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La quiete dopo la tempesta – Giacomo Leopardi


1. La poesia si apre con la descrizione di un borgo che, appena cessata una forte tempesta, si rianima e torna alle comuni attività quotidiane. Passato il maltempo, il cielo torna sereno e limpido, il sole splende, gli uccelli cantano nuovamente e ciascun paesano, rallegratosi per la fine della tempesta, si dedica al proprio lavoro in un'atmosfera di nuova gioia. Tuttavia, a questa descrizione idilliaca, segue un'amara riflessione, segnata da numerosi interrogativi nella seconda strofa, sul fatto che l'uomo gode di un piacere derivante dal superamento di un pericolo, di un dolore o di una tempesta, appunto, e che questa è l'unica forma di godimento concessa all'uomo dalla natura. Si passa così dal caso particolare della tempesta alla condizione universale dell'uomo, riflessione che culminerà nell'ultima strofa dove, all'invettiva contro la natura, si accompagna l'affermazione dell'ineluttabile destino di infelicità dell'uomo.

2. A) Il ritmo del componimento nella prima strofa è piano, determinato da una sintassi limpida e chiara e da rime libere, talvolta baciate come “montagna, campagna” (v. 5, 6), “piova, rinnova” (v. 15, 16), “sentiero, giornaliero” (v. 17, 18). Vi sono inoltre molte assonanze, in particolare di vocali aperte, che segnano la prevalenza in questa strofa della descrizione e di temi distesi. Il passaggio dalla prima strofa descrittiva alla seconda più riflessiva determina anche un cambiamento di ritmo. La presenza di continui interrogativi porta a un crescendo del ritmo, sempre più incalzante. Una scrittura più spezzata sostituisce quella piana e lineare della prima strofa, rispecchiando in questo modo lo stato d'animo del poeta. Dopo il culmine raggiunto dagli interrogativi, il ritmo riscende con la risposta “Piacer figlio d'affanno” (v. 32), ma ritorna incalzante nella terza e ultima strofa con l'invettiva contro la natura. La poesia si conclude, infine, con un ritmo rallentato, soprattutto dall'enjambement al verso 50, concentrando l'attenzione sull'enunciazione del destino infelice dell'uomo.

B) Nella prima strofa, compaiono diversi personaggi del borgo che, finita la tempesta, tornano alle loro occupazioni abituali. In primo luogo, appare l'artigiano che esce sull'uscio a osservare il cielo che si è rasserenato, con ancora in mano il suo strumento da lavoro; in seguito, vi è “la femminetta” che esce per raccogliere l'acqua della pioggia appena avvenuta; a questa, segue “l'erbaiuol”, il venditore ambulante di ortaggi che torna per le strade a richiamare l'attenzione della gente con il suo solito grido. Infine, c'è il viaggiatore che riprende il suo cammino, passato il maltempo. Questi personaggi sono per il poeta uno spunto da utilizzare per la sua riflessione sul piacere. Costituiscono un esempio del piacere che si prova dopo il superamento di una momento difficile, esempio che nella seconda strofa viene esteso a tutta l'umanità, passando dal singolo episodio della tempesta all'universale condizione dell'uomo.

C) Il lessico della prima strofa è ricco di termini e espressioni che conferiscono serenità alla poesia, come ad esempio: “far festa”, “sereno”, “sgombrasi la campagna”, “chiaro il fiume”, “ogni cor si rallegra”, “risorge”, “cantando”, “rinnova”, “ecco il sol che ritorna, ecco sorride”, “tintinnio di sonagli”. Tale ambito lessicale è funzionale alla descrizione, quasi idilliaca, del borgo che si rasserena come il cielo, dopo la tempesta, e rende questa prima strofa in netto contrasto con le due successive non più intrise di serenità, ma di inquietudine e di amarezza.

D) Gli interrogativi pressanti che aprono la seconda strofa sono in stretto rapporto con l'asserzione “piacer figlio d'affanno”, in quanto quest'ultima costituisce la risposta a quelle domande immediatamente precedenti. Dall'episodio della tempesta, il poeta si domanda, attraverso una successione di interrogativi, se vi siano momenti più felici nella vita di quello che segue una tempesta, un dolore, una difficoltà, e dà una risposta incidendola nel v. 32, come un'amara conclusione a cui è giunto ed è proprio in quel verso che è espresso il concetto fondamentale attorno al quale ruota l'intera poesia.

E) Gli elementi descritti alla fine della seconda strofa, rispetto a quelli della strofa precedente, hanno un'accezione negativa e più cupa, come “folgori, nembi e vento”, che si contrappongono al “sereno” che ritorna, al fiume “chiaro”, al “Sol che ritorna” e illumina la valle. Anche gli aggettivi utilizzati per descrivere le genti, come “fredde, tacite, smorte” sono il ribaltamento dei comportamenti che le persone hanno nella prima strofa; non sono freddi, ma rallegrati dalla fine della tempesta, non sono “tacite”, ma anzi l'artigiano canta osservando il cielo e l'erbaiuol lancia il suo grido abituale per la strada. Tale ribaltamento di immagini accompagna il ribaltamento dell'argomento delle due strofe: la prima descrive un paesaggio e delle genti che si rianimano e si rallegrano, mentre nella seconda strofa cade questo tono di allegria per lasciar posto alla inquieta riflessione sul piacere e sull'inevitabilità del dolore e dell'infelicità, causati da una natura maligna, dispensatrice di affanni.

F) Nell'ultima strofa, viene espressa la teoria del piacere già anticipata nella strofa precedente: la natura è maligna, sparge mali e dolori tra gli uomini, che sono destinati ad essere infelici, e l'unico piacere che possono provare è quello che deriva dall'esser sfuggiti a un dolore. Il piacere non nasce dunque spontaneamente come il dolore, ma può essere soltanto una mera conseguenza di questo.
La teoria del piacere è una tematica cara a Leopardi e ricorrente in tutta la sua poetica, sebbene nel tempo si sviluppi in modo differente. Nelle poesie della periodo giovanile, ha la concezione di un piacere infinito, ma irraggiungibile nella realtà poiché i piaceri umani sono finiti e deludenti; tuttavia, la natura che è benigna ha concesso all'uomo il dono dell'immaginazione, attraverso la quale l'uomo può raggiungere il piacere infinito tanto desiderato. Quest'idea del piacere raggiungibile attraverso il “caro immaginar” è espressa in modo magistrale nella poesia “L'Infinito”, in cui il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina cosa c'è oltre e riesce così a realizzare nella sua mente un infinito spaziale; in seguito, si immerge nel pensare a un infinito temporale, alle epoche passate e a quella presente, e il naufragare in questo infinito è piacevole, è dolce. Nella canzone “Alla sua donna”, invece, Leopardi afferma l'impossibilità di raggiungere quel piacere infinito, quella bellezza infinita a cui si aspira, in quanto sostiene che la bellezza perfetta non è di questo mondo, oppure non è di questo tempo ed era presente solo in passato o lo sarà in futuro. In questa poesia, si rimprovera anche per l'aver fatto il “giovanile error” di pensare di poterla raggiungere un giorno. Nel “Sabato del villaggio”, facente parte delle poesie pisano-recanatesi, vi è un'ulteriore aggiunta alla teoria del piacere: il piacere è maggiore quando lo si pregusta che quando lo si gusta, dal momento che quando lo si gusta ci si rende conto che è breve e non porta che tristezza, anziché gioia. Dunque, nega in ultima istanza la possibilità del piacere.

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