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Parte prima: la spirale della crescita

Premessa

Il Novecento dei media si presenta con caratteristiche contraddittorie: da un lato, le successive onde di rinnovamento hanno coinvolto in modo ricorrente l'intero sistema; dall'altro il secolo è stato attraversato da alcune costanti (la più impressionante di esse è forse la continuità della crescita della comunicazione in tutti i suoi aspetti: nella diffusione dei media, nella loro moltiplicazione, e nel peso che le industrie dell'informazione hanno assunto nell'economia). Riassumiamo una ricostruzione delle rivoluzioni mediatiche avvenute nel Novecento:

La fase iniziale si manifesta ancor prima dell'inizio del “secolo breve” che si fa generalmente cominciare nel 1914: è un lascito di quel “lungo Ottocento”. Il Novecento agli albori cercava il segno forte della modernità e quindi della discontinuità, il progresso. Nelle speranze espresse nei testi letterari, possiamo leggere le prime manifestazioni di un'attesa messianica per la tecnologia di comunicazione e per le sue presunte potenzialità: allargamento della coscienza e progresso economico, liberazione politica e dialogo tra gli uomini.

Negli anni tra le due guerre, dopo il Primo conflitto mondiale, la comunicazione moderna diventava da un lato strumento di una tecnica di potere ritenuta imbattibile; dall'altro oggetto di nuovi studi sociologici e tecnici, alla ricerca di antidoti ai suoi usi più mortiferi. Proprio nell'ambito di queste ricerche nascevano le moderne “scienze della comunicazione” sul doppio binario dello studio sociale del pubblico e del suo comportamento, e della teoria cibernetica dell'informazione.

I decenni successivi al 1945 si sono posti sotto il segno di un medium simbolico e insieme straordinariamente potente, che sembrava riassumere tutti i termini delle due precedenti rivoluzioni mediatiche: domestico e audiovisivo, democratico e accentrato, elettronico e facile da usare, produttore di assuefazione ma senza effetti collaterali immediatamente percepibili.

Si è arrivati quindi, a metà degli anni settanta, a una fase finale del rinnovamento, resa duratura forse per il sovrapporsi di due diversi processi di trasformazione: l'uno dominato dalla “nuova” televisione, via cavo, via satellite e videoregistrata, l'altro dell'informatica personale e delle reti telematiche.

La spirale della crescita ha assorbito dentro di sé, e continua ad assorbire, numerose rivoluzioni a volte inavvertite, a volte sopravvalutate; queste dal canto loro hanno contribuito sia a conferire alla crescita il suo peculiare andamento, sia a condizionare la percezione che le diverse generazioni hanno avuto dei media. La crescita “a spirale” di tutte le forme di comunicazione è una delle grandi eredità che il Novecento ci ha lasciato: costituisce insieme un fatto storico, un'esperienza socialmente diffusa, un modello capace di forgiare le aspettative del futuro.

1. Il peso dei media

1.1. Implacabilità della crescita

Nel corso del secolo le innovazioni tecnologiche, l'espansione dell'economia capitalistica (in termini sia di sviluppo produttivo sia di penetrazione in aree nuove), le crescenti interdipendenze tra le diverse regioni del pianeta hanno portato, invariabilmente, a un potenziamento dei media. Si tratti di una crescita prima di tutto quantitativa.

1.1.1. Fino alla ridondanza, e oltre: la moltiplicazione dei media

Un primo fenomeno è la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione. Basti pensare alla varietà degli strumenti disponibili per l'ascolto di musica riprodotta. Nel primo quindicennio del Novecento c'erano solo il grammofono, il fonografo e i primissimi registratori magnetici a filo. Oggi ci troviamo a scegliere tra sei-sette tecnologie diverse per la registrazione dei suoni, che era stata un sogno irrealizzabile fino all'ultimo trentennio dell'Ottocento. Il calcolo diventa ancor più vertiginoso se teniamo conto delle tecnologie non solo audio che ci permettono anche di ascoltare musica riprodotta: dalla videocassetta al computer, al lettore DVD. Si sono parallelamente moltiplicati anche i codici, e il linguaggio verbale, orale e scritto, e a quello delle immagini fisse si è affiancato quello delle immagini in movimento; si sono ri-articolati i linguaggi musicali, e con Internet sono nati ancora nuovi codici basati sull'interattività.

1.1.2. La grande platea

Ma ancor più impressionante è la crescita della diffusione dei media stessi e del loro pubblico, quindi dell'accessibilità complessiva dell'informazione. Pensiamo per esempio agli apparecchi radio. Negli Usa la loro vendita cominciò subito dopo la Prima guerra mondiale, e crebbe considerevolmente tra il 1920 e il 1945, fino a raggiungere oltre il 60% delle abitazioni. All'inizio del nuovo secolo negli Usa si contavano più di due apparecchi radio per abitante, circa altrettanti in Australia, più o meno uno per abitante in Canada, Giappone e nei paesi dell'Europa occidentale, uno per ogni tre abitanti nell'area cinese e del Sud-est asiatico, più di uno ogni dieci abitanti nell'Africa sub-sahariana. La crescita degli apparecchi ha portato alla crescita del pubblico.

1.1.3. Crescere comunque

Meno immediatamente evidente, ma di grande rilevanza nella crescita dei media nel corso del Novecento, è anche la sua relativa indipendenza dai contesti politici. Le innovazioni della comunicazione nei periodi di guerra sono continuate anche nella fase di relativa pace che ha segnato la seconda metà del secolo, almeno in Europa occidentale. C'è da dire però che le tecnologie di pace sono state puntualmente riadattate a scopi bellici: dagli sviluppi dell'elettronica televisiva, che durante la Seconda guerra mondiale è stata rielaborata per le strumentazioni di controllo di aerei, carri armati, radar, fino all'adozione del computer portatile come dotazione di base dei combattenti statunitensi in Iraq e Afghanistan nei tardi anni Novanta. La televisione travalica i confini tra totalitarismi e democrazia, come quelli tra sviluppo e sottosviluppo.

1.1.4. La pluralità delle voci

Un altro processo è la crescita dei soggetti emittenti. Oggi decine, se non centinaia, di milioni di persone possono, ogni giorno, “pubblicare” propri interventi o addirittura servirsi di organi personali di comunicazione; allora la quasi totalità della comunicazione detta “di massa” era veicolata dalla stampa, e non solo la capacità di scrivere non era universale ma gli strumenti di stampa erano sotto il controllo di pochi gruppi, imprese, organizzazioni religiose, organizzazioni politiche e sindacali che parlavano “per” le masse. Nel Novecento la diffusione dell'istruzione obbligatoria ha gradualmente dato a una quantità crescente di persone la possibilità non solo di leggere il giornale ma anche di scrivere le proprie lettere, ed eventualmente i propri interventi in pubblico; la diffusione del telefono e poi del cellulare ha consentito il contatto simultaneo a distanza, personale e familiare; la moltiplicazione degli strumenti di stampa a buon mercato ha ridotto il peso di quegli oligopoli che negli interventi di Lenin e di Mussolini erano citati come prova dell'irrilevanza della libertà di stampa borghese per le grandi masse; la radio che ha consentito un ulteriore moltiplicarsi delle voci; poi Internet, con il boom della posta elettronica e in seguito con il fenomeno dei blog, ha fatto il resto.

Possiamo dunque dire che nel corso del secolo scorso si è avuta una crescita quantitativa in tutti gli aspetti del comunicare: si sono moltiplicati mezzi, soggetti fruitori, soggetti emittenti e interlocutori; lo sviluppo tecnologico e sociale dei media e della comunicazione sembra aver tratto forza e linfa da tutte le realtà politiche ed economiche del Novecento, dalle tendenze progressiste come da quelle reazionarie, dai progetti di inquadramento delle masse come da quelli di emancipazione della persona, dalla secolarizzazione ai revival religiosi.

1.2. Per la critica delle spiegazioni univoche

Una crescita così grandiosa, irrefrenabile e sostanzialmente ininterrotta può fare pensare a un processo lineare e unitario, riconducibile a un unico fattore. Queste proposte di lettura si rivelano sempre parziali, a volte fragili, e fanno presumere un processo di crescita stabile e regolare, mentre lo sviluppo della comunicazione nel secolo scorso è stato accidentato e stabile.

1.2.1. Gli effetti della tecnologia e il determinismo sociologico

La più diffusa tra le spiegazioni dello sviluppo dei media nel Novecento è tuttora quella che vede il motore della crescita nella tecnologia in quanto tale, secondo la convinzione per cui le innovazioni tecnologiche nascono dalla scienza, e dall'ingegnosità dei singoli (Edison, Marconi, Jobs), o al più dalla sete di profitto delle imprese (Philips). Rispetto a quest'interpretazione dello sviluppo è diffusa una posizione liquidatoria, radicata soprattutto tra sociologi e in alcuni settori della storia sociale, per cui la tecnologia è socialmente condizionata: perché un'invenzione si attui occorre da un lato che si trovino i mezzi per realizzarla, dall'altra che una volta effettuata essa venga adottata da alcuni gruppi di investitori e utenti, altrimenti resta inutilizzata e quindi “morta”. Il soggetto determinante non è quindi la tecnologia ma la società che la orienta secondo le proprie esigenze, o i detentori del potere economico e/o politico che ne fanno strumento per i loro disegni. L'errore che accomuna queste due posizioni sta nel non vedere che sia l'innovazione sia l'invenzione stessa sono parte di processi storici complessi e mai riducibili a formule uniche. Inoltre l'interpretazione determinista-sociologica resta fortemente radicata nel senso comune e anche nei paradigmi interpretativi più diffusi tra gli storici sociali dei media (idea che un medium, in quanto tecnologia in quanto sistema di abitudini e di regole, si affermi quando e poiché si manifesta una domanda sociale in tale direzione corrisponde al modello dominante nell'insieme delle scienze sociali, quello funzionalista).

1.2.2. Oltre il funzionalismo: da Lamarck a Darwin

Lamarck: idea di una tecnologia che si mette a disposizione della società quando e perché questa manifesta una certa esigenza implica un analogo intervento provvidenziale della società stessa, interpretata come motore onnipotente della propria vita materiale e culturale (domanda sociale).

Il paradigma darwiniano sottolinea la molteplicità delle forme di vita e i meccanismi di selezione, per cui tra i tanti tipi di animali nati in un certo ambiente tendono a sopravvivere quelli più adatti, per quanto difformi al ceppo originario. Significa dunque sottolineare che il processo di selezione storica delle tecnologie non favorisce necessariamente quella migliore sul piano strettamente tecnico, bensì quella su cui si stabilisce un più efficace compromesso tra le attività e le richieste dei diversi soggetti interessati. In chiave evoluzionistica e non lamarckiana, non possiamo parlare di una domanda sociale ma di una molteplicità di esigenze, di singoli e di gruppi, esigenze che muovono alla ricerca di ciò che può soddisfarle. Ma è un processo complesso, non lineare: ha molti soggetti, non è guidato da una causa unica, è almeno in parte imprevedibile nei suoi tempi, nelle sue dinamiche, nei suoi stessi esiti. È un processo storico.

1.2.3. Media e modernità

Un altro tipo di interpretazione univoca può essere individuato sotto l'etichetta complessiva di “modernità”: un universo individualizzato e desacralizzato, urbano e in perenne movimento, un universo senza credenze condivise, che valorizza il nuovo come bene in sé, e le relazioni instabili e provvisorie rispetto ai legami familiari comunitari. La modernità infatti allo stesso modo della cosiddetta post-modernità, se usata come categoria di tipo classificatorio ha una sua utilità, in quanto permette di sintetizzare e connettere fra loro alcuni tratti comuni e caratterizzanti di determinate fasi storiche (la tendenza all'individualismo, alla secolarizzazione, all'urbanizzazione), ma non spiega nulla, non indica quali siano i processi a cui si deve l'avvento di tali fenomeni, anzi in realtà non dimostra neppure che tra questi fenomeni esista necessariamente un legame unitario. Il generico nesso tra media e modernità può acquistare davvero senso dal punto di vista storico solo a condizione che lo si smonti in una serie di processi concretamente verificabili, quelli che legano lo sviluppo dei media moderni con l'individualismo, con l'industrializzazione, con il trionfo del mercato.

1.3. Il potere dei media

Un altro modo di pensare molto diffuso, soprattutto tra gli studiosi e gli intellettuali impegnati in una critica radicale del capitalismo, connette lo sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione alle esigenze di un sistema di potere, che può limitarsi, per imporre la propria volontà, all'uso della forza, e che deve costruire consenso nelle menti dei dominanti.

1.3.1. Comunicare per influenzare, comunicare per comandare

La teoria critica della scuola di Francoforte, che tra le prime riconobbe il carattere sistemico delle relazioni tra i media, ricondusse i mezzi di massa essenzialmente all'apparato di dominio politico-economico: dominio finalizzato, per un verso, a manipolare le menti a fini strettamente commerciali, per un altro a far cadere nell'individuo le difese nei confronti delle ideologie totalitarie. Alcuni dei fondatori della teoria del cultural studies (Williams) e dalla scuola di Birmingham, riconducono la forza e la crescita dei media alle esigenze di egemonia, anche culturale, dei ceti economicamente dominanti. Secondo queste interpretazioni, lo sviluppo della comunicazione di massa, che non casualmente è promosso da grandi imprese capitalistiche, è parte integrante del processo di perpetuazione del potere politico e soprattutto economico attualmente esistente. Vi sarebbe tra lo sviluppo dei media, lo sviluppo capitalistico e l'interiorizzazione crescente delle ideologie dominanti da parte dei soggetti, un nesso stretto e sostanzialmente univoco. Da questo punto di vista, sebbene sia indiscutibile che i grandi apparati politici ed economici siano stati tra i maggiori promotori delle tecnologie della comunicazione nel corso del secolo, è altrettanto indiscutibile che la difesa da tali apparati richieda non meno ma più comunicazione.

1.3.2. Una varietà di poteri

Anche a volerci limitare agli usi concreti e direttamente politici dei media dobbiamo parlare non di un potere ma di un quadro articolato di modi e modelli di influenza. Un'analisi ci ha permesso di distinguere quattro diversi modi in cui il controllo sul sistema dei mezzi di comunicazione o su una parte di esso può favorire l'azione di governo e insieme condizionarla. Quattro forme di uso e di controllo che comportano diverse strategie e tattiche di promozione dei media stessi, ricordando però che nella realtà storica effettiva le diverse forme di potere dei media si presentano spesso intrecciate, pur rimanendo distinte nelle dinamiche e nelle implicazioni.

  • Propaganda: i media in questa accezione si presentano soprattutto come strumenti di propaganda, capaci di agire direttamente, grazie all'uso di un linguaggio suggestivo e di un bombardamento incessante, sui modi di pensare delle popolazioni. Risulta inoltre difficile interpretare i meccanismi concreti del suo operare, al di là della brutale imposizione di un monopolio totale sulla comunicazione e dell'uso massiccio di rituali di coinvolgimento di tipo sacrale. D'altra parte la rapidità del distacco, della popolazione tedesca per esempio, dai valori a cui aveva così fanaticamente aderito dovrebbe pur insegnarci qualcosa sulla reale profondità di penetrazione del messaggio propagandistico: il potere della propaganda è soggetto a usura.
  • Capitale simbolico: è la funzione che il controllo dei maggiori media ha non tanto nel promuovere il consenso quanto nel segnalare le posizioni che i diversi soggetti occupano nella mappa dei poteri. L'esperienza storica sembra dimostrare che la funzione dei media è evidenziare al pubblico, e in particolare agli altri poteri politici ed economici, la posizione occupata dai diversi soggetti nella mappa complessiva del potere. I mezzi si presentano come un capitale simbolico, e ciascun potere più che di promuoverli sembra preoccuparsi di assicurarsene il controllo monopolistico.
  • Distribuzione di redditi e posti: fin dall'inizio del secolo scorso singoli, famiglie e intere comunità hanno affidato le proprie speranze di mobilità sociale proprio alle industrie della comunicazione; basti pensare alle telefoniste che in molti casi erano i primi membri delle famiglie operaie ad assumere un ruolo impiegatizio, oppure ai giovani piccolo-borghesi con aspirazioni intellettuali, i quali si davano infatti alla carriera giornalistica per arrivare alla letteratura, o a fare politica, o semplicemente a fare sentire la loro voce. Nel corso del secolo si sono moltiplicate le domande di posti nel cinema, nella radio, nella televisione, nell'editoria, ma mano che il livello dell'istruzione media cresceva e cresceva il desiderio di lavori creativi. Il potere dei media è anche possibilità di offrire impiego e di creare così forme di dipendenza clientelare, tanto più significativa in quanto si tratta non solo di redditi ma di posizioni particolarmente ambite.
  • Un potere in sé?: i media esistenti in un certo paese in una fase storica contribuiscono in modo consistente a definire la collettività, a fissarne i confini in termini anche geografici, a rappresentare la rete dei rapporti sociali.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Media: storia e teoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Ortoleva Peppino.
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