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Verga: vinti, pessimismo e tecnica narrativa


Il pessimismo di Verga nasce, come suggerito da Trombatore in “Riflessi letterari del Risorgimento in Sicilia”, nella visione del cosiddetto progresso dell’unità d’Italia non come un concreto sviluppo e logoramento dei ceti sociali ma, anzi, come un astratto meccanismo per il quale gli uomini, anche quelli che sembrano essere vittoriosi, sono destinati ad essere miseramente travolti e risultare perciò dei vinti. Il progresso non è perciò associabile al miglioramento dell’uomo nel suo essere, ma al contrario esso porta ad un’insoddisfazione del proprio stato attuale portando l’uomo a comportarsi come un egoista-materialista. Il pessimismo corrisponde quindi al rifiuto dell’uomo dei valori tradizionali che gli hanno sempre permesso di rimanere al sicuro e al suo avventurarsi nell’incontro con la società che è avida ed egoista, portando inevitabilmente ad un cambiamento dell’animo umano, che diventa anch’esso avido ed egoista.

Verga nelle sue opere concentra l’attenzione sui vinti, in particolare coloro che nel tentativo di migliorare la propria condizione e stile di vita si ritrovano inevitabilmente in una situazione peggiore rispetto a quella di partenza, anche se all’apparenza potrebbe non sembrare così. Qualunque individuo, indipendentemente dalla classe di appartenenza, sarà destinato a fallire miseramente nella sua impresa nel momento in cui cercherà di modificare la sua condizione per migliorare la propria vita. Ovviamente ci si riferisce ad una ricerca di migliorarsi principalmente dal punto di vista economico, nella convinzione che questo porti conseguentemente ad un benessere personale. Il fallimento è inevitabile poiché la ricerca del miglioramento presuppone un distacco da quelli che sono i valori fondamentali dell’individuo: quelli della famiglia e quelli del lavoro, come mezzi per ricercare benessere e solidità. Al contrario, con l’avvicinamento ad un’organizzazione economica e sociale moderna si attenuano i moventi ideali dell’uomo, che lasciano posto a quelli materiali: lotta per l’esistenza, benessere economico e ambizione.

Questo pessimismo nasce da un’attenta osservazione della realtà. Giovanni Verga, nato nel 1840 in Sicilia, può infatti osservare da vicino l’arretratezza economica, civile e culturale italiana e le conseguenze a cui l’Italia è stata sottoposta a seguito dell’Unità del 1861 e in particolare le differenze tra nord e sud Italia, statico e conservatore. Attraverso la piemontesizzazione, la condizione di povertà in cui il sud Italia riversava fu destinata ad ampliarsi ulteriormente: la leva militare e l’istruzione elementare obbligatorie, che toglievano lavoratori ad un sud che si basava prevalentemente sul settore agricolo, insieme alle malattie e ad una tassazione iniqua portò ad un peggioramento delle condizioni di vita e alla diffusione del brigantaggio. I fattori che scatenarono questi effetti negativi stanno però anche alla base della “ricerca del meglio” di cui trattavamo precedentemente.

Attingiamo direttamente all’opera verghiana “I Malavoglia” per spiegare il concetto: nei Malavoglia l’introduzione della leva militare obbligatoria se da una parte porta perdita di manodopera alla famiglia Toscano che si troverà in difficoltà, dall’altro lato permette al giovane ‘Ntoni di entrare in contatto la società contemporanea cittadina. Alla base di suddetta società si pone infatti il concetto di puro egoismo, nel quale ognuno pensa a sé stesso, ad un utile economico e perciò anche ad una scalata sociale. ‘Ntoni perde così i valori tradizionali della famiglia e del lavoro nella speranza di arricchirsi senza provare fatica: una volta tornato a casa non si accontenterà più di fare il pescatore e lavorare duramente così com’è tradizione ma anzi porterà sempre con sé il costante e opprimente desiderio di dare una svolta alla sua vita e migliorarla.

Per rappresentare l’angosciante situazione in cui riversa la società del tempo Verga decide di utilizzare nei suoi scritti le tecniche dello straniamento e della regressione. La prima presuppone un’eclissi totale da parte dello scrittore: egli deve limitarsi a raccontare i fatti che accadono senza esprimere giudizi ma lasciando che il lettore possa conoscere i personaggi attraverso le loro parole e i loro comportamenti, illudendosi di vivere la realtà degli stessi; la seconda riguarda invece la mimetizzazione dello scrittore nell’ambiente rappresentato, del quale condivide il linguaggio e la mentalità. In proposito all’ultima tecnica possiamo affermare che Verga decide di utilizzarla in quanto, essendo padre del Verismo, egli è prettamente convinto che la letteratura non possa andare a modificare e migliorare la realtà della società ma possa semplicemente illustrarla; tuttavia, non potendone dare un giudizio chiaro, egli può contestarla internamente attraverso la regressione nello spessore sottile che s’insinua fra scrittore e narratore. Prendendo ad esempio in considerazione l’opera “Rosso Malpelo” potremo notare che il narratore, un operaio della cava, risulta portatore di un mondo disumano che ignora i valori e conosce solo l’interesse e la forza: in questo modo Verga riesce a denunciare indirettamente quest’insensibilità che nel romanzo finisce per apparire normale, facendo trasparire nel lettore un’impressione di soffocante melanconia nei confronti della società stessa.

Se la corruzione e l’egoismo della società non si possono criticare e combattere direttamente, è grazie agli scritti di verga che questi vengono evidenziati e vengono portati alla luce aspetti sulla realtà e sulla società in cui l’uomo vive al fine di invitarlo a riflettere.

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