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Leopardi ha una concezione meccanicistica della nascita dell’uomo, non ha idea della trascendenza divina parlando di un qualcosa che ha forgiato l’universo ovvero la natura che ha creato l’uomo e che lo ha condannato all’infelicità. Da questa tensione inappagata verso un piacere infinito che sempre gli sfugge, nasce per Leopardi l’infelicità dell’uomo. L’uomo è dunque per Leopardi, necessariamente infelice, per la sua stessa costituzione. In un primo momento quindi accusa la natura come generatrice dell’uomo causante dei questo suo stato di infelicità. Diciamo che per l’istruzione da lui ricevuta e soprattutto dalla sua condizione familiare priva di affetto nei suoi confronti è improntato ad avere una concezione più laica del mondo, quindi essendo ateo rifiuta la natura. Se l’uomo rincorre la felicità assoluta deve mirare al soddisfacimento del piacere facendo riferimento ad oggetti infiniti come la felicità assoluta che è infinita così come il piacere. Ma l’uomo dato che è materia ed è finito, non può raggiungere alla comprensione di un qualcosa di infinito, fuori dalla sua portata. Ma la natura per rimediare a questa condizione di infelicità nella quale ha costretto l’uomo, ha voluto sin dalle origini offrirgli un rimedio: l’immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato agli occhi le sue effettive condizioni. Questo reso possibile grazie alla facoltà di sognare viene visto da Leopardi come una forma di illusione la quale non è altro che la capacità dell’uomo di creare un mondo dove è felice Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, che erano più vicini alla natura (come lo sono i fanciulli) e quindi capaci di illudersi e di immaginare, erano felici. L’uomo quindi è dotato dalla natura di questa facoltà ma la perde quando cresce perché si intersecano la ragione e il razionalismo che mette in evidenza, fa concepire all’uomo che ciò in cui ha creduto fin ora non sono altro che mere illusioni.

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