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L’autismo tipico e la sindrome di Asperger a confronto

Oggi l’autismo è considerato una sindrome neurobiologica di estensione globale sulla persona con implicazioni durature, che coinvolge l’intera personalità e il suo sviluppo: pertanto è assunto come disturbo generalizzato dello sviluppo.

L’autismo viene descritto facendo riferimento alla triade di sintomi:

  • Relazioni con gli altri
  • Comunicazione
  • Repertorio di comportamenti, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati

Caratteristiche distintive della sindrome di Asperger

Si possono anche identificare delle caratteristiche distintive della sindrome di Asperger:

  • La carenza di maggior rilievo appare nella gestione delle relazioni sociali, anche se diversamente da come avviene nell’autismo tipico. I bambini con SA raramente si isolano quanto quelli con autismo, molti esprimono il desiderio di inserirsi socialmente e di avere degli amici; ma spesso sono frustrati dalle proprie difficoltà sociali. Il loro problema è una mancanza di efficacia nelle interazioni sociali. Essi sembrano avere difficoltà nel creare legami, un “disordine di empatia” che gli impedisce di leggere efficacemente i bisogni degli altri e di rispondere ad essi in modo appropriato.
  • Un’altra caratteristica riguarda la loro “area di interesse specifico”. Anche in questo caso ci sono differenze con l’autismo tipico. Mentre i bambini con autismo mostrano attenzione soprattutto per oggetti o parti di essi, nella SA la focalizzazione degli interessi appare più spesso orientata verso l’area intellettuale. Possono manifestare attrazione assorbente verso la lettura, la matematica, la storia oppure verso i computer, mezzi di trasporto, macchinari. Quando questo si verifica vogliono imparare ogni cosa possibile riguardo l’argomento.
  • Sebbene le buone abilità linguistiche distinguano la SA dall’autismo, il modo in cui i bambini con SA usano il linguaggio non può essere definito consueto e adeguato. Le comunicazioni possono apparire troppo formali e pedanti, con l’utilizzo di vocaboli ricercati; la comprensione dei messaggi può risultare estremamente letterale.
  • In questa sindrome troviamo la presenza di un’eccessiva eccitabilità a livello sensoriale che può portare ad una iper o iposensibilità.
  • Altra caratteristica ricorrente degli individui con SA è il deficit di tipo motorio.

Principali modelli interpretativi dell’autismo

Il deficit della teoria della mente

Questo tipo di approccio si propone come finalità prima di analizzare le capacità della mente umana di attribuire stati mentali, quali desideri, credenze, pensieri e intenzioni e di prevedere e spiegare il comportamento sulla base di tali inferenze. Nel bambino a sviluppo tipico questa capacità comincia a manifestarsi intorno ai 4 anni, alcuni studiosi sostengono che possa manifestarsi anche intorno ai 2-3 anni. Studi evidenziano che, nel corso del processo evolutivo, ci sia un progressivo sviluppo e affinamento della capacità di rappresentazione e metarappresentazione.

Il soggetto autistico ha, di fatto, una mancanza o un difetto di tale abilità ed è portato ad una sorta di “cecità” riguardo ai pensieri altrui e a una incapacità a comprendere le diverse credenze delle altre persone. Ci sono dei processi che evidenziano lo sviluppo della capacità di scoprire la propria mente e quella altrui e sono: l’attenzione condivisa, la comunicazione intenzionale di tipo protodichiarativo e il gioco di finzione. Numerose ricerche testimoniano che nei bambini autistici vi siano carenze molto consistenti in questi processi che portano tali individui a non sviluppare in modo normale la capacità di comprendere gli stati interni delle altre persone.

Dati sperimentali testimoniano che i soggetti autistici dimostrano gravi carenze nel conferire uno stato mentale alle persone, confermando pesanti difficoltà nella differenziazione tra lo stato effettivo delle cose dalla loro rappresentazione mentale. Di conseguenza non riescono a fare proprie finzione e simulazione e sono incapaci di immedesimarsi negli stati mentali degli altri. Non capiscono ironia, humor, metafore. Non riescono ad anticipare i comportamenti delle altre persone, non capiscono come rispondere in maniera adeguata.

Nonostante la Teoria della Mente non riesca a spiegare l’intera triade di sintomi autistica (rituali, atteggiamenti bizzarri, disfunzioni percettive ecc.), offre una importante interpretazione sulle forti carenze che riguardano l’accesso al pensiero sociale, fondamentale per l’intersoggettività. Non è quindi chiaro, ancora oggi, se questa carenza sia la causa delle difficoltà che si rilevano (perlomeno quelle a livello sociale e comunicativo) o se rappresenti essa stessa il risultato di deficit più profondi che caratterizzano la sindrome.

Teoria socio affettiva

Essa è un altro modello che tenta di spiegare la triade sintomatologica dell’autismo, ed è stata proposta da Hobson. Lui reinterpreta i dati emersi dalla teoria della mente secondo la sua tesi che vede l’autismo come un disturbo dell’intersoggettività. Hobson presuppone che alla base di tale disturbo vi sia una mancanza di relazione affettiva con il mondo, in associazione non soltanto a carenze nella percezione sociale diretta ma anche a difficoltà di categorizzazione e di rapporto con il mondo in relazione a sé.

La teoria socio-affettiva parte dal presupposto che l’essere umano nasce con una predisposizione innata a interagire con l’altro, come qualcosa che appartiene al corredo genetico del bambino. Secondo tale teoria esisterebbe nell’autismo un’innata incapacità, biologicamente determinata, di interagire emozionalmente con l’altro. Tale incapacità porterebbe all’incapacità di riconoscere gli stati mentali degli altri, alla compromissione dei processi di simbolizzazione, alle disfunzioni del linguaggio, al deficit della cognizione sociale. Hobson crede infatti che le anomalie linguistiche siano una diretta conseguenza dei disturbi nella socializzazione.

Hobson ritiene quindi che i disturbi emozionali del soggetto autistico siano un deficit primario che a causa di un disturbo di origine biologica impedirebbe al soggetto di cogliere le emozioni degli altri.

Deficit di coerenza centrale

Uta Frith ha tentato di spiegare il quadro clinico del soggetto autistico avanzando l’ipotesi di un deficit nella capacità di integrare l’informazione a livelli differenti. Il sistema cognitivo normale ha un’innata propensione a costituire una coerenza interna che è deputata a integrare il maggior numero di stimoli possibili. L’ipotesi è che tale caratteristica sia compromessa nei soggetti autistici, ritiene infatti che tali soggetti siano poco abili in attività in cui si richiede l’individuazione del significato globale di determinate informazioni.

Per debolezza della coerenza centrale si intende, dunque, quella abilità di condensare e schematizzare in un tutto congruente le svariate esperienze che impegnano i nostri sensi. Una debolezza in tale capacità porta la persona autistica a rimanere ancorata ai dati esperienziali frammentati con incapacità di cogliere il significato dello stimolo nella sua totalità. Vi sarebbe quindi una predisposizione cognitiva a focalizzare l’attenzione solo su dettagli, piuttosto che su figure ed oggetti nella loro interezza.

La debolezza delle forze coesive centrali di alto livello spiegherebbe le migliori prestazioni dei bambini autistici nei test che comportano la capacità di distaccare un’informazione rilevante dal contesto. Il risultato è di un mondo incoerente, di esperienze frammentate. Questo, secondo la studiosa, potrebbe spiegare la presenza di “isolotti di abilità”.

Questo spiegherebbe, inoltre, il fatto che la percezione dei bambini autistici rifletta loro un mondo frammentato, strano e imprevedibile, in cui nulla appare costante, ma tutto è motivo di paura, ansia, apprensione.

Questo modello cerca di dare una spiegazione a una delle caratteristiche di funzionamento percettivo della persona con autismo, che non riesce a essere spiegata con altri modelli: la tendenza a dirigere l’attenzione sulle singole parti, la grande sensibilità per cambiamenti impercettibili, gli interessi circoscritti. Questa teoria è in grado di spiegare, secondo molti autori, la triade di sintomi dell’autismo.

Deficit delle funzioni esecutive

Secondo questa teoria sarebbe un disordine delle funzioni esecutive ad essere alla base dei tanti sintomi dell’autismo. Con il termine “funzioni esecutive” vengono indicate una serie di abilità che sono fondamentali nell’organizzazione e pianificazione dei comportamenti di risoluzione dei problemi. Esse includono:

  • Capacità di programmare il comportamento intenzionale
  • Inibizione delle risposte automatiche
  • Mantenimento dell’assetto
  • Ricerca organizzata
  • Flessibilità di pensiero e azione

Molti comportamenti autistici sarebbero l’espressione di una carenza in queste abilità. Per esempio l’impulsività, per l’incapacità di inibire le risposte inadeguate; l’iperselettività, per l’incapacità di cogliere il tutto senza rimanere ancorato al particolare; la perseverazione, per l’incapacità di ridirezionare in modo flessibile l’attenzione. Si è visto come soggetti che hanno subito danni a carico dei lobi frontali presentano carenze nelle funzioni esecutive, da ciò si è arrivati a porre in relazione tutti i deficit delle funzioni esecutive conseguenti a un danno ai lobi frontali con le diverse peculiarità che caratterizzano la dimensione autistica. Infatti i soggetti con autismo presentano spesso un comportamento rigido e inflessibile, anche il minimo cambiamento può provocarli angoscia e questo avviene proprio per una scarsa capacità di rielaborare un controllo rispetto a quella che è la loro routine. Spesso la loro attenzione viene rivolta a elementi trascurabili.

In sintesi da diversi studi sembrerebbe emergere una possibile spiegazione dell’autismo facendo riferimento a una disfunzione a livello prefrontale, in grado di intaccare in maniera consistente le funzioni esecutive. Ozonoff a proposito sottolinea che la lesione frontale possa essere considerata una condizione importante, ma non sufficiente per lo sviluppo dell’autismo: forse perché esso si manifesti è necessaria la presenza di altri deficit cognitivi.

Deficit di simulazione mentale (neuroni mirror)

Studi dimostrano che il nostro cervello è dotato di un meccanismo innato, inserito in una specifica categoria di neuroni, che consente, tramite l’osservazione, non solo di comprendere le azioni poste in essere dalle altre persone, ma di imitarle, dedurne i fini e i propositi sottese ad essere, come pure le emozioni che le originano e le guidano.

Tale gruppo di neuroni sono stati denominati “neuroni mirror”. In sostanza quando si osserva un altro soggetto compiere una data azione rivolta al raggiungimento di un obiettivo, nel nostro cervello si mettono in azione lo stesso gruppo di neuroni che si azionerebbero nel momento in cui tale azione la compissimo noi stessi. Tale processo è all’origine dell’immedesimazione e quindi dell’empatia.

In questi anni numerose evidenze testimoniano il mancato o difettoso funzionamento dei neuroni mirror nel cervello delle persone con sindrome autistica. Tale sistema, in questi soggetti, è ipofunzionante: potrebbe spiegare le diverse anomalie a carico del comportamento, dell’interazione sociale e del linguaggio, della totale assenza della capacità di coinvolgersi alla vita delle altre persone, carenza nella capacità empatica, nonché nella capacità di attuare giochi simbolici in cui le abilità imitative hanno un ruolo predominante.

Tale teoria, però, non riesce a offrire spiegazioni convincenti riguardo a tutte le manifestazioni come la routine, i movimenti ripetitivi, le disfunzioni neurosensoriali.

La mente enattiva

Il termine “mente enattiva” deriva dal lavoro di Varela e collaboratori ed enfatizza il concetto di attivazione nel senso che la mente assume una certa conformazione sulla base di ciò che viene ripetutamente sperimentato.

Parlando dei bambini con autismo si pensa che i deficit specifici che presentano siano dovuti ad una costruzione particolare della mente conseguente a come vengono acquisite le conoscenze sul mondo sociale. Capire il mondo sociale implica la necessità di considerare una moltitudine di elementi. Un adattamento adeguato richiede che la persona abbia un senso della relativa salienza di ogni elemento di una data situazione, delle scelte basate su priorità acquisite tramite l’esperienza. Le persone con autismo presenterebbero come difficoltà di base quella di essere incapaci di cogliere gli aspetti salienti di una situazione sociale. Si tratterebbe di un disturbo innato che gli impedisce di fare esperienze adeguate e di accumularne il senso nella propria mente.

Classificazioni internazionali

DSM – IV

È una delle classificazioni internazionali a cui si fa frequentemente riferimento. È stata creata nel 2000 a cura dell’American Psychiatric Association. Questo tipo di classificazione, come l’ICD 10, non affronta la questione eziologica del disturbo autistico (le cause), ma offre unicamente delle griglie di osservazione che esperti e professionisti possono utilizzare per la delineazione della sindrome. Essa è la classificazione di maggior riferimento in campo internazionale dato che aiuta a definire e inquadrare con molta precisione sul piano sintomatologico l’autismo. Riguarda soprattutto i disturbi mentali dell’adulto e ha una parte dedicata a quelli che insorgono nell’infanzia e nell’adolescenza.

I parametri diagnostici per il disturbo autistico, secondo tale classificazione sono:

Compromissione qualitativa dell’interazione sociale (devono essere presenti almeno due elementi):

  • Marcata compromissione nell’uso di svariati comportamenti non verbali (sguardo diretto, espressione mimica ecc.)
  • Incapacità di sviluppare relazioni con i coetanei adeguate al livello di sviluppo
  • Mancanza di ricerca spontanea nella condivisione di gioie, interessi, obiettivi
  • Mancanza di reciprocità sociale e emotiva

Compromissione qualitativa della comunicazione sociale (almeno uno):

  • Ritardo o totale mancanza dello sviluppo del linguaggio parlato
  • In soggetti con linguaggio adeguato, marcata compromissione della capacità di iniziare o sostenere una conversazione
  • Uso del linguaggio stereotipato e ripetitivo o linguaggio eccentrico
  • Mancanza di giochi di simulazione o imitazione

Modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati (almeno uno):

  • Dedizione assorbente a uno o più tipi di interessi ristretti e stereotipati
  • Sottomissione rigida a abitudini o rituali specifici
  • Manierismi motori stereotipati e ripetitivi
  • Persistente ed eccessivo interesse per parti di oggetti

Altro aspetto di notevole rilevanza è che in questa classificazione la categoria Disordini Generalizzati dello sviluppo (di cui fa parte l’Autismo) è inserita nell’Asse I (non più nell’Asse II), sottolineando la possibilità che il quadro sintomatologico può modificarsi e attenuarsi.

Secondo questo tipo di classificazione una persona è definita affetta da ritardo mentale in base a tre criteri:

  • Quoziente intellettivo inferiore a 70
  • Esistenza di limiti significativi nei comportamenti adattivi
  • Comparsa delle manifestazioni prima dei 18 anni

Inoltre questa classificazione distingue quattro gradi di gravità del ritardo:

  • Lieve (QI da 50 a 70)
  • Medio (QI da 35 a 50)
  • Grave (QI da 20 a 35)

ICD10

È un’altra delle classificazioni internazionali a cui si fa spesso riferimento ed è stata introdotta nel 1992 dal OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Anche in questo caso non viene affrontata la questione eziologica, ma vengono offerte griglie di osservazione. Rappresenta la decima revisione della Classificazione internazionale delle sindromi e dei disturbi psichiatrici e comportamentali pubblicata dall’OMS. Per ciascun disturbo essa riporta una delineazione delle principali caratteristiche cliniche e fornisce anche indicazioni diagnostiche per formulare una diagnosi attendibile.

ICIDH – 2

È un modello nuovo, che si sostituisce al ICDH – 1, apportando notevoli novità:

  • Cambia la terminologia e quindi la semantica. È avvenuta una sostituzione di una terminologia paralizzante, tutto è rivolto alla valorizzazione dello statuto positivo delle diversità. Dunque non si parla più di disturbo o malattia ma di condizione di salute; non si parla più di menomazione ma di funzione e struttura del corpo; non si parla più di disabilità ma di attività; non si parla più di handicap ma di partecipazione.
  • Non è sorretto da una logica di pensiero lineare, come la catena etio-patogenica, perché qui siamo in prospettiva della complessità, dove i 3 principi di Morin sono quelli che governano gli elementi del sistema. Abbiamo una logica reticolare.
  • È un modello aperto e dinamico, è complesso e ci offre una vasta gamma di situazioni che vanno interpretate e che possono presentarsi in forme sempre nuove. Siamo sotto il segno della flessibilità e del pluralismo.
  • È stato effettuato un passaggio da una visione medica, psicologica e meccanicistica dove la diversità andava categorizzata, ad un modello definito antropologico, sociale ed educativo perché al centro non abbiamo più la patologia, ma la persona con i suoi bisogni e peculiarità.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher EllyGiova92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione per l'handicap e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Cottini Lucio.
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