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Crisi del '29

Appunto molto approfondito sulla crisi del '29 che descrive la xenofobia, il proibizionismo, il big crash, il giovedì nero e spiega come affrontarono la crisi i singoli Stati

E io lo dico a Skuola.net
La crisi del '29
Gli anni ruggenti: la crescita della produzione e dei consumi
Tra il 1922 e il 1928 gli Stati Uniti conobbero una crescita economica senza precedenti nella loro storia. La produzione industriale salì del 64% (contro il 12% del decennio precedente).
Non si trattò, tuttavia solo di un balzo in avanti quantitativo, ma di una trasformazione qualitativa dovuta al diffondersi della seconda rivoluzione industriale: ciò significò produzione di massa in tutti i settori, da quello automobilistico a quello tessile, alimentare, ecc. Per assorbire questa produzione di massa occorreva creare dei consumatori di massa, ossia occorreva che tutti i cittadini acquistassero i beni prodotti. A dare un notevole impulso in questa direzione provvidero in particolare tre elementi:
1) la diffusione delle innovative tecniche pubblicitarie;
2) il successo delle nuove forme di distribuzione, tra cui soprattutto i grandi magazzini;
3) la possibilità di pagamenti rateali, che rendevano l'acquisto dei prodotti accessibile anche alle famiglie meno abbienti.
Negli Stati Uniti, alla fine degli anni Venti, circolava un'automobile ogni 5 abitanti (mentre in Europa il rapporto era di 1 a 85); la metà della popolazione americana possedeva un ferro da stiro, il 15% la lavatrice, un tostapane, un ventilatore.
Sul mercato approdarono altri prodotti destinati a rivoluzionare la vita quotidiana, come il cellofan, la gommapiuma. Di grande rilievo, anche per gli effetti culturali, fu poi la diffusione della radio: negli Stati Uniti nel 1922 c'erano 400.000 ricevitori; nel 1928, 8 milioni. Anche l'elettrificazione del paese procedeva spedita, stimolata dalle esigenze delle industrie e dai consumi privati: nel 1929 il 63 % della popolazione usufruiva dell'energia elettrica.
L'impressione di consumi accessibili a tutti e di una diffusione del benessere apparentemente senza fine diffondeva entusiasmo nella nazione. Gli Stati Uniti desideravano dimenticare i sacrifici della guerra. Volevano distrazioni e divertimenti: non a caso trionfarono il jazz ed i night club. Questi anni sono passati alla storia come «i ruggenti anni Venti»
Dopo la guerra gli Stati Uniti erano diventati la prima potenza mondiale ed avevano raggiunto livelli di ricchezza molto più alti dell'Europa. Crebbe così tra i cittadini, posti in questa situazione di privilegio, il rifiuto di un intervento politico a favore dell'Europa e dell'ordine internazionale.
Un nuovo impegno americano avrebbe potuto portare altre guerre ed altri sacrifici, minacciando il benessere raggiunto dalla nazione.
Il repubblicano Warren Harding vinse le elezioni presidenziali del 1920 con un programma che raccoglieva ed amplificava queste istanze.
Il Senato si era già rifiutato di ratificare il Trattato di Versailles, e gli Stati Uniti non erano entrati a far parte della Società delle Nazioni promossa da Wilson. Il presidente democratico aveva così visto fallire il suo progetto di una presenza costante ed influente degli Stati Uniti sulla scena politica mondiale. Con la vittoria repubblicana si affermò un orientamento isolazionista secondo cui il paese doveva badare esclusivamente alle questioni di politica interna, o al massimo curare i propri interessi nell'area del Pacifico.
La xenofobia
La volontà di difendere il benessere raggiunto e l'ordine sociale fece crescere negli Statunitensi l'intolleranza nei confronti del «diverso», soprattutto verso gli stranieri. È vero che tra gli immigrati numerosi erano i disperati pronti a compiere azioni criminose pur di arricchirsi in fretta. Ed è innegabile che tra gli europei sbarcati negli Stati Uniti erano molto diffuse idee rivoluzionarie o anche solo progressiste, ritenute comunque pericolose! Tuttavia, il pregiudizio condusse molti Americani ad identificare «europeo» con «sovversivo». Aumentò così l'ostilità nei confronti degli immigrati; anche nei confronti di chi non era di religione protestante (ebrei e cattolici abbondavano tra gli europei). Nel 1924 una legge stabilì che sarebbero stati ammessi nel paese soltanto 3800 Italiani, contro i 42000 dell'anno precedente. Emblematico fu poi il caso Sacco eVanzetti. I due, che erano anarchici ed Italiani, vennero condannati a morte nel 1921 per una rapina conclusasi con un omicidio. Le prove dimostravano evidentemente la loro innocenza, e un'ampia parte dell'opinione pubblica si schierò per la loro assoluzione. Ciononostante, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati nel 1927.
Significativa è, anche la crescita di consensi del famigerato Ku KluxKlan (una società segreta razzista), che riguardò tutti gli Stati Uniti: al contrario di quanto si può pensare, nel 1924 solo il 16% degli iscritti abitavano ne¬gli Stati del Sud.
II proibizionismo
Risente in qualche modo di questi sentimenti di intolleranza nei confronti dello straniero anche la legge che aprì negli Stati Uniti la stagione del proibizionismo, cioè il divieto di vendere e consumare alcolici. Grandi bevitori erano infatti gli Irlandesi (tra l'altro a stragrande maggioranza cattolica) e i Tedeschi, appena sconfitti nella prima guerra mondiale.
Il provvedimento, votato già nel 1919, fu poi reso esecutivo nel 1921 dai repubblicani.
La legge si rivelò controproducente. L'alcolismo, infatti, non fu sconfitto, mentre prosperò la criminalità organizzata, i cui capi, i gangster, accumulavano grandi profitti attraverso la produzione clandestina e il contrabbando degli alcolici, e illudevano i controlli corrompendo i funzionari pubblici.
Particolarmente famosa, tra i gangster, divenne l'altro immigrato italiano Al Capone.
Nel 1933, visti i disastrosi risultati della campagna proibizionista, la legge fu abolita.
Il big crash
La politica dei repubblicani:
I repubblicani conquistarono e mantennero lungo tutti gli anni Venti la presidenza degli Stati Uniti sulla base di un programma economico di stampo classicamente liberista: il potere politico doveva fare un passo indietro di fronte agli interessi privati. Per favorire gli investimenti:
* ridussero al minimo le imposte dirette (che colpiscono i redditi) ed aumentarono quelle indirette (che gravano sui consumi e toccano quindi tutti gli acquirenti, ricchi e poveri, allo stesso modo);
* diminuirono la spesa pubblica, rinunciando ad attivare programmi di assistenza per le classi più povere;
* mantennero basso il tasso di interesse: tale provvedimento rendeva più agevole per le aziende l'accesso al credito, ed aumentava la circolazione monetaria, ma alimentava anche la speranza di una crescita economica infinita;
* rinunciarono a qualsiasi forma di regolazione dell'economia e in particolare al controllo sulle grandi concentrazioni finanziarie ed industriali nascenti. L'aumento della produttività aveva infatti indotto una crescita della concorrenza. Per reagire al calo dei profitti, le imprese accelerarono il processo di concentrazione in cartelli produttivi. Si trattava di monopoli ed oligopoli che consentivano alle grandi aziende di spartirsi le quote di mercato, fissare i prezzi e le quote di produzione, ed in generale di aggirare i rischi della libera concorrenza. Nel 1909, 200 società controllavano il 30% del capitale industriale e commerciale. Nel 1929 la quota era salita al 50%. Alla fine degli anni Venti, inoltre, l'1% della popolazione americana disponeva del 30% della ricchezza nazionale.
II boom della Borsa
II prezzo delle azioni delle società quotate in Borsa tendenzialmente cresce quanto più sono ottimistiche le previsioni dei profitti e quanto più basso è il tasso di interesse.
Nel corso degli anni Venti, il numero e il prezzo dei titoli trattati negli Stati Uniti crebbero ad una velocità impressionante.
Nel 1925 si trattavano alla Borsa di New York 500000 azioni, nel 1928 circa 757000, oltre 1100000 nei primi mesi del 1929. Contemporaneamente il valore medio dj questi titoli, fissato a 159 punti nel 1925, volò a 300 nel 1928, e a 381 nella prima metà dell'anno seguente: in sin-3 tesi tra il 1927 ed il 1929 il valore delle azioni raddoppiò.
II miraggio di guadagni facili e rapidi fece diventare l'investimento in Borsa un fenomeno di massa. I piccoli risparmiatori agivano ormai in base a principi puramente speculativi: acquistavano le azioni per rivenderle poco dopo incassando la differenza, e non erano interessati ad investimenti su tempi lunghi. Acquistare le azioni, d'altronde, era assai poco impegnativo: il compratore pagava solo una parte dei titoli e prendeva il resto a prestito, dando in garanzia le azioni stesse. Con il guadagno realizzato in breve tempo, contava di rendere il denaro riuscendo comunque a racimolare un discreto profitto.
Segnali di crisi
Se si fosse osservata con attenzione la situazione reale dell'economia, difficilmente si sarebbe caduti nell'illusione di una crescita infinita. È vero che un numero sempre più consistente di consumatori aveva accesso a beni che fino a poco tempo prima erano considerati di lusso. Ma continuavano ad esistere ampie fasce sociali in condizioni di povertà e sofferenza. Nell'agricoltura, per esempio, milioni di agricoltori dell'Est si dovevano confrontare con un calo inarrestabile dei prezzi. Anche i salari degli operai erano cresciuti ad un ritmo molto più blando dei profitti e della produzione. D'altronde all'inizio degli anni Venti, il potere dei sindacati era crollato. Nella volontà di difendere con intransigenza l'ordine, le agitazioni operaie furono represse duramente. L’American Federation of Labour (AFL) s'indebolì e per molti operai venne meno la possibilità di essere tutelati nelle rivendicazioni salariali. Ampie fasce di consumatori americani, dunque, avevano visto calare il loro potere d'acquisto e non erano in grado di assorbire la crescente produzione dell’industria nazionale. Infine, i beni di consumo durevoli (come gli elettrodomestici cui si è fatto riferimento), per loro natura, poco si prestano ad un ricambio frequente. L'aumentata produttività portò quindi in breve ad una saturazione del mercato.
Insomma, molti segnali avrebbero dovuto far temere una crisi di sovrapproduzione per l'economia americana, ma nessuno se ne preoccupò.
Il «giovedì nero»
La produzione industriale, che in alcuni settori aveva subito una battuta d'arresto già nel 1927, ebbe nell'estate del 1929 un rallentamento generalizzato. Eppure i titoli continuavano a salire. Il loro valore non rispecchiava più lo stato economico delle aziende: era solo il frutto di un intenso movimento speculativo. L’euforia speculativa della Borsa di New York si incrinò improvvisamente nell'autunno del 1929. Il timore che le quotazioni azionarie gonfiate fossero destinate ad un calo imminente spinse molti operatori a liquidare i propri titoli. Il panico si diffuse sul mercato: il 24 ottobre, il «giovedì nero», furono ceduti 13 milioni di azioni, il 29 oltre 16 milioni. Il valore delle azioni, di cui tutti ormai cercavano di liberarsi, crollò in breve tempo, con un ribasso che pareva inarrestabile. Fatto 100 l'indice del valore del mercato azionario nel settembre 1929, esso profondò a 15 nel giugno 1932. Molte fortune vennero polverizzate nell'arco di pochi giorni, con conseguenze |catastrofiche sul piano individuale.
Il crollo dell'economia
La crisi borsistica produsse una serie di effetti a catena. I risparmiatori che avevano acquistato a credito i pacchetti azionari, confidando nelle opportunità offerte dal gioco speculativo, non poterono più far fronte agli impegni. Gli. agenti di borsa, a loro volta, si erano indebitati con le banche, e dovettero denunciare la propria insolvibilità, Gli effetti del crollo di Wall Street, dunque, si trasmisero al sistema creditizio. Molte banche dovettero chiudere scatenando il panico tra i risparmiatori. I correntisti, temendo l'azzeramento dei propri depositi, si affrettarono a ritirarli, riducendo così ancor più la liquidità a disposizione degli istituti di credito. Questi d'altronde, in previsione di tempi difficili, tentavano di trattenere le proprie riserve e concedevano prestiti solo in casi eccezionali.
Il risultato fu una gigantesca diminuzione della liquidità con una serie di gravi conseguenze sul piano dell'economia reale.
Le aziende, non potendo più accedere al credito per gli investimenti, riducevano la produzione, tagliavano i salari e licenziavano. Nel 1932 la produzione industriale scese di 10 punti percentuali rispetto a 5 anni prima, mentre il numero dei disoccupati giunse alla cifra esorbitante di quasi 14 milioni. La disponibilità finanziaria delle famiglie americane subì dunque una caduta verticale, aggravata dall'impossibilità di accedere ai mutui edilizi e di realizzare acquisti a rate.
Il crollo della domanda complessiva che ne conseguì determinò un'ulteriore contrazione della produzione industriale.
Le scelte degli Stati Uniti rispetto al sistema internazionale
Gli studiosi concordano ormai nel segnalare le incertezze della politica finanziaria americana tra le cause del prolungarsi della crisi. La Federal Reserve Bank (l'equivalente statunitense della Banca Centrale Europea) avrebbe dovuto abbassare drasticamente il tasso di interesse. In alternativa, le autorità monetarie avrebbero potuto suggerire di abbandonare la parità con l'oro, lasciando così che il dollaro si svalutasse. In questo modo si sarebbero raggiunti due risultati:
* diminuendo il valore del denaro, si sarebbe favorito l'aumento della circolazione monetaria, e dunque il rilancio dei crediti, degli investimenti e dell'economia in generale;
* il calo del dollaro, aumentando il potere d'acquisto delle valute estere, avrebbe avvantaggiato le esportazioni americane. Si sarebbe così ridato ossigeno ad un mercato strozzato dal progressivo ribasso della domanda.
II presidente repubblicano Herbert Hoover rifiutò di sganciare il dollaro dalla parità con l'oro, per timore di un'impennata inflattiva e di un aumento del deficit statale. Contemporaneamente, il governo approvò (1930) un provvedimento rigidamente protezionista, lo Smoot-Hawley tariff act, nonostante l'opposizione di molti economisti statunitensi.
Gli Stati Uniti rinunciarono così a qualsiasi ruolo di re¬golazione del sistema economico internazionale, preoccupandosi unicamente di difendere la loro economia. Tale politica sul medio periodo si rivelò miope.
* Gran Bretagna, Francia e Italia
Nel settembre 1931, la Gran Bretagna decise di abbandonare il gold standard, cioè il rapporto di convertibilità diretta fra la sterlina e l'oro, e di svalutare la propria moneta per rendere le proprie merci nuovamente competitive.
L'anno successivo, inoltre, abbandonando la secolare tradizione legata al liberismo, la Gran Bretagna creò un sistema di «preferenze imperiali» che favoriva i prodotti inglesi sui mercati coloniali del Commonwealth.
La Francia, invece, scelse di difendere la convertibilità della valuta nazionale in oro, essenzialmente per questioni di prestigio. Fu adottata dunque una linea decisamente deflazionistica, che penalizzerà le esportazioni francesi e ritarderà la ripresa economica fino al 1937.
In Italia la crisi del 1929 segnò un'accentuazione del protezionismo e dell'intervento dello Stato nell'economia: nella sostanza accelerò il passaggio alla politica autarchica che il fascismo varò nel 1934.
La Germania di fronte alla crisi
La Germania non poteva reagire alla crisi, come aveva fatto la Gran Bretagna, con una svalutazione della moneta nazionale. Troppo recente e bruciante era il ricordo della terribile inflazione che aveva prostrato il Paese tra il 1923 e il 1924. Il cancelliere Heinrich Briining, anzi, perseguì una politica deflazionistica, fatta di contenimento della spesa pubblica e di compressione dei salari. In seguito a queste scelte la Germania si trovò indifesa di fronte alle aggressive politiche commerciali della comunità internazionale e subì un aggravamento della recessione.
Gli Stati Uniti, d'altronde, nell’infuriare della crisi avevano sospeso i crediti internazionali. Nel luglio del 1931 così fallirono alcune grandi banche tedesche (Darmstàdter Bank e National Bank). La Germania era dunque strangolata dall'impossibilità di reggere la concorrenza straniera e dall'interruzione dei flussi creditizi dagli Stati Uniti. Nel 1932 la Conferenza di Losanna ratificò l'impossibilità da parte tedesca di fare fronte alle onerosissime riparazioni di guerra.
L'agguerrita politica estera di Hoover, dunque, non procurò vantaggi agli Stati Uniti sul piano commerciale e contemporaneamente causò la perdita dei crediti che il paese vantava nei confronti della Germania.
L'elezione di Roosevelt
Nel 1932, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il presidente repubblicano Hoover era considerato troppo legato ai grandi esponenti dell'imprenditoria e della finanza che venivano additati come i principali responsabili del crollo di Wall Street. Il candidato democratico, Franklin Delano Roosevelt, impostò la propria campagna su un'immagine seccamente alternativa a quella di Hoover. Roosevelt promise una politica meno supina agli interessi dei ceti più abbienti e più attenta alle esigenze ed alle speranze della gente comune. Inoltre, invitò gli Americani a mobilitarsi e ad avere fiducia nel futuro e nelle prospettive del paese. Egli stesso, colpito a quasi quarant'anni da un grave attacco di poliomielite agli arti inferiori, ne aveva recuperato l'uso parziale e sembrava incarnare, con la sua forza di volontà, lo spirito combattivo che intendeva infondere nei propri elettori. La vittoria di Roosevelt, nel novembre del 1932, fu nettissima: a lui andarono infatti 22,8 milioni di voti contro i 15,7 di Hoover. Mai nessun presidente democratico era stato eletto con un divario così ampio di suffragi.
II «New Deal»
Il nuovo presidente costituì innanzitutto un brain trust («consorzio di cervelli»), un gruppo di ricercatori e specialisti con il compito di approntare un programma politico e sociale utile a far uscire il paese dalla crisi. I termini della questione erano chiari. Le banche, dissestate dalla crisi, non concedevano più prestiti alle imprese, che non potevano investire e licenziavano. La popolazione, senza lavoro o privata della possibilità di accedere al credito, riduceva i consumi e spingeva le imprese a diminuire ulteriormente il personale. In primo luogo, dunque, era necessario rilanciare gli investimenti delle aziende e i consumi dei cittadini. Alcuni collaboratori del presidente ritenevano che si dovesse adottare una politica di spesa pubblica a favore di imprese e consumatori, anche a costo di un aumento dell'inflazione e del deficit statale. Altri proponevano una strada più prudente, attenta alla stabilità monetaria. Roosevelt seguì una linea politica di grande pragmatismo: di volta in volta vennero privilegiate le soluzioni che parevano più indicate in relazione ai diversi problemi.
In ogni caso, venne abbandonato il dogma liberista secondo cui il mercato ha la capacità di riequilibrare spontaneamente, senza interventi esterni, le situazioni di crisi. Si scelse invece una politica di intervento da parte dello Stato, mirata ad innalzare il reddito pro capite, a rafforzare la domanda e a ridurre le sperequazioni sociali. Era questa l'essenza del «New» Deal», il nuovo corso che Roosevelt voleva realizzare.
Gli interventi indiretti
Nei primi «cento giorni» di febbrile impegno, il governo Roosevelt varò una serie di provvedimenti che miglioravano, direttamente e indirettamente, le condizioni delle attività produttive e quindi delle famiglie americane. Furono questi i principali interventi indiretti.
* La riforma del sistema creditizio e lo sganciamento del dollaro dalla parità con l'oro: la moneta americana, non più legata ad un rapporto fisso con le riserve auree, poteva essere svalutata. In questo modo venivano favorite le esportazioni, e si utilizzava il mercato estero come sbocco per la sovrapproduzione statunitense.
* L'emanazione di una legge, L'Agricultural Adjustement Act (AAA), che concedeva premi in denaro a quei coltivatori che avessero limitato i propri raccolti. Con questo provvedimento si intendeva contrastare la sovrapproduzione che, nel settore agricolo, determinava ormai dai primi anni Venti un crollo dei prezzi.
*Il National Industriai Recovery Act-(NIRA), decreto con cui Roosevelt imponeva alle aziende un codice di disciplina produttiva. In particolare, sottoponeva gli imprenditori ad una serie di accordi vincolanti, allo scopo di limitare la produzione e di porre dunque un freno alla caduta dei prezzi; contemporaneamente, tale legge imponeva alle imprese la rinuncia al lavoro infantile e al lavoro nero, l'accettazione di minimi salariali e la definizione di un orario di lavoro comune.
Il varo di una riforma fiscale che prevedeva criteri di tassazione progressivi, quindi aliquote più elevate per i redditi più alti. La promulgazione del Vagner Act, che sanciva il diritto all'organizzazione sindacale, il diritto di sciopero e soprattutto il principio della contrattazione collettiva.
Ma lo Stato svolse anche un ruolo diretto nel rilancio nell'economia. Non solo creò le condizioni per una ri-ripresa produttiva, ma fornì esso stesso lavoro a milioni di disoccupati americani, con una serie di importanti iniziative.
Venne istituita la Tennessee Valley Authority (TVA), agenzia con il compito di sfruttare al meglio, tramite una serie di opere (tra cui la costruzione di imponenti dighe) le risorse idroelettriche del bacino del Tennessee.
Più tardi fu creata la Works Progress Administration (WPA), agenzia che impiegò 8 milioni di persone, impegnate presso gli enormi cantieri che sorgevano ovunque, nei grandi bacini idroelettrici del Colorado come nel parco di Yellowstone. In generale, poi, si perseguiva un progetto di sistemazione del territorio tramite un vasto programma di opere pubbliche (ponti, strade...). Diversi furono i vantaggi di queste misure: trovarono lavoro 2,5 milioni di disoccupati e l'agricoltura e l'industria poterono disporre di energia elettrica a prezzi bassi. Altro provvedimento particolarmente innovativo fu il Social Security Act. Con esso, Roosevelt imponeva la creazione di un moderno sistema pensionistico e assistenziale, che prevedeva sussidi di disoccupazione ed in generale una protezione sociale di cui i lavoratori americani erano stati fino ad allora sprovvisti. Il sistema era finanziato in parte dal Tesoro, ma soprattutto dai prelievi sui profitti degli imprenditori e sui salari degli operai.
Le elezioni dei 1936
L'uscita dalla crisi fu lenta: nel 1934 i disoccupati erano ancora 11 milioni. Inoltre i benefici dei provvedimenti sociali non ricaddero con uniformità su tutti i gruppi sociali: ne rimanevano esclusi, per esempio, i neri e le donne. Per questo il successo ottenuto dal «New Deal» presso l'opinione pubblica americana non può essere compreso a fondo se non si tiene conto del grande carisma di Roosevelt. Fin dalla campagna elettorale egli aveva puntato molto sull'instaurazione di un rapporto diretto, di fiducia, con i cittadini statunitensi. Durante il mandato Roosevelt accentuò la propria immagine di leader forte e rassicurante, capace di stabilire con le masse un contatto familiare e di infondere coraggio e speranza nella popolazione. Famose divennero le «chiacchierate al caminetto», conversazioni radiofoniche con cui il presidente illustrava settimanalmente ai cittadini lo stato dell'Unione. Alle elezioni presidenziali del 1936 il successo della linea politica di Roosevelt fu schiacciante: il presidente ottenne il 60,2% dei voti contro il 36,5 del candidato re¬pubblicano Alfred Landon.
L'opposizione dell'America conservatrice
II programma rooseveltiano trovò naturalmente anche molti oppositori. L'ingerenza dello Stato nell'economia aveva subito determinato l'insofferenza dell'élite imprenditoriale e finanziaria. Le grandi lobby erano nettamente contrarie ad una politica pubblica di controllo economico (dei cambi, dei prezzi, delle banche) o di creazione diretta di posti di lavoro. Le imprese, infatti, sfruttavano la disponibilità di un'ampia riserva di disoccupati per tenere bassi i salari e per imporre una rigida disciplina ai lavoratori.
Toccò alla Corte suprema diventare il riferimento di tutti coloro che si opponevano alla politica rooseveltiana. La Corte, massimo organo giudiziario americano, era dotata del potere di valutare la costituzionalità delle leggi approvate dal Congresso.
Sede tradizionale degli interessi dei conservatori, la Corte respinse i decreti più sfavorevoli ai potentati economici, giudicandoli contrari ai dettami della Costituzione. Le leggi volute da Roosevelt, secondo i giudici, limitavano la libera iniziativa in campo economico e prefiguravano un'eccessiva intromissione dello Stato nella vita dei cittadini. Roosvelt, forte del successo elettorale ottenuto nel 1936, si appellò al popolo indicando nella Corte suprema l'organo rappresentante dei ceti più abbienti, che si opponevano ad un programma di redistribuzione della ricchezza. II contrasto fu accesissimo e si concluse solo nel 1937, quando Roosevelt riuscì a sostituire alcuni giudici con elementi più favorevoli alle proposte della sua amministrazione.
I risultati generali del «New Deal»
II «New Deal» modificò significativamente il rapporto tra Stato e società, tra politica ed economia. A partire dagli anni Trenta, negli USA si gettarono le basi del cosiddetto welfare state (o «stato del benessere»), un sistema in cui lo Stato assicurava dei diritti primari ai cittadini, come quello all'assistenza per chi si trovava in condizioni di povertà o quello ad una vecchiaia dignitosa garantita da una pensione. In precedenza, negli Stati Uniti, decisioni in materia di assistenza e previdenza sociale erano affidate alla discrezionalità dei singoli Stati e delle singole città.
La crescita del welfare e la nascita delle agenzie statali Addette alla creazione di posti di lavoro determinarono un fenomeno fino ad allora sconosciuto agli Americani: l'espansione dell'amministrazione pubblica e della burocrazia. Mutò il rapporto tra lo Stato e l'economia. Nonostante le affermazioni dei liberisti più accaniti, l'intervento statale sotto il «New Deal» non aveva nessuna intenzione di sostituire l'iniziativa privata. Con le sue misure, tuttavia, il potere pubblico si proponeva come elemento di regolazione del sistema economico, destinato altrimenti a creare forti tensioni sociali.
* Si modificò radicalmente la concezione del ruolo dei sindacati: Roosevelt non li considerò pericolosi antagonisti del capitalismo, da combattere ed eliminare. Prese atto che i sindacati rappresentavano ampie fasce sociali e ne fece dei legittimi e significativi interlocutori politici: in questo modo potevano essere utili per canalizzare in forme istituzionali il conflitto sociale che Roosevelt riteneva inevitabile. I sindacati, inoltre, costituivano uno strumento di redistribuzione del reddito, e quindi erano funzionali al programma presidenziale di sostegno alla domanda.
Un bilancio economico
I mutamenti introdotti dal «New Deal» nella società americana suscitarono giudizi discordi. I risultati strettamente economici, invece, non furono entusiasmanti. I disoccupati, stimati nel 1932 intorno a 12,5 milioni, scesero a 7,5 nel 1937, per risalire nel 1938, a 10. Nel 1940 erano ancora 8 milioni, e la quota dei senzalavoro sarà riassorbita in misura decisiva solo durante la seconda guerra mondiale, con l'industria bellica a pieno regime. Tuttavia gli Americani - ma anche gli osservatori del resto del mondo - percepirono l'età rooseveltiana come un periodo caratterizzato da grande speranza e ottimismo, e come una fase in cui la politica aveva saputo dare risposte efficaci alla crisi economica e alle difficoltà dei cittadini.
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