, amore, che sei il fratello della giovinezza, ma che sarai il rimpianto doloroso della mia età adulta. Io così trascorro la giovinezza, la primavera della mia vita, come fossi un eremita, straniero nella mia stessa terra. Questo giorno che nel nostro borgo è di festa, sta ormai finendo. Si ode per l’aria serena un suono di campane ed anche spari festosi di fucili che riecheggiano lontano, di contrada in contrada. La gioventù del luogo esce vestita a festa riversandosi per le strade del borgo: tutti ammirano e si lasciano ammirare, felici. Io, invece, me ne vado da solo per questi luoghi non frequentati nella campagna, rimandando ogni piacere e divertimento ad altro tempo. E intanto il sole che tramonta fra i monti lontani colpisce il mio sguardo che spazia nell’aria serena e luminosa e sembra che il sole al tramonto voglia ricordarmi che pure la giovinezza finisce. Tu, o passero solitario, quando sarai giunto al tramonto della tua vita, certamente non ti pentirai della tua abitudine di vivere in solitudine, perché il tuo comportamento, come quello degli altri animali, è dettato dall’istinto di natura. A me, invece, che cosa sembrerà di un tal modo di vivere quando, giunto alle soglie della vecchiaia tanto detestata, i miei occhi non potranno ispirare più alcun affetto nel cuore degli altri e il mondo apparirà vuoto, privo di ogni interesse, e il domani sembrerà “più noioso e tetro” dell’oggi? Che ne sarà di questi miei anni? E di me stesso? Senz’altro mi pentirò e spesso mi volgerò indietro, sconsolato, a rimpiangere questa mia giovinezza così trascorsa.

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