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1800 e 1900: contesto storico

Il periodo che precede la prima guerra mondiale, anche se raccoglie in pace i frutti del secolo liberale, in realtà mette in conflitto le grandi borghesie industriali europee che ormai si erano spartite il mondo come in una sorta di condominio coloniale.
Segnatamente in Inghilterra, Germania e Francia si registrò una corsa sfrenata alla conquista di possedimenti coloniali e di nuove zone di influenza. Il colonialismo, infatti, assicurando ai Paesi industrializzati il controllo delle materie prime e dei mercati internazionali, condizionava l’imperialismo, che non era soltanto sete di potere militare e politico, bensì soprattutto imperialismo economico, dominio consolidato di un più vasto mercato e di una più vasta zona di sfruttamento.
Affermava Lenin nel suo saggio del 1917: “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. L’imperialismo è il capitassimo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei grandi monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terreste tra i più grandi Paesi capitalistici”.

Ora, poiché le grandi potenze europee, Inghilterra, Francia e Germania, tendevano alla conquista di sempre più vasti mercati e di più ampie zone di sfruttamento per dar vita alla crescente macchina industriale, appariva chiaro che il loro scontro frontale, una volta o l’altra, passasse sul piano della guerra per la sopravvivenza.
Il sentimento di nazione, che nel primo Ottocento aveva avuto una connotazione di patriottismo ideale e democratico, degenerò in questi anni in culto feticistico della singola nazionalità, esprimendosi nella tendenza ad imporre il primato nazionale sugli altri Paesi.
Il nuovo modello imperialistico di espansione trovava la propria giustificazione teorica nell’ideologia del positivismo, cioè nella dottrina della “struggle for life” (lotta per la vita), come anche in alcune tendenze della cultura irrazionalistica, che si affermò negli anni ottanta e nel primo decennio del XIX secolo, quale la terrorizzata “volontà di potenza” di Nietzsche, banalmente travisata in accezione imperialistica e colonialistica.
Crollato, o almeno contestato, il sistema dei valori radicati nella cultura dell’Ottocento, in un mondo divenuto “vasto e terribile”, come scrisse R. Kipling, apostolo dell’imperialismo britannico, solo la forza e la potenza sembravano offrire garanzie di salvezza.
Anche l’Italia non rimase estranea alla ventata irrazionalistica, avventurandosi a procurarsi nell’Africa orientale un “polmone” alla eccedenza della popolazione. L’impresa coloniale italiana fu segnata dalla micidiale sconfitta di Adua del 1896, che provocò la caduta del governo Crispi, l’alfiere del prestigio politico dell’Italia. Anche sotto il governo Giolitti venne ritentata l’impresa colonialistica con la spedizione in Libia del 1911-12 che, sollecitata soprattutto dai gruppi finanziari e dai nazionalisti, si risolse nella conquista di uno “scatolone di sabbia”.
Le cause della prima guerra mondiale vanno dunque ricercate nei contrasti, soprattutto economici ed industriali fra Germania e Gran Bretagna, ma non vanno dimenticati neppure quelli nazionalistici tra Francia che, voleva la rivincita contro le sconfitte di Sédan da parte della Germania ed etnie, fra panslavismo (della Russia) e pangermanesimo degli Imperi centrali. I Balcani, di cui facevano e fanno parte la Serbia e la Bosnia, da secoli erano ritenute un territorio strategicamente ed economicamente importante tanto dall’Austria quanto dalla Russia. La Serbia d’altra parte aspirava a costruire uno Stato indipendente e sovrano unitario con gli slavi.
Per comprendere, quindi, le cause dello scoppio della prima guerra mondiale bisogna tener conto di un complesso di elementi che vanno da questioni economiche e industriali a persistenti nazionalismi, da contrasti religiosi e di etnie ad aspirazioni dinastiche di allargamento dei propri domini, da riflessi di competizioni coloniali che si svolgevano in altri continenti all’accresciuta pressione demografica. Né si possono trascurare tensioni e conflitti sociali interni che gli Stati nazionali e sopranazionali tendevano a scaricare sul “nemico eterno” tanto da fare desiderare la guerra. In questa situazioni l’uccisione di Francesco Ferdinando a Sofia ebbe l’effetto di un fiammifero gettato in una polveriera.
E così dopo un quarantennio di pace (1870-1914), la storia europea sfociò nella prima guerra del 1914-1918. Era uno sblocco ineluttabile. Il precario equilibrio tra gli Stati poggiante sulla coesistenza di due blocchi: da un lato la Triplice Alleanza, stipulata nel 1882 tra Germania, Austria e Italia; dall’altra la Triplice Intesa, costituitasi nel 1907, tra Inghilterra, Francia e Russia – era minato alle fondamenta delle forti spinte imperialistiche, dai virulenti nazionalismi, dalla febbre di rinvenire nuovi mercati alla produzione industriale; inoltre c’erano rivendicazioni territoriali, nonché l’emergere di una cultura, che vedeva nella guerra un valido strumento di maturazione e di rinnovamento politico, sociale e morale per un mondo stagnante nella mediocrità e nell’indifferenza.
La guerra, dunque, come esito di “un accumularsi di fattori intellettuali, sociali, economici e perfino psicologici, oltreché politici e diplomatici, che contribuirono tutti insieme a produrre la situazione del 1914” (J.Joll).
La situazione dell’immediato dopoguerra appariva dovunque potenzialmente rivoluzionata: l’esasperazione prodotta da quattro lunghi anni di sofferenze, di cui le classi operaie e la piccola borghesia avevano sopportato il perso maggiore, sfociò in vivaci agitazioni per un po’ di benessere e di libertà, alimentato dall’esempio sovietico e acuito dalle promesse di giustizia sociale e di pace accennate dai dirigenti durante la guerra.
I signori della potenza militare e politica piegarono ai loro fini la vittoria conseguita nell’odioso imperialismo germanico, sulle vecchie monarchie plurinazionali (furono sfaldati gli imperi austriaco, germanico, russo e ottomano). I trattati di pace, definiti una sfida alla giustizia, alla pietà al buon senso, mirarono soprattutto a porre i vinti in condizioni tali da non potere, per lungo tempo, contendere il predominio ai vincitori.
La costituita “Società delle nazioni”, che avrebbe dovuto essere uno strumento di pace e di giustizia internazionale, già dall’inizio apparve destinata a divenire uno strumento a disposizione delle maggiori potenze o, nel migliore dei casi, un’accademia di enunciazioni teoriche.
Imperialismo e nazionalismo continuarono a costituire “l’animus” profondo della vita politica internazionale. Il discredito sui principi “societari”, scaduti a livello di ambigui pretesti, “allargò il clima di disagio, di paura, di sfiducia reciproca, accentuò lo scetticismo di fronte ad ogni enunciazione di buona volontà, di fondanti morali della convivenza politica, ebbe riflessi nei rapporti tra le forze politiche e sociali all’interno di ogni Paese” (Balestrieri).
Cinque anni dopo il conflitto lo storico Salvatorelli si ritrovava a constatare: “C’è veramente qualcosa di duro a morire nell’Europa e nel mondo, ed è lo spirito della guerra, lo spirito cioè di nazionalismo e di reazione che scatenò la guerra, la protrasse fino all’esaurimento generale, avvelenò la pace e devasto il mondo nel dopoguerra”.
Di là la conquista di modesti lembi di terre irredente, la guerra produsse in Italia effetti devastanti. Generò una gravissima crisi economica, specie nel mondo agricolo, con conseguente disoccupazione e miseria.
Il divario tra la classe dirigente e la massa piccolo-borghese e contadina si approfondì fino ai livelli di reciproca ricusazione. E’ cosi l’inettitudine della classe politica a risolvere i gravi problemi del dopoguerra, l’incapacità di grandi partiti, quello Socialisti e quello Popolare, ad imporre una linea politica concreta e unitaria, il dissesto economico, le forti tensioni sociali (il “biennio rosso” del 1919-20, con l’occupazione delle fabbriche), la diffusa delusione di quanti avevano sperato in un radicale rinnovamento democratico, morale ed economico, condussero ad una profonda crisi del sistema parlamentare, spianando il terreno all’affermazione di forze reazionarie ed antidemocratiche, che si manifestarono con l’organizzazione dello squadrismo fascista.
La borghesia terriera ed industriale italiana, già abbastanza timida ed inadeguata al crescente progresso tecnologico, aveva bisogno di una certa sicurezza in campo sociale per la ripresa industriale ed economica, per cui temeva scioperi e disordini, temeva il salto nel buio socialista.
La dittatura, pertanto, era l’unica soluzione possibile per uscire dalla crisi del dopoguerra, solo con essa il potere della borghesia poteva essere garantito.
Il fascismo è da ricercare, quindi, nel comportamento dei ceti medi, ma soprattutto della piccola borghesia, che non protetta dalle organizzazioni sindacali come lo era il proletariato e del tutto indifesa nei confronti dello strapotere economico della grande borghesia, tendeva a rivendicare un proprio spazio vitale tra gli uni e gli altri. I fascisti finirono però per trovarsi in buona parte favoriti anche dalle borghesie agrarie e industriali convinte di poter facilmente liquidare il loro movimento; anche dallo stesso Stato liberale, i cui responsabili non facevano mistero della loro convinzione che l’estremismo fascista si sarebbe con il tempo placato e che tutto sarebbe rientrato nell’ordine costituzionale, una volta messa a tacere “la violenza proletaria”.
L’occupazione delle fabbriche era apparsa alla grande e media borghesia come un attentato alla proprietà privata e lo Stato liberale era destinatati a sicura rovina se non ci si fosse difesi dal “pericolo rosso” anche a costo di soffocare quel tanto di democrazia che il Paese aveva conquistato in 50 difficili anni di vita unitaria.
Va detto, inoltre, che analoghi movimenti dittatoriali o, addirittura totalitari, si erano venuti insediando e consolidando, o accadrà di lì a poco, anche in altri Paesi come in Spagna con Primo de Rivera, in Portogallo con Antonio Salazar, in Germania con Hitler, in Grecia con Joannis Metaxas, in Austria con Engelbert Dollfuss, in Romania con Jon Antonescu e in Turchia con Mustafà Kemal Atatürk, fondatore della repubblica turca da lui retta con poteri dittatoriali sino alla morte.
Né si dimentichino i numerosi movimenti di indirizzo fascista costituitisi in altri Stati, non esclusa la Francia e la stessa Inghilterra.

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