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Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere


Il dialogo fu scritto a Firenze nel 1832 e pubblicato nell’edizione delle Operette del 1834, in cui è posto quasi a chiusura della raccolta, essendo seguito solo dal «Dialogo di Tristano e di un amico». L’idea che guida il breve apologo si trova già anticipata in un passo dello Zibaldone del 1827, in cui Leopardi scrive: «Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né più né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini».

Testo

Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari (1) nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere: Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore: Si signore.
Passeggere: Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore: Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere: Come quest'anno passato?
Venditore: Più più assai.
Passeggere: Come quello di là?
Venditore: Più più, illustrissimo.
Passeggere: Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli (2) che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore: Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore: Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere: A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore: Io? non saprei.
Passeggere: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore: No in verità, illustrissimo.
Passeggere: E pure la vita è una cosa bella (3). Non è vero?
Venditore: Cotesto si sa.
Passeggere: Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore: Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore: Cotesto non vorrei.
Passeggere: Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore: Lo credo cotesto.
Passeggere: Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore: Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura (4). Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.
Passeggere: Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere: Ecco trenta soldi.
Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

Spiegazione

La produzione letteraria di Leopardi può essere divisa in diverse fasi: i componimenti scritti fino al 1818, che hanno uno scarso valore poetico in quanto risentono dell’influenza degli studi arcadico-illuministici e filologici condotti dal poeta; il periodo dei piccoli idilli, scritti tra il 1818 e il 1821, dei quali il più importante è l’Infinito; il fermo poetico, dal 1821 al 1828, periodo durante il quale Leopardi scrisse le Operette morali, 24 componimenti in prosa, poiché non trovava più l’ispirazione per comporre versi; i grandi idilli, composti tra il 1828 e il 1831, anni durante i quali il poeta trovò nuovamente l’ispirazione, come testimonia una lettera che egli scrisse alla sorella Paolina nella primavera del 1828 e il ciclo d’Aspasia, che include i componimenti scritti durante gli ultimi anni di vita del poeta, dei quali il più importante è La ginestra.
Il Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere è annoverato tra le Operette morali. La conversazione si svolge tra un viandante e un venditore di almanacchi. Il primo rappresenta il filosofo, colui che si pone degli interrogativi e medita sulla natura dell’uomo, mentre il venditore simboleggia l’uomo comune, cioè colui che ignora la reale sostanza delle cose. Il venditore, infatti, si limita a rispondere alle domande del viandante, il quale, proprio come il filosofo, pone degli interrogativi e guida l’uomo comune a giungere a delle conclusioni. Leopardi si identifica con il passeggere, poiché, proprio come lui, non accetta passivamente la realtà delle cose, ma cerca di rendersi consapevole della propria condizione di infelicità. L’opera analizza uno dei temi più importanti della filosofia leopardiana: la ricerca del piacere. Secondo il poeta l’uomo non può raggiungerlo in quanto egli non ricerca un piacere, bensì il piacere: l’infinito che non può essere conquistato. Di conseguenza, secondo Leopardi la felicità è una mera illusione, un inganno mediante il quale l’uomo cerca di sottrarsi alla sua reale condizione di infelicità. La positività della vita non consiste dunque nella felicità, che è preclusa all’uomo, ma nelle illusioni volte al futuro (la speranza) e in quelle rivolte al passato (rimembranza), poiché la felicità non è realizzabile, ma ricordando il passato l’uomo si illude di essere stato felice e di aver quindi conquistato l’infinito: il piacere. Tuttavia, come emerge in quest’operetta morale, l’uomo non vorrebbe che la propria vita si ripetesse così come l’ha vissuta e questo è un inequivocabile segno della negatività dell’esistenza e dell’ineluttabilità del dolore.
Il passeggere giunge alla conclusione che la felicità non si trova nella vita passata, ma in quella futura, poiché la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce: nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato. Tale convinzione è espressa in modo evidente da una frase pronunciata dal passeggere, il quale dice: «Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». La felicità consiste dunque nell’attesa di una gioia ignota nella quale l’uomo è per sua natura, mediante le illusioni, portato a sperare. Per questo motivo, Leopardi definisce le illusioni “ameni inganni”, errori ingannevoli ma piacevoli.
L’operetta descrive una situazione realistica poiché nel componimento il poeta immagina un contesto nel quale la conversazione ha luogo. Infatti, gli almanacchi venivano abitualmente venduti per strada con gli auspici di buona fortuna per l’anno venturo e ciò funge da pretesto per Leopardi per immaginare un dialogo che abbia per oggetto il tema della speranza: una delle costanti illusioni ottimistiche degli uomini, indotti a credere che il futuro riserverà loro momenti migliori di quelli passati. Inoltre, l’ambientazione realistica (un quadro di vita quotidiana e cittadina) cela un eloquente simbolismo, volto a far comprendere le illusioni che permeano e governano l’esistenza.

Note
1) Lunari. Calendari che riportano i diversi giorni del mese con le rispettive fasi lunari, gli orari del sorgere e del tramontare del Sole, l’indicazione dei Santi, delle feste e altre notizie ancora.
2) Costruzione di stampo letterario frequente nella prosa delle Operette.
3) Una vita serena è il sogno di ogni uomo, come ricorda anche una nota dello Zibaldone scritta nel 1832: «Chi dee vivere in un paese ha bisogno di crederlo bello e buono; così gli uomini di credere la vita una cosa bella».
4) «Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura». Tale citazione costituisce un vero e proprio manifesto della poetica di Leopardi: secondo il poeta, il ricordo più bello è la speranza e l’autentica bellezza è rappresentata dalle speranzose incognite che il divenire cela.

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