La Ginestra


Poemetto scritto nel 1836 mentre si trova a Torre del Greco (canti napoletani). È il suo ultimo componimento considerato suo “testamento spirituale”; introduce una novità nella poesia di Leopardi: l'idea di dignità della sofferenza umana, che sfocia nella solidarietà fra gli uomini, quindi il suicidio viene superato (perché accresce la sofferenza dei parenti). La ginestra rappresenta la fatica dell'uomo nel superare la sofferenza: infatti il suo fiore nasce in luoghi impervi come ambienti vulcanici e desertici (tuttavia è bella e profumata).
Qui Leopardi ripropone la polemica antiottimistica e antireligiosa (=natura come matrigna) però c'è un barlume di speranza e ottimismo.

Leopardi percepisce che la sua vita sta per finire e vuole lasciare un messaggio all'umanità: gli uomini per contrastare la natura devono unirsi in una “social catena” (L. non è un misantropo, lancia un messaggio di filantropia); vuole comunicarci l'idea di progresso, che può avvenire con la solidarietà fra gli uomini (anche se i critici evidenziano l'utopia di questo messaggio).

Altro tema è la consapevolezza del vero, di cui gli uomini devono prendere atto per sconfiggere la natura maligna. Il poemetto è su sfondo naturale: si apre con la descrizione di un paesaggio grandioso che innesca il sublime. Lo scrive mentre vede dal suo terrazzo il Vesuvio che erutta e che si erge minaccioso sopra gli uomini.

La ginestra ha molteplici significati simbolici: pietà e speranza e solidarietà fra gli uomini (per Leopardi simboleggia l'umanità intera, che può continuare a esistere nonostante la lava intorno). Mentre nelle “Operette morali” c'è una sterile contemplazione del vero (cioè non propone nessun messaggio di speranza, qui L. non vuole soccombere al vero (infatti dal ciclo di Aspasia in poi assume un atteggiamento più combattivo). Non c'è una pars distruens ma una pars construens.

Concezioni antiottimistiche e antireligiose: L. è un ottimista e non crede nell'aldilà. Inoltre, c'è un punto in cui si scaglia contro il suo secolo (superbo e sciocco) 19°- v.52. Infatti, secondo lui questo secolo è destinato ad essere dimenticato perché ha idee irrazionali e troppo religiose, e si è abbandonata la ragione illuministica e la volontà di progresso. Quindi Leopardi si oppone alla spiritualità ottocentesca e propone un ritorno al razionalismo settecentesco (“inno ad Arimane”: si scaglia contro tutte le divinità e le vuole abolire).
Ai vv. 145-149: parla della “social catena” e da il messaggio di solidarietà fra gli uomini, quindi di progresso: avere paura dei fenomeni naturali deve spingere gli uomini a unirsi.
Leopardi usava introdurre le sue poesie con frasi tratte da testi greci e latini, in questa poesia cita Paolo (3,19): “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”= cioè gli uomini preferiscono rifugiarsi in concezioni spiritualistiche piuttosto che affidarsi ai lumi della ragione.

Struttura del canto: endecasillabi e settenari di varia lunghezza.

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