Nel corso dell’Orlando Furioso, Ariosto allude alla società di corte del suo tempo (fine ‘400 e inizio ‘500), talvolta con ironia e coinvolgendo l’universalità della vita umana.
L’autore interpreta gli eventi della sua epoca, come la guerra di Ravenna del 1512 (in cui ferraresi e francesi sconfissero gli spagnoli) utilizzando il protagonista Orlando come suo portavoce.
Nelle sue storie, Ariosto inserisce come protagonisti cavalieri e donzelle in un’Europa surreale e fantastica, in cui tuttavia sono facilmente riconoscibili i costumi reali delle corti rinascimentali. Ad esempio nelle metafore del castello e della città magica di Alcina, che rappresentano entrambi proprio il concetto di corte come prigione nel cui interno, però, si sta bene, poiché, come succede all’autore in prima persona nella sua vita quotidiana di corte, il signore concede l’agio di vita, ma in cambio chiede la sottomissione al suo valore, sia in senso pratico, che in senso ideologico, ad esempio per quanto riguarda la vita politica di corte.

Ariosto lavorava per gli Estensi di Ferrara, quando era al potere Alfonso I D’Este, come letterato, come diplomatico e come uomo di teatro (regista e attore). L’Orlando Furioso è sicuramente la più importante opera commissionata dagli Estensi, che amavano il mondo della cavalleria, erano appassionati di battaglie combattute tra eroi forti e coraggiosi che possedevano un grande rispetto reciproco, con dei grandi valori, virtù e codici di comportamento morale solidi e precisi, che facevano da modello in cui gli Estensi si identificavano.
Questi valori, questa società cavalleresca, però sta gradualmente giungendo al tramonto. Ariosto allude a questa crisi sociale della cavalleria, ad esempio nell’episodio dell’arma da fuoco Archibugio (inserita in realtà in un contesto temporale inadeguato), nel canto VII. Qui Orlando, che fa le voci dell’autore, parla di come quest’arma sia la futura distruzione della cavalleria: l’artiglieria sta diventando sempre più importante e gli Estensi hanno un ruolo fondamentale in questa evoluzione, che avverrà in 5 secoli.
Ariosto infatti viveva proprio in un’epoca in cui si stavano diffondendo le prime armi da fuoco, tra l’altro gli Estensi erano esperti in campo, rinomati per la loro produzione di cannoni in bronzo, spesso rifornivano i francesi in guerra.
I nobili non saranno più dunque fondamentali in battaglia, la cavalleria è inutile contro le armi da fuoco, impotente, e viene dunque privata di ciò che le dava ricchezza e prestigio. Non si può parlare di guerre cavalleresche se è schierata artiglieria di questo tipo, contro cui la lama di una spada, o di cento, è inutile. Non c’è più nessun codice.
Ariosto è consapevole di questo cambiamento e lo condanna, poiché vede per primo l’aristocrazia di cui fa parte delegittimata e tutti i valori in cui crede, svanire.
L’autore quindi accomuna, paragona, i cavalieri delle sue storie fantastiche con i cortigiani della sua realtà, il mondo cavalleresco con quello di corte.
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