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L’Infinito di Leopardi


In quest’opera Leopardi utilizza termini ricercati e indefiniti (ad esempio ermo) che alludono all’Infinito. Leopardi ha davanti il monte Tabor, che si trova a Recanati, e un siepe che impedisce al poeta di vedere oltre l’orizzonte (teoria della visione). I verbi all’infinito presenti nel testo danno un’idea di un’azione continuativa (non finita). Leopardi immagina al di là della siepe spazi infiniti. Il componimento ha 15 versi: nei primi sette versi e mezzo (fino alla cesura) emerge la teoria della visione, e negli altri sette e mezzo la teoria del suono. Quando Leopardi vede accanto a sé esperienze personali, usa l’aggettivo dimostrativo “questo”, che si usa per indicare un oggetto vicino, mentre quando parla di un’esperienza ancora sconosciuta, utilizza l’aggettivo dimostrativo “quello”. Nella parte dove è presente la teoria del suono l’autore sente la voce del vento (che come tutte le cose indefinite piace molto a Leopardi) e che lo portano a immaginare (l’infinito), ed è anche presente un ossimoro che compara la voce del vento con il silenzio dell’infinito. L’ultimo verso è un bellissimo ossimoro, e usa queste parole perché questa situazione gli appartiene (il naufragio è dolce perché legato all’infinito). Nei versi 11-12-13-14 l’autore riflette sul passato (“nostre stagioni”), il futuro (“l’eterno”), ma anche sul presente (nel quale vive il poeta). Leopardi chiama l’infinito “caro immaginare”.
L’infinito appartiene alla prima fase poetica di Leopardi. La prima raccolta di poesie di Ungaretti venne intitolata “Allegria dei naufragi”, che venne chiamata così perché si rifà proprio all’ultimo verso dell’Infinito.
Leopardi (a differenza di Foscolo, che scrisse i generi classici per eccellenza come odi e sonetti) è stato l’inventore della canzone libera, dove la rima si alterna liberamente. L’unica cesura nell’Infinito è al verso sette e mezzo, dove dopo il punto vi è un cambio importante.
Di fondamentale importanza è poi l’uso del gerundio e delle parole antiche e ricercate, caratterizzate da suoni aperti quando nei suoi testi c’è vita, che avvicinano il poeta al “caro immaginare”; quando invece si parla dell’“arido vero”, ossia della consapevolezza dell’infelicità dell’uomo, viene usato un linguaggio più aspro, caratterizzato dai suoni “r” e “s”. nell’Infinito egli usa i modi indefiniti per dare una sensazione di infinitezza; di grande importanza è anche l’uso di questo e quello.
Leopardi chiamava il suo secolo (l’età dei lumi) un secolo sciocco e superbo.
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