Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli è una figura interessante, è il poeta che trionfa nelle scuole, è rappresentato come un uomo che è uscito dalla sventura e attraverso il perdono è diventato un poeta predicatore di buoni sentimenti e esaltatore delle piccole cose. Questo è però solamente un aspetto della personalità di Pascoli, oscura e inquietante sotto alcuni punti di vista. Oggi si guarda al lato più oscuro della personalità di Pascoli e non al suo autoritratto. Egli è il poeta dell'ipersensibilità e dell'ossessione, introduce novità sconvolgenti nella sua poesia e le nasconde dietro il candore del fanciullino. Pascoli è l'unico grande poeta italiano che raccoglie l'eredità del simbolismo, ma non è un poeta maledetto o in conflitto con la società: egli conserva il ruolo di poeta vate.
Vita
Pascoli nacque a San Mauro in Romagna nel 1855; fu il primo di otto figli e suo padre era un amministratore di tenute dei principi Torlonia. Quando il poeta ha 11 anni il padre muore al ritorno da una fiera, in circostanze violente e non vengono trovati né un colpevole né un movente per questo delitto. Con la morte del padre la famiglia si disperde: la madre muore poco tempo dopo e poi muoiono tre fratelli per malattia, alcuni vanno in convento, altri in collegio, mentre altri lavorano per vivere. Questi avvenimenti traumatizzano Pascoli, anche se in realtà non cambia molto nella sua vita: egli studiava a Urbino dai padri Scolopi e lì rimase. Era uno studente molto dotato, soprattutto in latino e negli studi classici, infatti fu sì un grande poeta in italiano ma anche in lingua latina.
Nel 1873 si iscrive alla facoltà di lettere di Bologna ed entra a far parte della cerchia di Giosuè Carducci (docente universitario e uno dei più grandi poeti italiani). Nel 1879 è costretto a interrompere gli studi perché non riceve più sussidi, si avvicina all'internazionale del lavoro e frequenta gruppi anarchici. Questi contatti hanno conseguenze gravi, poiché viene arrestato in una retata e rimane in carcere per tre mesi. Una volta scarcerato riprende gli studi, nel 1882 si laurea e subito cerca lavoro. Per guadagnare inizia ad insegnare al ginnasio prima a Matera, poi a Massa e infine a Livorno. Quando raggiunge la stabilità economica chiama le sue sorelle Ida e Maria a vivere con sé per ricostruire il nucleo familiare che ha perso da bambino.
Con le sorelle ha una relazione quasi morbosa e quando Ida si sposa Pascoli ha una grave crisi di gelosia. Egli non si sposa e vive tutta la vita con Maria: i due hanno un rapporto morboso e ogni volta che uno cerca di sposarsi l'altro lo impedisce. Nel 1891 pubblica la prima raccolta intitolata Myricae, ottiene un grande successo e nel 1891 vince il primo premio ad un concorso di poesia latina ad Amsterdam e questa sarà la prima di una lunga serie di vittorie.
Pascoli, una volta raggiunta la notorietà, ha un miglioramento nelle offerte di lavoro, diventa docente universitario di lingua e letteratura latina a Bologna, Messina e Pisa e passa tutto il suo tempo libero a Castelvecchio di Barga, in Lunigiana, dove aveva acquistato una villa con un piccolo podere che doveva rappresentare lo sfondo ideale della sua vita durante l'infanzia. In questi anni si dedica ai suoi studi, vive con la sorella Maria e questo modo di vivere esprime la sua nostalgia. Scrive antologie scolastiche, 3 volumi di critica dantesca, partecipa a molte conferenze e stringe molte relazioni.
Compone poesie in italiano e latino e la sua notorietà aumenta notevolmente. Nel 1905 viene chiamato a Bologna per avere la cattedra di lingua e letteratura italiana, cattedra che era stata del suo maestro Carducci. Ha molto successo ma è amareggiato dal confronto con il maestro Carducci al quale si sente inferiore. Negli ultimi anni compone i Poemi italici, i Poemi del Risorgimento incompiuti e nel 1911 scrive due discorsi celebri: uno per i 50 anni dell'unità d'Italia e uno per celebrare e sottolineare la necessità della guerra di Libia. Muore a Bologna nel 1912 consunto da un cancro.
Personalità
Pascoli ci fornisce un particolare autoritratto, nel quale si dipinge come un eroe del dolore, un uomo forte che riesce a vincere le sventure e a conquistare un ruolo importante nel punto di vista morale e sociale. Dalla sua opera, però, in alcuni momenti traspare un'immagine diversa: Pascoli appare fragile, nevrotico suggestionabile, un uomo che tende ad ingigantire ogni difficoltà e a percepire il mondo che lo circonda come ostile e nemico. In alcune lettere queste paure appaiono come un profondo infantilismo che però non è estraneo alla poetica del fanciullino. La sua personalità è complessa, segnata dalla tragedia familiare: si sente orfano, è afflitto da una profonda nostalgia per la famiglia perduta e questo tema è ricorrente, espresso attraverso il simbolo del nido.
Il nido è il luogo dove si sta stretti, ci si scalda e ci si protegge reciprocamente dal mondo esterno. Anche la casa contadina rappresenta il nido, perché è il rifugio della poesia di Pascoli, dove ci si sottrae alle difficoltà, alle responsabilità, alla storia. Fuori dal nido la realtà è oscura e minacciosa sia dal punto di vista sociale che naturale. Subisce l'influenza del positivismo, dal quale deriva la visione materialistica dell'universo, però di fronte a questa realtà assume un atteggiamento di smarrimento e angoscia perché osserva questi meccanismi e si rende conto che non c'è modo di dare senso alla vita dell'uomo e alla sua morte.
Si potrebbe stabilire un parallelismo con l'inquietudine leopardiana, ma Pascoli manca della razionalità di Leopardi, rifiuta ogni consolazione, ma il suo rifiuto non è una sfida verso la realtà del tempo: l'atteggiamento di Pascoli è emotivo e nei confronti della natura ha un atteggiamento di sgomento, paura, atteggiamento che rientra nella crisi generale dell'ottimismo positivista. La natura è per Pascoli come una realtà animata da presenze inquietanti. Per Pascoli animali e cose mandano messaggi oscuri, avverte la presenza dei suoi cari defunti che ama ma teme, che assillano la tua immaginazione e lo chiamano a sé. Al pensiero dei suoi cari defunti si intreccia il pensiero della sua morte che lo sgomenta perché vede come annullamento totale.
Ma si perde nell'idea che la morte è ricongiungimento con i suoi cari e cerca di dare senso alla morte perché così si può ricreare il nido.
Idee politiche
Da giovane vive un'esperienza socialista ma questo è solo un periodo breve, per molto tempo si definisce socialista ma in un senso molto vago. Il suo socialismo è una religione umanitaria e questo è evidente nel suo costante appello alla pace universale tra gli uomini, spesso fa appello ad un sentimento di pietà che possa unire oppressori e oppressi. Per lui oppressori e oppressi si devono unire perché hanno un solo destino comune: la morte. È sostenitore della piccola proprietà privata, perché per Pascoli l'ideale è un contadino che vive del suo, che è attaccato alla casa e alla famiglia e che però è animato da un senso profondo di proprietà e il simbolo di questa proprietà è la siepe, idea che pubblica nel poema La siepe opera che dedica a D'Annunzio, che nello stesso anno nel discorso elettorale aveva esaltato la siepe.
Pascoli è consapevole che la piccola proprietà privata è parte del passato, perché il presente è interessato da un profondo cambiamento. La piccola proprietà privata è minacciata dal capitalismo finanziario e dal collettivismo socialista che vuole la proprietà privata. Osservando la realtà si rende conto che il conflitto tra grande e piccolo interessa anche le potenze ed egli identifica il capitalismo con l'imperialismo e questa tendenza potrà portare solo a esiti catastrofici, ossia la guerra. Si fa interprete dello smarrimento della piccola borghesia schiacciata dal conflitto e avviata al declino. Giungere ad una visione storica lucida e quasi professionale non per via razionali bensì per via intuitiva proiettando sulla storia lo sgomento che prova per l'universo.
Ben presto in contrapposizione ai suoi appelli per la pace, egli aderisce al nazionalismo in maniera convinta e aggressiva e questo è il proseguimento naturale del suo socialismo contadino trasformando il sano egoismo del piccolo proprietario terriero sul piano della collettività nazionale, diventa un esaltatore della politica coloniale di Crispi ed esulta quando viene decisa la guerra di Libia. Addirittura nel 1911 scrive La grande proletaria si è mossa, discorso in cui esprime il suo furore bellico. L'Italia è una nazione proletaria perché esporta proletariato nel mondo quindi deve imporsi in guerra che l'unico modo per rivalersi nei confronti delle nazioni ricche che sfruttano il lavoro degli italiani che si sono impadroniti del suo io coloniale questo discorso a grande risonanza e diventa componente del complesso ideologico del fascismo.
Poetica del fanciullino
Pascoli espone le sue idee nel saggio scritto tra il 1897 il 1903 intitolato Il fanciullino. Egli sostiene che il fanciullino è in tutti noi e rappresenta la memoria dell'infanzia, ciò che abbiamo conservato dell'innocenza dell'infanzia e della capacità di scoprire il mondo con occhi nuovi e di provare meraviglia. Solo il poeta può ascoltare la voce del fanciullino, anche se parla in lui come in tutti.
Attraverso l'allegoria del fanciullino Pascoli ci mostra la poesia come conoscenza eterna e libera dallo spessore storico e culturale; egli ha una concezione della poesia come lirica e pura, si avvicina ai grandi poeti simbolisti e anche all'idea che Benedetto Croce esprime nell'opera Estetica, Pascoli condivide l'idea di Croce che i momenti della vera poesia siano brevi anche nei grandi poemi, e questi devono essere isolati nel testo. Egli però si stacca dal simbolismo perché per Pascoli non è importante il lavoro.
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