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Mastro-Don Gesualdo

E' molto diverso dai Malavoglia. E' il romanzo dell'eroe moderno, del quale vengono messe in risalto l'intelligenza, la tenacia e l'energia, che lo conducono però alla sconfitta. Si svolge in ambiente più ricco e vario: spazia dal mondo di operai, contadini e artigiani poveri ai ricchi possidenti borghesi o aristocratici. Viene ridimensionata la funzione innovativa del narratore, che non può essere orale-popolare, e sperimentata una nuova forma di impersonalità.

L'opera viene completata solo nel 1889. Sono tre le fasi rilevanti:
1. una serie di abbozzi riveduti e corretti
2. una prima stesura apparta a puntate sulla rivista Nuova Antologia
3. la radicale riscrittura per l'edizione definitiva, uscita a Milano per Treves nel 89

Vi è un personaggio emblematico, descritto nella sua laboriosa ascesa sociale, dagli stenti iniziali ad una vita vagabonda in cerca di lavori e fortuna, fino alle prime imprese e agli investimenti lucrosi. Più tardi Verda decide di tralasciare la storia della formazione di Gesualdo, che appare già ricco all'inizio del romanzo: la storia parte nel vivo, con un protagonista in ascesa, e mostra le vicende economiche e gli equilibri di potere all'interno della cittadina di Vizzini.

Trama:
ambientato a Vizzini, una cittadina tra Ragusa e Catania, negli anni tra 1820-48, racconta le vicende di Gesualdo Motta, un "uomo nuovo", venuto dal nulla, che grazie all'intelligenza e alla tenacia diviene ricchissimo e potente. Ambizioso e dominato da un fortissimo senso di rivalsa economica e sociale, tradisce le sue origini contadine, i propri valori e sentimenti. Nella sua ascesa da muratore a capomastro, da appaltatore a latifondista, passa dal titolo di maestro a quello di don. L'ingente fortuna accumulata gli permette di trattare alla parti con i nobili, cinici e senza un soldi e di sposare un'aristocratica decaduta, Bianca Trao, già sedotta dal cugino, il baron Ninì Rubiera.
Il matrimonio segna l'inzio della parabola discendente della vita di Gesualdo: in conseguenza al nuovo rapporto spezza i legami con il proprio ambiente e la propria famiglia, abbandonando anche Diodata, l'amante contadina dalla quale ha avuto dei figli; dall'altra non viene accettato dal ceto nobiliare, che lo tratta come un intruso, perché ha le "mani di calcina", che tradiscono le sue origini di muratore. Tutti i suoi sforzi per stabilire un'intesa con la moglie falliscono ee nessuna gioia gli viene dalla nascita della figlia Isabella, che potrebbe non essere sua. La bambina viene educata in un collegio aristocratico e più tardi contrae un matrimonio di convenienza con l'anziano duca di Leyra, cinico e corrotto, che dilapiderà la fortuna del suocero. Disprezzato dalla figlia, emarginato dai nuovi parenti, si rinchiude sempre più in se stesso, soprattutto dopo la morte della moglie.

Solo, ammalato,è accolto a Palermo come ospite non gradito nel palazzetto di Isabella che e continua a vergognarsi di lui. Nella lunga agonia prima della morte, abbandonato nelle mani della servitù, rivive i momenti essenziali della propria esistenza, prendendo coscienza della vanità e della fatica volta all'accumulo.

Il romanzo è suddiviso in duemovimenti principali: l'ascesa nelle prime due parti; la caduta nelle altre due. Sparisce la coralità, la prospettiva in cui le vicende sono narrate non è più quella di un mondo chiuso e limitato, ma quela di una società articolata e complessa, in costante movimento e trasformazione.
La vicenda umana di Gesualdo matura nel momento storico in cui si vede crollare la secolare egemonia della classe nobiliare; a essa si contrappone l'ascesa della borghesia fondiaria.

Il Mastro è stato detto il romanzo della roba, del meccanismo del profitto economico; il realtà la vicenda rivela il fallimento dell'ideologia della roba. Il demone della roba lo vincola a comportamenti obbligati che lui stesso non desidera fino in fondo. La sua è una sorte maledetta che lo costringe a difendere la sua roba contro tutti, come Mazzarò.
Gli tocca una morte in solitudine, che manifesta l'impossibilità di un lieto fine.
Gesualdo è un vinto perchè ha voluto abbandonare la situazione sociale che gli è toccata in sorte, e solo apparentemente è riuscito nel suo intento: ha perso ogni possibilità di avere rapporti umani gratificanti, si ritrova odiato da tutti. Muore consapevole del fatto che la sua esistenza è stata prima di senso.

Siamo sempre in presenza di un osservatore distaccato, posto ai margini della rappresentazione, e che di quel mondo accetta il linguaggio, ma non ne condivie più la logica e il punto di vista. Il narratore giuda il racconto: alterna il giudizio critico diretto, con cui commenta e spiega la vicenda, a momenti di ellissi narrativa. Predomina il dialogo, liberato da ogni presentazione, oppure accompagnato da minime didascalie.

Sono assenti i meccanismi di straniamento che dominavano nel primo romanzo, non esiste più un mondo di valori antichi che possa contrapporti alla logica dell'interesse. Il nucleo famigliare a cui appartiene Gesualdo è totalmente estraneo ai valore affettivi e al culto dell'amore e della laboriosità: i parenti del protagonista mantengono con lui rapporti improntati unicamente alla logica dell'utile e dello sfruttamento economico. La dinamica oppositiva si sposta all'interno del protagonista, il quale da una parte subordina la propria vita alla volontà di arricchirsi, dall'altra manifesta un bisogno, irrealizzabile data quella scelta di vita, di rapporti umani sinceri e caldi.

Roba:
insieme delle proprietà terriere e delle sostanze di un uomo;
In Verga: l'accumulo della roba è la sola possibilità di rivalsa e di miglioramento sociale ed economico, destinati però alla sconfitta.

Di un personaggio non vengono descritti tanto i caratteri e i dati somatici, Verga enfatizza il ruolo dei gesti e delle cose, e la rappresentazione evolvce in direzione espressionista, accogliendo un punto di vista deformante. Questo tipo di espressionismo non è caricaturale ma intensamente realistico: il nuovo romanzo non presenta psicologie elementari, ma personaggi complicati da conflitti interiori drammatici e irrisolti.

Il linguaggio aderisce al parlato dei piccolo-borghesi o dei ricchi, ben inseriti nella attività produttiva. Il tempo è quello rettilineo, incalzante e frenetico della modernità, una dimensione in cui ciò che conta è essere proiettati verso il raggiungimento di un utile economico.

Siamo immersi nella vicenda direttamente, quasi bruscamente. Il narrato sfuma ora nel discorso indiretto libero ora nei dialoghi. I periodo sono brevi, frequentemente spezzati, con cadenze rapide e incalzanti.

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