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La ginestra, o fiore del deserto


Scritta probabilmente nel 1836 (quando visse alle falde del Vesuvio), al suo interno è esplicitata la summa della sua dottrina filosofica di Leopardi. Viste le condizioni di salute ormai gravi del poeta, si pensa che egli la dettò all’amico Antonio Ranieri perché impossibilitato a scrivere. Vide la stampa nel ’45, perché probabilmente Ranieri stesso curò la trascrizione definitiva. La ginestra è un bellissimo fiore che cresce spontaneo, ed è la metafora della condizione umana, perché la pianta continua a vivere anche in ambienti molto aridi, reclinando il “capo” (l’uomo deve continuare a vivere accettando la sua condizione e non credendo nei falsi miti, rappresentati dalla religione e dal progresso).
La ginestra inizia con una frase presa dal Vangelo, che fa riferimento (in senso leopardiano) alla non consapevolezza degli uomini dell’“arido vero”.
Il v. 51 non è stato scritto da Leopardi, è stato preso da Lorenzo Mamiani (e usato in maniera sarcastica).
L’uomo deve essere forte nelle sue sofferenze, e questo lo rende nobile, ma ancora più nobile è l’uomo che smette di fare la guerra ad altri uomini. In questo passo Leopardi fa un’anticipazione alla “social catena” (utopia irrealizzabile), atteggiamento di solidarietà che l’uomo deve avere nei confronti degli altri uomini. Essi non possono smettere di far guerra ad altri uomini, e questo è un atteggiamento folle. L’uomo, per superbia, crede di poter fronteggiare la natura e da essa trarne l’immortalità, e questa è un’esplicita critica al progresso. Quest’ultima parte del suo pensiero è detta pessimismo eroico, nella quale Leopardi esorta a vivere, ma accettando la condizione di debolezza in cui si vive, e questo lo rende dignitoso.
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