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Il primato della scrittura


Presentiamo il Proemio delle Prose della volgar lingua, in cui Bembo proclama quel «primato della scrittura» rispetto a ogni altra espressione verbale che è alla base del suo sistema normativo: un sistema in grado di codificare una grammatica e una retorica del volgare secondo norme fissate e non soggette né alla varietà del parlare, né agli usi regionali. L’inizio del Proemio, con la dedica a Giulio de’ Medici, affronta la questione della varietà delle lingue parlate, a causa della quale è «faticoso» per i parlanti di diversa origine comprendersi. Dal tema della lingua parlata si passa poi a quello della lingua scritta.

La necessità delle Prose

La pagina introduttiva delle Prose inquadra la volontà di Bembo di produrre qualcosa di ancora non tentato («non si vede ancora chi delle leggi e regole dello scrivere abbia scritto bastevolmente», rr. 28- 29). Questa ambizione di costruire una grammatica è tutta concentrata sul primato della scrittura e sulla necessità di fissare dei criteri stabili e univoci. Il presupposto dell’operazione normativa di Bembo si basa dunque su un concetto di lingua delle scritture che è superiore alla lingua parlata in quanto più «perfetta e gentile» (in una parte omessa del testo). La perfezione della lingua scritta è dovuta alla sua capacità di travalicare i limiti di tempo e di spazio, come invece all’espressione parlata, alla voce, non è consentito: la lingua parlata è, infatti, più esposta alla variabilità degli usi, che caratterizza il linguaggio orale e che pertanto la fa mutare «di giorno in giorno» (r. 23).

Un dialogo mediato

Attraverso il riferimento ai grandi modelli volgari toscani («la lezione delle toscane prose», r. 42) Bembo connota, già in questo Proemio, la sua proposta linguistica. Tanto basta a mettere subito in primo piano l’elemento che la distingue dall’altra proposta “forte” e pressoché antitetica a questa: quella avanzata da Baldassarre Castiglione nel suo Cortegiano, fondata sull’uso e sulla «buona consuetudine », e aperta agli apporti diversi di una lingua italiana commune e non soltanto toscana. Quanto alla strategia espositiva, però, Bembo adotta lo stesso modello dialogico che sarà poi anche di Castiglione, volto a riferire ragionamenti a cui l’autore non è stato presente.
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