Eugenio Montale e la sua poesia


Nella sua poesia si sviluppa un discorso filosofico compatto e tagliente: noi avvertiamo con chiarezza, nel vivere, una sofferenza probabilmente senza scampo; ci pare di essere inseriti in una catena di cause ed effetti dalla quale è impossibile fuggire; gli uomini, che non vogliono capire, fanno finta di non accorgersi di nulla, ma basta un attimo per rendersi conto che tutta la realtà della quale viviamo è una finzione dietro la quale c’è il vuoto. Il poeta spera che esista una possibilità di salvezza. Il poeta ne parla per immagini: uno strappo nella rete, un anello della catena che non tiene, un miracolo…
A partire dalla seconda raccolta, Le occasioni, il simbolo principale per parlare di questa fragile e incerta possibilità di scampo diventa una donna amata, Cinzia.
Montale non è un poeta sentimentale. Programmaticamente egli non parla mai di se stesso, non dice mai come sta, cosa prova. Gli interessa una poesia più filosofica, nella quale egli cerca di capire quale sia l’essenza della realtà, e la indaga razionalmente, quasi sfidandola. Egli esprime la sua visione del mondo attraverso immagini che hanno un valore metaforico: il muro con in cima i cocci di bottiglia, l’ombra che si stampa sul mero, l’angelo che ha attraversato le nubi gelate. Non sono simboli analogici, non sono cioè immagini che il poeta senta intuitivamente legate a ciò di cui vuole parlare. Sono simboli ragionati, razionali: Montale li chiama correlativi oggettivi, cioè “oggetti che provocano in me la stessa sensazione che provocherebbe ciò che voglio simboleggiare”.
La lingua impiegata nelle sue poesie è aspra, e tende a trasmettere a livello fonico la stessa sensazione di tensione, di sofferenza e di conflitto che a livello di significato comunicano le immagini.
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