A Silvia - Analisi


“Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?”

Con questa strofa esordisce Leopardi nel Canto A Silvia. L’incipit è fuorviante in quanto appare al lettore come l’introduzione di un canto elegiaco dedicato alla giovane recanatese vittima della tisi.
La descrizione non è assolutamente fisica, nella quale può al massimo rientrare l’endiade “negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare”, ma si accorda con lo stile del vago e dell’indefinito leopardiano. Il verso 6 è molto importante ed è parafrasabile in “mentre ti accingevi a raggiungere la giovinezza dopo l’adolescenza”, ovvero l’età in cui Silvia è morta; per sottolineare ciò Leopardi utilizza il sintagma salivi anagramma del nome del destinatario. Nella seconda strofa continua la descrizione vaga della ragazza limitata a suoni o percezioni non visive, tanto che il lettore non riesce a fine canto a crearsi un’immagine di lei come persona fisica. Ciò è spiegabile in quanto la ragazza lieta e pensosa in realtà è la proiezione della giovinezza, e la caduta della sua illusione. Leopardi pare amare Silvia ma in realtà sta amando la giovinezza, ma allo stesso tempo il poeta si sta rispecchiando come se fosse un alter ego, nell’atteggiamento della giovane: lei cantando e lavorando si immaginava “il vago avvenir” come lui da giovane era molto speranzoso nel futuro. Dalla terza strofa il canto verte sul lirico:

“Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte[…]”

I due destini si trovano comparati: le sudate carte del poeta e la faticosa tela sembrano quasi specchiarsi, per la stessa parola tessere in italiano è ammesso sia l’utilizzo per il cucire sia in ambito lirico per lo scrivere.
Il poeta consumava il proprio tempo ascoltando il cantare laborioso di Silvia senza poterla vedere: le mura del “paterno ostello” risultano quasi la siepe dell’infinito; lui non può vedere ma può immaginare perché Silvia non è ne una persona ne una dea ma un concetto. L’emozione irrazionale per questo interesse del giovane è ineffabile “lingua morta non dice” e non può essere spiegata con parole razionali.

Dalla quarta strofa la descrizione illusoria dell’amore del poeta per la giovane viene messa da parte a favore di una elegia nei confronti della natura matrigna che “inganna i suoi figli”. I due giovani con i destini ormai completamente uniti “Quale allora ci apparia” si trovano entrambi disillusi nei confronti del futuro e rimembrano il bei tempi passati, liricamente rappresentati dal bozzetto bucolico recanatese (ciel sereno, le vie dorate, il mare e il monte). La natura, appellata con 2 vocativi, (o natura) promette la vita a tutti ma poi c’è la morte e quindi il decadimento di tale promessa. Questa sorte non è limitata a Leopardi ma è estesa a tutto l’universo seppur nella poetica sembra limitata al solo poeta recanatese che ne parla attraverso l’Io lirico, in realtà lui ne subisce solo maggiormente gli effetti.
La vita mozzata rimbomba anche nella 5 strofa dove vengono presentate tutte le ipotetiche avventure e gli elementi che compongono la vita di una ragazza nel pieno della giovinezza. Lei prima di raggiungere l’invecchiamento “Tu pria che l’erbe inaridisse il verno” è stata stroncata dal “chiuso morbo”, la tisi allora incurabile.
L’epilogo che coincide con la 6 strofa è ricco di domande retoriche e/o aperte. Leopardi si riconosce nella morte di Silvia senza morte corporale: il destino negò anche a lui la giovinezza e tuttora rimpiangeva “lacrimata speme”. L’unica certezza che gli rimane è la morte e la sua fredda mano che lo condurranno al sepolcro ignudo e romantico.

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