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Ungaretti - Il sentimento del tempo: caratteristiche e contenuti


Terminata la guerra, Ungaretti continua la sua meditazione sulla poesia e sulla natura dell’uomo. Tale riflessione lo induce a riproporre gli endecasillabi e i settenari, scelta che risponde all’esigenza morale del poeta, il quale vuole comunicare al mondo le sue scoperte ed essere “il poeta veggente teorizzato dai simbolisti”. In questa raccolta si ha così il passaggio dalla parola alla sintassi. Dunque, mentre nelle raccolti precedenti Ungaretti utilizzava la parola nuda ed essenziale, senza che essa fosse legata ad una struttura sintattica definita, in “Sentimento del tempo”, le cui liriche furono composte tra il 1919 e il 1933, egli recupera l’uso della sintassi. Questa nuova forma poetica presenta un notevole distacco dalle raccolte precedenti, sia per quanto riguarda i contenuti che per quanto riguarda la forma. Ungaretti cerca di approdare a forme metriche e sintattiche meno elementari, quindi più strutturate e ordinate, che leghino fra loro i percorsi semantici di un vocabolario ben preciso. Le parole sono tessute dentro una struttura sintattica e grammaticale ben definita. Dopo aver incentrato l’intento comunicativo sulle forze evocative e suggestive delle singole immagini, Ungaretti tende a sostituire i versi brevi (versicoli) con ritmi più articolati: impiega con originale libertà le cadenze della metrica tradizionale. Il sistema stilistico di questa raccolta si può definire tramite una serie di opposizioni con i componimenti scritti in precedenza: la frantumazione della grammatica e dei periodi viene sostituita dall’uso di una sintassi più fluida, aperta e ritmata; anziché utilizzare i termini lapidari e concisi proposti nelle prime raccolte, l’autore adopera frasi più complesse. Ungaretti si avvicina così alla poetica tradizionale, presentando le proprie strategie stilistiche attraverso la lettura degli autori del passato, in particolare Petrarca, Jacopone da Todi e Leopardi. Il legame che il poeta si propone di instaurare con la letteratura del passato è espresso in modo evidente da una citazione dell’autore: “Io rileggevo umilmente i poeti, i poeti che cantano. Non cercavo il verso di Jacopone, o quello di Dante, o quello del Petrarca, o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto. Non era l’endecasillabo che cercavo: era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli. Era il battito del mio cuore che volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata”. Egli si approccia agli autori del passato volendosi proporre come continuatore del canto italiano. Il sentimento del tempo è costituito proprio dal trascorrere del tempo, che oscilla dal passato al presente. All’interno della raccolta, la riscoperta dell’italianità è affiancata a temi di carattere barocco, definito anche “horror vacui”, da cui trae il tema dell’assenza radicale dell’essere, già presente nel Petrarca, e il senso di vuoto che attanaglia chiunque non creda nella fede. Si tratta di un vuoto sia di carattere religioso che poetico ed esistenziale. Il fulcro tematico della prima parte della raccolta è identificato con la difficile riconciliazione con il paesaggio architettonico romano, cioè quello barocco, corrente artistica e letteraria mossa proprio dalla paura del vuoto (horror vacui). Il sentimento del tempo può essere definito “il libro del barocco” poiché in esso l’autore adopera una scrittura più ardita che perde la secchezza e l’essenzialità tipica dei componimenti contenuti in “Allegria di naufragi”. La riflessione dell’autore, inoltre, è incentrata proprio su temi di carattere barocco: l’ineluttabilità della morte; la brevità della vita; la fine dell’esistenza e l’ambivalenza della natura umana, che si trova in bilico tra fragilità e debolezza.
La sezione centrale della raccolta parla della fine di Crono, padre di Zeus e simbolo del tempo. L’autore esemplifica il contenuto tramite l’idea secondo cui le parabole dell’anno e del giorno rappresentino le eterne figure dell’armonia universale. Egli crede inoltre che l’uomo non sia altro che un punto fra due infiniti oblii. L’autore scrive che “il silenzio della tomba è uguale a quello prima della culla”, intendendo dire che l’oblio che segue la morte è assimilabile a quello che precede la nascita. Il poeta, dunque, giunge alla conclusione che in vita l’uomo non faccia altro che desiderare invano di ripercorrere da cosciente l’eternità.
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