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Giuseppe Ungaretti


Giuseppe Ungaretti è stato un poeta ermetico per la prima parte della sua carriera poetica. Oltre che poeta egli fu insegnante all’università e giornalista.
Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria D’Egitto da emigranti italiani, suo padre lavorava al Canale di Suez e la madre in un forno di pane. Dopo la morte del padre fu mandato a studiare in una scuola francese, dove tra l’altro conobbe anche alcuni poeti simbolisti. Successivamente si trasferì a Parigi, città ricca culturalmente (per le avanguardie), per completare la sua formazione; qui scrisse la lirica “In memoria”, dedicata all’amico Moammed Sceab, che lì si suicidò e con il quale condivideva il desiderio di uscire dall’Egitto. Intanto in Italia soffiavano venti di guerra e lui si schierò dalla parte degli interventisti, perché credeva che l’andare in guerra potesse dargli l’opportunità di conquistare la sua italianità (il suo nazionalismo lo fa sentire profondamente italiano, infatti egli si arruolò volontariamente nell’esercito e venne mandato sul Carso), continuando a scrivere nelle trincee su qualsiasi cosa trovasse. Allo stesso tempo pubblica la sua prima poesia sulla rivista “Lacerba” a Milano. Frutto dell’esperienza negativa e traumatizzante di guerra (per le condizioni in cui visse) fu la pubblicazione della sua prima raccolta intitolata “Porto Sepolto” (1916). Per Ungaretti la poesia non aveva nessun significato, aveva semplicemente una funzione salvifica ma comunque presenta qualcosa di inconoscibile e inspiegabile (egli non riusciva a definirla). La guerra lo portò a riflettere sull’esistenza e sulla poesia, in cui trovò la propria salvezza. La prima raccolta verrà ampliata e pubblicata una seconda volta nel 1919 con il nome di “Allegria dei naufragi” (prendendo spunto da Leopardi), dove il naufragio è la guerra e l’allegria è per lo scampato pericolo da essa. In questa raccolta si fa riferimento all’esperienza e sono presenti anche le sue opinioni sull’esistenza umana. La raccolta sarà nuovamente rivista e pubblicata una terza volta con il nome di “Vita di un uomo”, che poi diventerà “Allegria”. Ungaretti si avvicinò al movimento avanguardista del Futurismo, in cui ha grande importanza la parola, infatti scrisse poesie in cui si evincono (non sempre) le caratteristiche di questo movimento. Nella prima parte della sua poetica egli predilige l’utilizzo dell’analogia e del parallelismo.
Ungaretti dopo la guerra visse a Parigi, dove conobbe sua moglie Jeanne Dupoix, per poi trasferirsi a Roma, città barocca, molto diversa da Parigi, che fece rimanere affascinato il poeta (che in questo modo ampliò i suoi orizzonti culturali). Frutto di questa esperienza è la raccolta “Sentimento del tempo” (1933), dove abbandona lo stile di stampo futurista e avanguardista del “Porto sepolto” (qui la parola ha un valore illuminante, scompaiono la metrica e la punteggiatura e spesso i versi erano composti da una sola parola, per questo è detta poesia ermetica), per recuperare le forme metriche tradizionali.
Prima che iniziasse la Seconda Guerra Mondiale egli fu mandato a insegnare a San Paolo in Brasile, dove il figlio Antonietto muore per un’appendicite malcurata; questo avvenimento causò un forte dolore, che si sommerà al dolore della Guerra e che darà vita alla sua terza raccolta, “Il dolore” (1947), dopo essere tornato (1939) dal Brasile. Pur diverse per la struttura, il filo conduttore delle sue raccolte è l’esperienza autobiografica. Nel 1939 egli dovette lasciare San Paolo per tornare il Italia, dove venne riconosciuta la sua fama, tanto che gli venne data la cattedra di letteratura italiana a Roma. Egli nella sua vita viaggiò molto e divenne altrettanto famoso.
La quarta raccolta di Ungaretti è la “Terra Promessa” (prima edizione nel 1950 e seconda nel 1957). Il poeta morì nel 1970. Nel volume “Vita di un uomo” sono situati tutti i componimenti di tutte le raccolte, tra cui le non citate “Il taccuino del vecchio” e “Terra promessa”.

Il porto sepolto

In questa poesia si evince la concezione di poesia per Ungaretti, che utilizza “questo” e “quello” per descrivere ciò che vicino o lontano (come Leopardi). La poesia è “quel nulla di inesauribile segreto”, quindi è diversa da ciò che appare concretamente.

I fiumi

Fa parte di “Allegria”. Questa poesia va letta in chiave metaforica. Ognuno dei fiumi citati rappresenta una città con cui egli ebbe a che fare nella sua vita. È più lunga rispetto alle altre e i versi sono liberi e di varia lunghezza. Non sono presenti segni di punteggiatura (come nel futurismo). Il senso dei versi di Ungaretti va dato secondo le analogie e le parole sole nel verso. Fu scritta nel Carso (lì fu mandato durante la Guerra), dove stette in una dolina carsica per proteggersi. I temi di questa lirica sono l’autobiografismo e la memoria. Tutte le liriche del “Porto Sepolto” portano luogo e data di scrittura. La poesia ha una struttura circolare, in quanto inizia e termina con la notte.

San Martino del Carso

Anche questa lirica è contenuta nel “Porto Sepolto”. Si riferisce a una località vicino a San Martino del Carso che è Valloncello dell’Albero Isolato, in provincia di Gorizia, che è stata una delle zone più colpite dalla Grande Guerra.

In memoria

Fa parte di “Allegria”, l’evoluzione del “Porto sepolto”. È dedicata all’amico di infanzia Moammed Sceab, ritrovato a Parigi. Il loro incontro sarà breve perché egli presto si toglierà la vita. Sceab è considerato l’alter ego di Ungaretti, perché anche lui era uno sradicato che andava alla ricerca della sua vera patria, per questo si cambierà anche il nome in Marcel e alla fine rinuncerà alla vita, al contrario di Ungaretti che ha la poesia a salvarlo. Le soluzioni formali sono quelle di influenza avanguardista (no punteggiatura ecc.) e si usa qualche figura retorica (in particolare l’analogia).

Soldati

Quando le liriche sono molto brevi, il titolo entra a far parte della poesia. Fa parte di “Allegria”. È una riflessione sulla precarietà della vita dei soldati e porta a meditare sulla fragilità della condizione umana. La poesia è tutta una similitudine. La precarietà della vita è una condizione universale. In autunno le foglie sono appese a un filo. Vi è un’allitterazione della “s”. La condizione di incertezza è uguale a quella che ha la foglia appesa al ramo in autunno.

Non gridate più

Fa parte de “Il dolore”, del 1947, che raccoglie poesie nate dal dolore sia autobiografico che universale. Nel 1939 morì il fratello di Ungaretti e nel ’47 il figlio Antonietto. Negli stessi anni si sta combattendo la Seconda Guerra Mondiale e lui lasciò in sospeso una raccolta che stava scrivendo in quel periodo (“Terra promessa”) per comporre le liriche che unirà in “Il dolore”. Ormai Ungaretti si era lasciato alle spalle le strutture di “Allegria” per riprendere le strutture tradizionali. Quando scrisse “Il dolore” si trovava in una situazione di mediazione tra le strutture stilistiche iniziali e quelle finali usate nel “Sentimento del tempo”. Il tema è la guerra, alla quale lui assiste da spettatore. Inizia con un adynaton (=impossibile), che è una figura retorica. Ungaretti fa un appello a chi ancora è responsabile della guerra. Per lui sarebbe importante dare voce ai morti, che diventerebbero simbolo di pace. Se la violenza urla, i morti sussurrano.
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