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La non ammissione di uno studente alla classe successiva, cioè, in termini del linguaggio comune, la bocciatura può costituire un valido strumento didattico ed educativo?

Sin dalla creazione della scuola pubblica si è creato il problema di cosa fare se lo studente non raggiunge alla fine dell’anno scolastico gli obiettivi e le conoscenze necessarie per poter poi reggere il bagaglio culturale che lo aspetta nella classe successiva. E così è nata la soluzione della bocciatura, e cioè la non ammissione alla classe successiva con la conseguente ripetizione della classe frequentata. A mio avviso questa è una soluzione efficiente, un valido strumento didattico ed educativo.
Quando si delibera la non ammissione di uno studente lo si fa perché, come si è detto prima, ha “fallito” nell’anno scolastico precedente. E ciò risulta quasi una conseguenza naturale, come ci dimostra un banale, ma incisivo esempio: se pensiamo ad un videogioco, infatti, vediamo che se non superiamo il livello, non passiamo a quello successivo, ma dobbiamo ripetere quello che abbiamo fallito. Solo una volta superato avremo l’opportunità di passare avanti. La bocciatura, quindi, è far prendere consapevolezza dei propri limiti, è far capire che il lavoro fatto <<non va bene>>. Pensiamo un attimo se uno studente che non ha mai studiato, o che ha svolto un lavoro comunque insufficiente, non venisse bocciato, ma venisse promosso e licenziato dal liceo dopo l’esame. Quando gli si porrebbe innanzi il mondo del lavoro, non riceverebbe soltanto delusioni? Sarebbe emarginato, poiché nessun datore di lavoro assumerebbe un individuo che non ha né le competenze, né il metodo di lavoro che si acquisiscono negli anni della scuola. Pensiamo adesso se lo stesso studente in questione fosse stato bocciato: durante l’anno ripetuto, egli avrebbe recuperato gli argomenti precedentemente tralasciati, potenziando le proprie conoscenze e mettendosi al pari con gli altri. E, avendo le stesse competenze degli altri, riuscirebbe ad inserirsi nel mondo del lavoro.

Nonostante la bocciatura sembri quindi un metodo appropriato, qualcuno potrebbe fare delle obiezioni. Essa infatti potrebbe ridurre a zero l’entusiasmo per lo studio dello studente che si vede costretto a ripetere l’anno, e quindi a ripetere argomenti già fatti; egli potrebbe sentirsi emarginato, o addirittura in imbarazzo nello stare in classe con ragazzi un po’ più piccoli di lui; c’è chi pensa infine che questo possa essere preso emotivamente dalla “vittima”, e che quindi possa incidere sulla sua personalità, rendendo quindi il carattere dello studente chiuso e spigoloso.
Ciò tuttavia è relativo. Riguardo all’entusiasmo, infatti, se lo studente viene bocciato significa che quegli argomenti non li ha trattati, o, in caso contrario, li ha trattati in modo non adeguato: pertanto non dovrebbero risultare tanto nuovi per lui. Inoltre a questo proposito i latini – assai giustamente secondo me – dicevano: <<repetita iuvant>>. Per quanto riguarda il sentirsi emarginati credo che non ci sia molto da dire. Un ragazzo si sente meno a suo agio in una classe in cui i suoi compagni, seppur siano coetanei, sono lontani chilometri da lui in materia di programma scolastico, piuttosto che in una dove i suoi compagni sono uno o due anni più piccoli, ma dove, invece di sentirsi in imbarazzo, può rappresentare per loro un esempio da seguire.
Quello dell’impatto emotivo è un caso limite, molto raro tra gli studenti bocciati. Ed anche questo, nella sua rarità, può essere prevenuto: è compito degli educatori (che possono essere gli insegnanti, ma anche i genitori) di far capire allo studente che il fatto di dover ripetere l’anno non è una condanna, e di dargli l’input per ricominciare il suo cammino là dove è stato interrotto. E’ come quando, durante una corsa di automobili, la macchina deve fermarsi per fare rifornimento e per cambiare le gomme: lo studente ripetente deve fermarsi un po’ più degli altri prima di uscire e riprendere la corsa.
Possiamo concludere affermando ancora una volta l’importanza della bocciatura, provvedimento che, nonostante sia vittima di numerosi stereotipi nati come parassiti attorno ad esso, in realtà è necessario e volto non a condannare l’alunno, ma ad aiutarlo a reinserirsi in quel binario importante che è l’istruzione.

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