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Temi e introduzione Mastro Don Gesualdo

Introduzione:

L’idea di proseguire il “ciclo dei vinti” secondo l’abbozzo tracciato nella Prefazione dei Malavoglia compare già in una lettera all’amico Capuana del febbraio 1881. Così, il nuovo lavoro vede prima la luce sulla rivista «Nuova Antologia» tra il 1° luglio e il 16 dicembre 1888, poi viene edito in volume l’anno successivo.
Prima di descrivere brevemente la vera e propria trama, abbiamo pensato fosse meglio descrivere il clima, l’ambiente, in cui si svolgono le vicende; sebbene questa sia una strategia contraria a quella dell’autore che invece inizia il racconto in medias res.
Per quanto riguarda l’ambiente, la storia prende luogo a Vizzini, in Sicilia, tra Catania e Ragusa; il paese, come potete vedere nelle foto, è un piccolo paese della prima metà del 1800, tempo in cui è ambientata la storia, del quale si notano le case contadine spoglie ed immerse nei campi dai quali i contadini dipendevano strettamente. Proprio riguardo le case, l’autore ci offre delle brevi descrizioni all’inizio del romanzo, descrizioni principalmente delle case dei nobili del paese, che riproducono immagini di decadenza di un’antico splendore nobiliare che, nel corso del tempo, si è andato deteriorando e modificando per necessità. Le case, ad ogni modo, in qualsiasi condizione esse si trovino, sono comunque la primaria fonte di ricchezza di nobili ma anche di classi minori, come per Mastro Don Gesualdo che, con il tempo, è andato acquisendo sempre più beni immobili. Sono proprio i possedimenti di quest’ultimo il centro nevralgico dell’intera vicenda. Leggendo queste descrizioni ci si rende subito conto della vicinanza con il Verismo di cui, uno dei tratti distintivi era la rappresentazione del rustico e dell’umile, certo strettamente legato al ceto popolare.

La descrizione delle case serve anche per inquadrare il clima sociale della cittadina, che è uno dei temi principali del romanzo, più precisamente, la differenza tra ricchi nobili, ricchi lavoratori ed infine i poveri che però sono in secondo piano. La scelta che ho fatto di questi nominativi non è casuale, infatti, iniziando dai primi, i ricchi nobili, essi costituiscono gran parte dei personaggi del romanzo, ma è proprio nel definire questi personaggi che si trova un primo sovvertimento delle figure a cui si è soliti pensare parlando di contadini e nobili. Infatti, già osservando le foto viste prima, sembra improbabile trovare tra queste case quasi in rovina, dei palazzi sfarzosi. I nobili a cui si fa riferimento sono in decadimento, ed è un processo che continua in costante discesa lungo tutto il romanzo. Ci sono da fare due precisazioni: pur essendo definibili come nobili o aristocratici, il massimo grado riscontrabile nel paese è quello di conte e la maggior parte degli altri personaggi non definisce neanche il proprio grado; il comune denominatore di tutte queste persone cosiddette “nobili” è la ricchezza ereditaria, non dovuta al lavoro; inoltre, seconda precisazione proprio in merito a quest’ultima affermazione, è da evidenziare la differenza che due famiglie in particolare, Trao e Rubiera, hanno con le altre, Limòli, Zacco, Margarone, Macrì, Sganci e La Gurna: i Trao pur mantenendo un nome di spicco, sancito da carte che uno dei componenti della famiglia, Don Ferdinando, custodisce gelosamente, vivono in una vecchia casa distrutta e vivono con pochissimi soldi e le elemosine di alcuni parenti; le carte infatti, centro delle preoccupazioni di Don Ferdinando, sono l’ultimo simbolo della loro nobile stirpe; dall’altro lato, i Rubiera, famiglia essenzialmente composta da madre e figlio, in quanto il padre è morto molto tempo prima a causa principalmente di alcolismo, è l’unica delle famiglie nobiliari che basa il proprio sostentamento non solo sul titolo, ma anche sul lavoro; in ogni caso anche la baronessa Rubiera usufruisce di due servi, Alessi e Rosaria.
Passando invece dall’altra parte, essa è essenzialmente rappresentata dal solo protagonista, Mastro Don Gesualdo, egli, pur facendo parte di una classe medio-bassa, con il duro lavoro di una vita, condiviso in parte con il padre Mastro Motta, è riuscito a formare un grande patrimonio, basato sul possedimento di terre; non può essere definito un latifondista, però ha molti possedimenti terrieri e ville distribuite in questi luoghi in cui lui lavora abitualmente come contadino e talvolta come muratore pur essendo sempre responsabile dei lavori e a capo del controllo degli operai e contadini suoi lavoratori. Gesualdo Motta è quindi un ricco lavoratore che ama guadagnarsi la roba con il lavoro duro. Una frase che direi definisce molto bene questa figura è una frase detta da un vecchio che Gesualdo incontra lungo la strada proprio dopo questi lavori “O dove andate vossignoria a quest’ora? Avete tanti denari, e vi date l’anima al diavolo!”. Relativamente alla tecnica narrativa descritta prima, questo vecchio di cui non viene detto il nome, diversamente dagli altri personaggi del paese, è utile all’autore per introdurre un pensiero che non definirei proprio, ma come fosse una sottolineatura del carattere del personaggio, una morale riassuntiva della vita di Mastro Don Gesualdo. Vi invito inoltre a fare attenzione al nominativo che quest’uomo di estrazione bassa dà a Gesualdo “vossignoria”. Nel corso della narrazione si incontrano infatti molti nomi attribuiti al protagonista, quello per eccellenza, con il quale viene nominato dall’autore in partenza è Mastro Don Gesualdo, questi due suffissi sono sostanziali per la comprensione del romanzo, quasi fossero un riassunto di tutto: Mastro allude all’estrazione sociale da cui egli ha origine, una classe medio bassa che non è del tutto schiava di un padrone ma deve lavorare sodo per vivere ed ha piccole proprietà, infatti il padre di Gesualdo possedeva una fabbrica di gesso nella quale tutta la famiglia ha lavorato per molto tempo; Don, invece, fa riferimento al prestigio che egli ha raggiunto, o meglio, vorrebbe raggiungere, con l’accumulo della roba. Il fatto che durante tutto il racconto Gesualdo venga continuamente definito Mastro Don, dall’inizio alla fine, evidenzia quanto la sua situazione sia immutabile, ma lo vedremo dopo.
Il clima in cui si apre la vicenda è quindi molto confuso e va definendosi proprio lungo la narrazione con la descrizione dei comportamenti dei personaggi; certo è che i nobili sono molto legati ai propri titoli, al loro effimero prestigio.


Mastro Don Gesualdo:

Sebbene la scelta di Verga, in tutte le sue novelle che trattano di ambienti popolari, sia quella di non descrivere il comportamento dei personaggi o la propria storia, nel corso della narrazione viene tracciato un preciso profilo del protagonista, non tanto per quanto riguarda sentimenti, passioni o fisicità, ma specialmente in merito alle sue alte aspirazioni che contrastano con le sue origini umili. Ciò che più segna la figura del protagonista è la sua bassa estrazione sociale, è proprio questa la principale arma dei nobili per rimarcare la sua differenza. E’ sempre quella, uno dei motivi di distacco con la figlia, ma ne parlerà Giada. Da evidenziare è la volontà stessa di Mastro Don Gesualdo di mantenere le proprie origini, vivendo nei campi, continuando a lavorare, mantenendo il suo stile di vita umile, occupandosi di affari, perché questi sono i valori con i quali è cresciuto, tutto è incentrato sul duro lavoro, più volte egli ricorderà “io ho la pelle dura!”.
D’altra parte però, Mastro Don Gesualdo vuole crescere, vuole migliorare la sua condizione ed ambire a qualcosa di più, in questo frangente Mastro Don Gesualdo è, essenzialmente, un arrivista: è disposto ad ogni tipo di accordo pur di risalire la scala sociale, fino a sposarsi. Sono proprio i due matrimoni gli accordi che egli crede più importanti: il primo è il proprio con la nobile Bianca Trao, dal quale spera di ricavare l’appoggio dei nuovi parenti per le aste comunali, il secondo è quello della figlia Isabella con il duca di Leyra, ma di questi parlerà Giada.
Nonostante i vari accordi, presi sia allo scoperto che in segreto, come ad esempio il prestito per il baronello Rubiera, Mastro Don Gesualdo vede sfumare molte sue speranze ed in questo sta la sua ingenuità, nel farsi convincere da altri, ammaliato da un incerto futuro che è spesso deludente.
La figura del protagonista è caratterizzata da una fondamentale rozzezza, che più volte nel testo viene evidenziata, la quale, insieme al suo spiccato senso del concreto, concorre a sviluppare la sua figura imprenditoriale (sempre in relazione all’agricoltura) incerta; figura che è principale simbolo di cambiamento, o, per meglio dire, di rottura della società di quel tempo.
In lui confluiscono due elementi principali: quello rustico, quasi arcaico, del meridionale chiuso nel suo mondo interiore e segnato dal sentimento di un destino immodificabile; e quello del borghese che cerca il confronto, se non lo scontro, con gli aristocratici, lottando per differenziarsi dai più poveri, difendendo e mostrando i suoi guadagni.
All’inizio avevo fatto riferimento ai nomi che gli vengono attribuiti, e sono: Mastro, Don, vossignoria, bestia, massaro fortunato, padrone ed, importante, quello che si dà lui stesso: asino. Si nota quindi nella narrazione un crescendo di sviluppo della sua figura, ma questo è solo teorico ed illusorio, che potrebbe disorientare il lettore. Infatti la morale è infine negativa: Mastro Don Gesualdo muore solo, certo, in un palazzo più grande, ma colmo di dispiaceri dovuti a debiti nei suoi confronti, la divisione delle proprietà che aveva faticato tanto ad unire, una figlia infelice e nessun riconoscimento ottenuto. Ho parlato di asino, infatti Mastro Don Gesualdo si paragona a questo animale due volte, ciò evidenzia tutto il carico di problemi che ricadono sulle spalle del povero protagonista.
In relazione a ciò, la figura di Mastro Don Gesualdo è molto difficile da descrivere, infatti, a fianco di questa avidità di ricchezza e di miglioramento, si trova un altro tipo di ingenuità, quella che si esprime con la naturale giovialità e gentilezza del protagonista, con gli affetti in sostanza, motivo che lo spinge a prendersi cura della famiglia, parenti acquisiti e non, oltre che della moglie che sembra, almeno inizialmente, avere paura di lui e sembra rifiutarlo come marito, a permettere prestiti con dilazioni, preoccuparsi di far sposare Diodata e ricercare il sostegno del padre; sono queste aperture che, mal ripagate, faranno ricadere su di lui preoccupazioni continue.


Famiglia Motta


La famiglia per Mastro Don Gesualdo è, direi, un punto dolente. Egli è molto affezionato al padre e ai fratelli, forse solo per valori contadini che lo spingono, essendo il primogenito a prendersi cura della famiglia. Ma è anche nella conferma di questa volontà che si nota quanto Mastro Don Gesualdo senta il bisogno di occuparsi di loro. Chiaro è che la figura che mantiene in un certo modo unita la famiglia è il padre Mastro Nunzio, infatti, proprio quando egli muore i rapporti tra la sorella e il fratello con Gesualdo si inaspriscono perché loro richiedono una parte di un patrimonio, ormai inesistente, del padre. Non si sono resi conto di quanto essi dipendano strettamente da Gesualdo che gli ha permesso di avere una casa e rispondere ai bisogni primari e non, fino a quel momento, e poi anche oltre. Gesualdo paga i debiti all’osteria del fratello, le necessità per la famiglia della sorella, che ha tre figli, e mantiene la fabbrica di gesso di famiglia, a cui il padre era molto legato perché uno dei pochi possedimenti che lui stesso ha ottenuto e non il figlio. La gara tra padre e figlio infatti, viene più volte rimarcata, come nella parte di testo che ho letto prima.
Famiglia in generale è la maggior delusione di Mastro Don Gesualdo sia dalla parte del padre, sia quella famiglia che si è scelto, avendo con le due donne il difficile rapporto che giada ha appena spiegato, e continuando sempre ad avere difficili rapporti con i nobili parenti; sembra quasi che egli non si accontenti di essere uno di loro, quale di fatto è per denaro e per titolo acquisito dalla moglie, ma voglia sentirsi superiore a loro, per questo fa il prestito al baronello e cerca di stipulare sempre più affari con i nobili e inoltre permette loro di rifugiarsi nelle sue case durante l’epoca del colera, egli sembra adorare il fatto che qualcuno dipenda da lui. Secondo il mio parere è questo che emerge dall’intera storia, la volontà non solo si salire di grado sociale, ma di non dipendere da nessuno ed avere altri sotto il suo potere e protezione.


Tema della roba


Ciò che più emerge della figura di Mastro Don Gesualdo è il suo maniacale attaccamento alle sue proprietà che vengono appunto definite Roba. Roba è, in sostanza, il patrimonio, la ricchezza, immobile, rappresentata da campi, case e fabbriche. E’ attraverso l’accumulazione di queste ricchezze che il protagonista spera di innalzare il suo grado sociale. Mastro Don Gesualdo si dimostra spesso testardo, come in occasione dell’asta comunale, per ottenere sempre più terreni. Potrebbe essere considerata una contraddizione il fatto che egli si sposi con una donna senza dote ma, come già evidenziato, egli spera in un futuro profitto dal matrimonio. Il suo attaccamento alla roba è evidenziato da alcune affermazioni in particolare in cui egli paragona il suo denaro al suo sangue. Quest’ultima in particolare evidenzia uno dei motivi del suo attaccamento al denaro: il guadagno, egli si è guadagnato tutto ciò che ha, ed ora, vedendo in parte realizzato tutto ciò in cui per anni ha sperato mentre lavorava nei campi, rifiuta la possibilità che tutto scompaia, agisce coscienziosamente e razionalmente per fare l’ultimo gradino ed essere considerato solo ciò che è, e non ciò che era, ma è da chiedersi, lo vuole veramente? E perché continua ad aiutare nei lavori, nei campi, continua ad intrattenersi a sera con i popolani? Anche nella sua stessa mente resta un ricordo del suo passato. Simbolo di questo passato sono le mani, che all’inizio, se vi ricordate, ho nominato per l’entrata in società, ed infine vengono rinominate dal cocchiere del duca di Leyra guardando il corpo inerme di Mastro Don Gesualdo “si vede com’era nato, guardate che Mani!” “Già, son le mani che hanno fatto la pappa! (ricchezza che ora hanno genero e figlia)…Vedete cos’è nascer fortunati…Intanto vi muore nella battista come un principe!”. E sono proprio queste parole conclusive che definiscono la scalata sociale del protagonista esclusivamente teorica, senza un vero e proprio riscontro di cui Mastro Don Gesualdo abbia potuto avere guadagno in vita, io lo vedrei come la volontà dell’autore di sottolineare l’inutilità di una definizione sociale per evidenziare quanto il mondo sia solo di chi ha denaro, indipendentemente dal titolo o dall’estrazione sociale. Legata al tema della roba è una delle novelle rusticane appunto intitolata LA ROBA, pubblicata nel 1880 sulla rivista “La rassegna settimanale” e nel 1883 raccolta con le novelle rusticane. La novella racconta la storia di un uomo simile a Mastro Don Gesualdo che ha passato tutta la vita a cercare di accumulare proprietà togliendole dalle mani di coloro che lo comandavano e, dice, lo prendevano a calci. Vi leggo un passo per notare la vicinanza con la figura di Mastro Don Gesualdo (pag 275 rigo 25). La storia si ripete molto simile. Come Mastro Don Gesualdo, Mazzarò, pur avendo accumulato moltissimi terreni e fattorie come la Canziria, (anche una delle prime proprietà di Mastro Don Gesualdo), egli continua vivendo umilmente, mangiando un poco di pane al giorno e vivendo dei pochi soldi che gli rimangono dagli investimenti e dalle spese per i campi. Diversamente da Mastro Don Gesualdo, Mazzarò ha una rozzezza più marcata, caratterizzata anche da smania di potere sui nobili che egli definisce “eccellenza, povero diavolo e cattivo pagatore”; inoltre non mette su famiglia e, quando si renderà conto di non poter portare la sua roba con sé e di non avere nessuno a cui lasciarla, impazzirà ed inizierà ad uccidere anatre e galline dicendo “Roba mia, vienitene con me!”. Le differenze con Mastro DOn Gesualdo sono davvero minime, è da evidenziare che ciò che più le separa è la famiglia, ma anche quella che ha Mastro Don Gesualdo è una famiglia basata su un matrimonio d’interesse sebbene, in conclusione, sia l’unica cosa che sembra far ripensare Mastro Don Gesualdo a degli sbagli fatti soprattutto nei confronti della figlia, ma è piccola cosa in confronto alla sua grande preoccupazione, uguale a quella di Mazzarò, di dover lasciare i suoi campi che ha faticato tanto ad ottenere. L’attaccamento viene così evidenziato soprattutto dalla perdita di ciò che si è guadagnato, questo non solo in punto di morte ma anche, ad esempio, quando il ponte per il quale Mastro Don Gesualdo aveva messo molto denaro ed impegno crolla.

Tema della scalata sociale


Il Mastro Don Gesualdo si inserisce nel filone del romanzo borghese europeo, sviluppandone due temi tipici: l’ascesa sociale dell’individuo di umili origini e la decadenza di una famiglia aristocratica.
E’ un processo di sovvertimento, come viene evidenziato: “non si sapeva più chi poteva spendere e chi no”.
“Il nascere grandi è caso, e non virtù!.. Venire su dal nulla, qui sta il vero merito!” questa frase viene data in occasione della processione dal barone Zacco proprio a Mastro Don Gesualdo. Durante l’occasione il protagonista viene trattato proprio come un ingenuo, viene spostato in qua e in là, ne viene sottolineata la sua origine ed egli perfino arriva a rispondere, proprio alla frase detta prima “si signore”. Questo è il punto in cui si nota tutta l’inferiorità del mastro, che certo viene elogiato come un uomo votato al lavoro e all’ascesa, un uomo che potremmo definire un self made man; ma le affermazioni sono ancora ironiche, quasi come se volessero esaltare l’effimerarietà della sua condizione. Sebbene possa essere definita ascesa sociale, in questo processo di sviluppo non si vede altro che l’espressione del pessimismo di Verga, ritrovato anche nell’epilogo negativo dei Malavoglia, che rifiuta la possibilità di un vero miglioramento. La condizione di inferiorità permane, qualsiasi cosa faccia Mastro Don Gesualdo. La caratteristica conservatrice del pessimismo di Verga non implica il fatto che egli la ritenga accettabile, al contrario egli la critica e rappresenta ciò che questo stazionamento sociale ha di negativo. Sottolineo, senza avere e dimostrare pietà per le classi inferiori, per i deboli, egli, adottando la caratteristiche del narratore verista, si astiene dall’intervenire personalmente nella vicenda introducendo il coro con una funzione mitizzante della scena in modo che il lettore possa acquisire una propria visione dei fatti. Alla base è il concetto della lotta per la vita, dettata dalla legge, non del più forte, quanto del più ricco: dimostrazione è il fatto che per il proprio matrimonio Mastro Don Gesualdo riesca ad affittare una casa dei La Gurna, famiglia nobile, infatti l’autore sceglie di evidenziarlo scrivendolo come prima riga del capitolo. Gli uomini sono mossi dalla ricerca dell’utile, dall’interesse economico, dall’egoismo; ed è per questo che le peculiarità di Mastro Don Gesualdo che lo differenziano dai nobili, sebbene non mi sento di dire siano proprio quelle che lo affondano, sono la generosità e l’altruismo (sempre dettate dalla speranza di un futuro guadagno, nei confronti dei nobili, non della famiglia) che poi non verranno ripagate.

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