Concetti Chiave
- Mastro don Gesualdo racconta l'ascesa sociale e il dramma personale di Gesualdo Motta, un muratore diventato ricco ma emarginato dalla nobiltà e disprezzato per le sue origini umili.
- La narrazione adotta un principio di impersonalità, focalizzandosi sul protagonista e utilizzando il discorso indiretto libero per esprimere i suoi pensieri, senza interventi esplicativi dell'autore.
- Il romanzo esplora il conflitto interno di Gesualdo tra l'accumulo di ricchezze e i suoi bisogni affettivi, illustrando come l'interesse egoistico soffochi i valori umani e affettivi.
- Gesualdo rappresenta un self-made man, simbolo del progresso, ma la sua vita si conclude con solitudine e disillusione, mettendo in discussione la "religione della roba".
- Verga esprime un giudizio pessimistico sul progresso attraverso Gesualdo, mostrando come il successo materiale porti alla perdita di umanità e alla condanna alla solitudine.
Intreccio in Mastro don Gesualdo
Mastro don Gesualdo, secondo romanzo del ciclo dei Vinti, esce nel 1889. Le vicende si svolgono nella cittadina di Vizzini a inizio Ottocento. Ci troviamo in un’Italia preunitaria agitata dai primi moti rivoluzionari.
Il romanzo racconta la vicenda di Gesualdo Motta, ex muratore che, grazie a un lavoro instancabile e a grande abilità negli affari, diventa ricco. Per completare la sua ascesa sociale sposa Bianca Trao, nobile decaduta, sperando di entrare nel mondo aristocratico. Tuttavia, Gesualdo resta escluso dalla società nobiliare, disprezzato per le sue origini, come rivela l’appellativo sprezzante “mastro-don” (“don”, riservato ai signori, viene accoppiato a “mastro”, per indicarne l’umile provenienza).
Anche la moglie non lo ama e lo respinge. Nasce una figlia, Isabella, che in realtà non è sua, ma frutto di una relazione precedente di Bianca. Crescendo, Isabella si vergogna delle origini del padre e lo rifiuta. Gesualdo è inoltre osteggiato dai familiari, che invidiano la sua ricchezza e cercano di approfittarsene.
Durante i moti del 1848, l’odio popolare viene indirizzato contro di lui dai nobili, e Gesualdo rischia la vita. Un’ulteriore umiliazione arriva quando Isabella fugge con un cugino povero; per evitare lo scandalo, Gesualdo la fa sposare al duca de Leyra, aristocratico in rovina, pagando una dote enorme. Minato dalle delusioni e dalla solitudine, Gesualdo si ammala gravemente di cancro. Trascorre gli ultimi giorni nel palazzo della figlia e del genero, ma viene relegato per i suoi modi rozzi. Muore solo, mentre vede le ricchezze che aveva accumulato con enormi sacrifici venire sperperate.
Impianto narrativo
Verga mantiene il principio dell’impersonalità, in cui il narratore è interno al mondo rappresentato. Tuttavia, rispetto ai Malavoglia, cambia l’ambiente sociale: non più classi popolari, ma borghesia e aristocrazia. Questo innalzamento sociale comporta anche un innalzamento del livello culturale del narratore, che finisce per coincidere con quello dell’autore.
Il narratore mette in luce il cinismo, la meschinità e le contraddizioni dei personaggi, incluso il protagonista. Però Verga non spiega né introduce i personaggi, ma li presenta come già noti al lettore, lasciando che le informazioni emergano attraverso azioni e dialoghi. Gli antefatti, come l’ascesa sociale di Gesualdo, sono rievocati dal protagonista stesso, confermando l’“eclisse” dell’autore.
Dal punto di vista strutturale, il romanzo è centrato su un protagonista dominante. La narrazione è in gran parte focalizzata su Gesualdo: i fatti sono osservati dal suo punto di vista, soprattutto grazie all’uso del discorso indiretto libero, che permette di rendere direttamente i suoi pensieri e la sua visione del mondo.
Interiorizzarsi del conflitto tra valori e interesse egoistico
Nel Mastro-don Gesualdo scompare la struttura bipolare dei Malavoglia, fondata sul contrasto tra i valori ideali della famiglia e l’egoismo della società. Il conflitto non è più esterno, ma si interiorizza nel protagonista. Gesualdo, pur vivendo per la conquista della “roba”, conserva bisogni affettivi e impulsi altruistici: desidera una famiglia unita, ama moglie e figlia, aiuta i parenti ed è generoso. Tuttavia questi valori vengono sempre soffocati dall’interesse egoistico.
La “roba” diventa il fine assoluto della sua esistenza, spingendolo a comportamenti disumani: sfrutta i lavoratori, rinuncia all’amore sincero per un matrimonio di convenienza. È quindi lo stesso protagonista, potenziale portatore di valori, a negarli con le proprie azioni.
Nel Mastro-don Gesualdo il pessimismo verghiano raggiunge il suo livello più radicale. Verga ha abbandonato ogni residuo di idealismo: non esistono più personaggi pienamente positivi né alternative alla logica dell’interesse egoistico, che domina completamente la realtà rappresentata.
Critica alla “religione della roba”
La scelta di Gesualdo di vivere secondo la logica della “roba” è una totale sconfitta umana. Gesualdo è deluso nelle sue aspirazioni affettive: il padre lo invidia, i fratelli cercano di sfruttarlo, la moglie non lo ama, la figlia lo respinge, l’intero paese lo disprezza. La sua vita, dedicata all’accumulo dei beni, si conclude nella solitudine e nella malattia.
Diversamente da Mazzarò della novella La roba, Gesualdo conserva una coscienza critica: avverte il vuoto della propria esistenza e comprende l’inutilità della sua lotta, traendo un bilancio amaro della sua vita. Per questo il romanzo non celebra la “religione della roba”, ma la mette in discussione.
Lo scrittore riconosce in Gesualdo qualità straordinarie (energia, volontà, intelligenza, capacità di sacrificio), ma ne mostra soprattutto la perdita di umanità, la rinuncia ai sentimenti e la condanna alla solitudine. Gesualdo risulta così “vincitore” sul piano materiale ma “vinto” su quello umano. Verga rappresenta un eroe del progresso, un self-made man. Pur riconoscendone la grandezza, Verga esprime un giudizio profondamente pessimistico sul progresso, considerato inevitabile e disumanizzante.