Daniele di Daniele
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vita e opere di Vittorio Alfierii

Vittorio Alfieri è nato ad Asti nel 1749 ed è stato un importante drammaturgo, poeta, scrittore e attore italiano. La sua personalità è stata molto complessa, avventuriera e una delle personalità più particolari nell'ambito letterario italiano. Uomo di grande cultura, Alfieri si formò studiando i grandi classici letterari. Egli ha scritto opere molto importanti rientranti nel genere della tragedia e nel genere della commedia. Tra le tragedie importanti si ricordano il Saul, l'Antonio e Cleopatra, Antigone. Egli ha scritto delle opere molto importanti, come per esempio le Rime, le opere politiche, ecc...

Indice

Vita e opere di Alfieri Versione alternativa 1
Alfieri, opere e biografia Versione alternativa 2
Biografia e opere di Vittorio Alfieri Versione alternativa 3
Analisi della vita e delle opere di Alfieri Versione alternativa 4
Pensiero di Vittorio Alfieri Versione alternativa 5
Poetica e opere di Alfieri Versione alternativa 6
Vittorio Alfieri, riassunto Versione alternativa 7
Vittorio Alfieri, spiegazione Versione alternativa 8
Sintesi su Vittorio Alfieri Versione alternativa 9

Vita e opere di Alfieri


Vita: Nacque ad Asti il 16 gennaio 1749 da una famiglia ricca che gli garantì una buona rendita, dandogli la possibilità di dedicarsi alla letteratura. Studiò presso la Reale Accademia di Torino, ma negli anni a venire ne fu molto insoddisfatto. Terminati gli studi fece una serie di viaggi in Europa ed ebbe modo di rendersi conto del sistema monarchico, per cui nacque la sua avversione verso la tirannide. Paesi come l’Inghilterra e l’Olanda suscitarono in lui un sentimento di maggiore simpatia perché erano esempi di maggiore libertà civile.
Viaggiò molto perché sentiva una certa irrequietezza, un sentimento di scontentezza e di vuoto che lo portava a muoversi spesso come alla ricerca di un fine, uno scopo alla sua vita. Tornato a Torino, egli conosce la marchesa Gabriella Turinetti, con la quale ebbe un rapporto tormentato e doloroso. Questa specie di depressione lo portò maggiormente a dedicarsi alla letteratura e scrisse Antonio e Cleopatra che alla prima rappresentazione ebbe un grande successo.
A Firenze conobbe Louise Stolberg alla quale si lega con un rapporto stabile ed equilibrato. Con lo scoppio della Rivoluzione francese fu animato da sentimenti di giustizia, tanto che scrisse un’ode per la presa della Bastiglia. Ma, con il periodo del terrore e con la dittatura imposta dagli stessi rivoluzionari ebbe una grande delusione. Lasciò Parigi per trasferirsi a Firenze dove visse in solitudine i suoi ultimi anni con un odio profondo verso la Francia che intanto si era impadronita dell’Italia con Napoleone. Anche per la Rivoluzione americana scrisse quattro odi, ma si rese conto che la lotta non era scaturita da ideali di libertà e di giustizia, ma da obiettivi materiali ed economici. Morì a Firenze nel 1803.

Opere: Anche se la formazione di base era per lui illuministica e materialistica, Alfieri si pose contro il culto della scienza e contro il freddo razionalismo, perché la vera essenza dell’uomo è l’impulso passionale. La passionalità non può essere controllata dalla ragione, come sostenevano gli illuministi, ma deve essere completamente libera. Inoltre Alfieri ha un grande spirito religioso che lo portava a fermarsi di fronte a certe impotenze umane, al contrario degli illuministi che nutrivano grandi speranze nella potenza razionale e scientifica dell’uomo.
Di conseguenza era contro il progresso scientifico che porta l’uomo ad essere freddo e cinico e a ambire solo all’interesse personale e al denaro. Quindi Alfieri visse il suo tempo, ma si sentiva completamente distante anche a livello politico, perché rifiutava il potere che ha una facoltà illimitata di nuocere. Questo suo individualismo lo condusse a un isolamento. Alfieri esternava il suo conflitto interiore di un io che aspirava ad un grande senso di libertà e una realtà che lo limitava e della quale si sentiva estraneo ( titanismo).
Però il proprio io non trova ostacoli solo nelle forme politiche di costrizione e di tirannide, bensì anche in sé stesso con angosce, tormenti, la consapevolezza dei limiti umani, che gli impediscono di raggiungere la libertà nell’animo. Le opere politiche sono: Della tirannide, Del principe e delle lettere, Il panegirico di Plinio a Traiano e il Misogallo sulla rivoluzione francese e i suoi fallimenti, affermando che il potere del tiranno trova appoggio soprattutto nella nobiltà, nell’esercito e nella Chiesa. Contrappose due figure di eroi: il tiranno e il liber’uomo, entrambi eroi perché impegnati ad affermare la loro individualità superiore per far valere la propria volontà prepotente. Il titanismo viene dalla mitologia greca: i titani erano dei giganti che si opposero a Zeus, e questo sentimento di ribellione tipico poi del romanticismo fu chiamato titanismo. La ribellione alla realtà contemporaea emerge anche dalle Satire e dalle Commedie, nelle quali Alfieri difende la religione e condanna gli ideali illuministi.
Nelle tragedie Alfieri trova lo scopo che può dare uno scopo alla sua vita, perché rappresenta figure eroiche ed eccezionali con una grandezza senza limiti. Attraverso la tragedia diventava grande anche il suo compositore attraverso gli strumenti espressivi.
Già dalle prime tragedie si impone lo slancio passionale di Alfieri e c’è l’espressione del conflitto tra individualità, idee, passioni. Secondo alfieri l’elaborazione di una tragedia si articola in tre momenti che lui chiama “respiri”: ideare, stendere,verseggiare. Le prime tragedie furono scritte tra il 1775-1777 e si basano tutte sullo scontro con una realtà ostile.
Le più famose sono: Filippo, Polinice, Antigone, Agamennone, Oreste, Virginia, Rosmunda, Ottavia, Timoleone. Le tragedie più importanti sono Saul e Mirra: con Saul si intravvede una nuovo conflitto non con la realtà ma con se stessi: Saul si rende conto delle sue debolezze umane e va incontro alla morte. Anche Mirra è una tragedia che mette in risalto il conflitto interiore dell’uomo. Mirra prova un sentimento passionale e incestuoso verso suo padre Ciniro e lotta contro questa passione che vorrebbe soffocare con la sua volontà, ma questo conflitto la conduce alla morte. E’ la prima volta che in una tragedia la protagonista non è un titano ma una persona comune, semplice. Mirra simboleggia la debolezza umana e la nobiltà spirituale che lottano tra di loro. Quindi lo scontro non è più con il mondo esterno ma l’eroe deve ora lottare con un nemico che è dentro di sé. E’ un conflitto che coinvolge la coscienza ma l’eroe in questo caso è innocente e colpevole allo stesso tempo e genera un forte pessimismo. Nelle Rime i temi principali sono amorosi sempre dolorosi, irraggiungibili che provocano sofferenza.

Alfieri, opere e biografia


Vita: Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749 da un'agiata famiglia nobile.
Com'era d'obbligo nella sua classe sociale,è prima seguito da un procettore e poi, per completare la sua educazione, a nove anni viene mandato all'Accademia militare dove rimane fino ai diciasette.
Sempre secondo il costume dei nobili del suo tempo intraprende allora a viaggiare per l'Europa; approfondisce la sua cultura, si forma una coscienza politica,vive due grandi e infelici passioni amorose.
Rientrato in Italia nel 1778 si dedica completamente alla letteratura.Si sposta tra varie città italiane ed estere e nel 1789, allo scoppio della rivoluzione francese, è a Parigi dove compone anche un'Ode per celebrare la ripresa della Bastiglia.
Nel 1792 lascia la Francia e torna a Firenze, dove si dedica, tra l'altro, allo studio del greco. Muore nel 1803

Opere: Le sue opere più importanti sono le ventuno tragedie che si ispirano sopratutto al mondo greco e romano o alla storia medievale e moderna.
Tra le molte opere come ad esempio i trattati, le commedie, le poesie, le satire e le traduzioni dal latino e dal greco, ricordiamo il trattato Della Tirannide, le Rime e la Vita in cui traccia la sua autobiografia.

Biografia e opere di Vittorio Alfieri


Vittorio Alfieri è il terzo grande autore della seconda metà del 1700. Se Parini conclude il 1700, l’illuminismo con un’opera illuministica, mettendo in luce i difetti della nobiltà a scopo educativo, con uno stile classico e non illuministico, e se Goldoni rispetta l’illuminismo con la descrizione della classe borghese, per Alfieri il discorso è diverso: in lui troviamo sia elementi dell’illuminismo ma anche elementi del seguente romanticismo; Croce lo definisce Proto – romantico in quanto anticipatore del romanticismo. In diversi aspetti, Alfieri anticipa l’epoca seguente: Croce vede in lui elementi comuni col movimento tedesco preromantico, chiamato Sturm und Drang, caratterizzato dall'individualismo intenso e da un forte senso dei sentimenti.
Per quanto riguarda la sua vita, Alfieri è nobile, destinato ad una carriera militare. Una delle sue opere è “la Vita”, un’autobiografia. Quando egli parla del periodo dell’accademia militare, ne parla negativamente, si dimostra insoddisfatto, tant'è che chiese al re di abbandonare tale strada. A questo punto decide di leggere e studiare in modo disordinato per ottenere maggiori conoscenze e di cominciare a viaggiare, per il fatto che fosse insoddisfatto della sua vita. Entra così a contatto con la Germania di Federico II il grande, di cui da’ un giudizio negativo, visita la Russia, vista negativamente, va in Francia ed in pratica visita quasi tutta l'Europa.
Alfieri è uomo dai grandi amori, anche travolgenti, tanto che tenterà il suicidio e sfiderà a duello il marito di una sua amante. L’ultima donna della sua vita fu la Contessa d’Albani, moglie del pretendente al trono di Inghilterra, che lo segue in tutte le sue peregrinazioni.

Elementi illuministici in Alfieri: 1. Concezione meccanicistica della natura e dell’uomo, per cui le stesse regole che dominano la natura, dominano anche l’uomo, secondo un ciclo meccanico di trasformazione senza scopo, su cui l’uomo non può agire;
2. La sua formazione: Alfieri legge autori illuministi da cui ricava un elemento chiave per la sua produzione, ovvero l’amore per la libertà e l’odio per la tirannia;
3. Certo tono oratorio nelle sue opere, in particolare nelle tragedie, tono che deriva dall'ansia dell’educare, tono che si dimostra impetuoso per il desiderio di migliorare ed insegnare qualcosa;
4. Cosmopolitismo: Alfieri non si sente legato ad un luogo in particolare. Famosa è la sua affermazione “il mio nome è Vittorio Alfieri, il luogo dove sono nato è l’Italia, nessuna terra mi è patria”. D'altronde, questo affermare di essere cittadino del mondo, che dovrebbe generare sentimenti di fraternità verso tutti, non scatena in Alfieri nulla di tutto ciò: la sua, infatti, è un’idea di uomo solitario e chiuso in se stesso, che spesso guarda con disprezzo gli altri.
Elementi romantici in Alfieri;
1. Forte senso della propria personalità, in contrasto con l’illuminismo che livellava tutto. Alfieri ha un’alta concezione di sé e della sua natura. Le sue tragedie hanno come protagonista un Eroe che si eleva dalla massa di uomini comuni e che mantiene una posizione diversa: anche quando i problemi diventano insostenibili ed insormontabili, l’eroe si trova pronto ad ogni evenienza e se constata che la sua vita non è più sopportabile allora si suicida. Ma il suicidio non è visto come una fuga, tuttalpiù come una forma di coraggio e protesta contro la natura;
2. Amore per la libertà politica (tragedie con al centro l’eroe ed il tiranno) che rese Alfieri gradito al Risorgimento (Leopardi dirà: “in su la scena mosse guerra ai tiranni” ) e per la libertà che il Russo definisce “Lotta contro la tirannide cosmica”, ovvero una libertà contro una tirannide a cui tutti gli uomini sono sottoposti, la tirannide della legge di natura, per cui tutti muoiono, si ammalano, fanno cose senza volerlo, sono schiavi di tiranni che sono insiti in loro stessi. Questa è la tirannide più difficile contro cui lottare anche perché contrasta il desiderio di assoluto, infinito, eterno che ognuno ha, di raggiungere qualcosa che non sia limitato da nulla, una sete di eternità. Essa è insita nel cuore dell'uomo, solo che quando poi l'uomo si paragona con sua vita e ciò che lo circonda si accorge che buona parte della sua vita non risponde a tale desiderio di una felicità completa ed illimitata. Alfieri è uno dei primi a sottolineare questo contrasto, tra desiderio di infinito e limitatezza della vita umana, tra ansia di assoluto e meschinità della vita quotidiana. Tutto ciò che è reale è meschino, piccolo, deludente, in contrasto con desiderio di qualcosa di grande: nasce inquietudine e delusione. Anche Novalis, autore del 1800, afferma “Cercavano l'infinito e trovavano le cose”.
Alfieri trova solo un po' di pace e serenità di fronte agli spettacoli della natura, al mare, ai monti perchè questo gli dava l'idea della grandezza, dell'infinito di cui lui era alla ricerca. D'altra parte, l'uomo con le sue forze non può arrivare all'infinito. Alfieri non aveva una posizione religiosa in senso ortodosso, ma si distaccava dagli illuministi: non aderisce al cristianesimo ma ha in sé spirito religioso e di ricerca. Alfieri però non da' mai una risposta;
3. Atteggiamento verso la scienza: illuministi vedevano nella scienza uno dei risultati della ragione dell'uomo, erano orgogliosi risultati scienza. Alfieri invece ha posizione opposta, egli nella vita afferma “Ha orrore per l'evidenza gelida e matematica e per i gelati filo-sofisti che dall'un l'altro sono mossi fuorché dal fatto che 2+2=4. Alfieri di fronte a coloro che non mettono in discussione nulla utilizza il termine orrore, perché secondo lui il freddo razionalismo soffoca la parte più originaria di noi, il “forte sentire”, i nostri sentimenti. La ragione soffoca anche la violenza emotiva, il tumulto di passioni che c'è in noi e che costituiscono la vera essenza dell'uomo.
Aspetto interiore e sentimentale è la più importante dell'uomo. La ragione soffoca e spegne anche la fantasia, l'immaginazione e perciò spegne anche la capacità di fare poesia che non nasce dalla ragione ma nasce dalla passione e dai sentimenti. Alfieri si ribella al controllo della ragione: non gli piace il borghese che fa tutto secondo gli insegnamenti della ragione, è all'opposto di tutto questo, esalta la dismisura, esalta l'uomo che supera i propri limiti “io chiamo dio l'uomo vivissimamente sentente”, ovvero colui che ha un patrimonio grandissimo di sentimenti;
4. Concetto di Nazione Italiana: scrive un'opera intitolata “Miso Gallo”, ovvero “Io odio i Galli”, i Francesi, ed è un'opera di critica alla rivoluzione francese. Nel “miso Gallo” dà un quadro dell'Italia, che ora è “Inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente, ma un giorno sarà virtuosa, magnanima, libera e una. Un giorno gli italiani cacceranno gli stranieri, gli italiani gli dovranno essere riconoscenti, perché lui ha spronati a combattere per la rivelazione”. Gli uomini del risorgimento guardarono ad Alfieri come ad un profeta: Foscolo ce lo descrive come un vecchio pallido che cerca auspici sull'Italia futura.

La concezione politica di Alfieri: Egli ha il culto della libertà, lotta contro ogni forma di tirannide tratti da studi e letture autori illuministi, però anche qui, poi, si stacca dall'illuminismo, soprattutto per quell'individualismo per cui è sempre portato a scontrarsi. Alfieri come soluzione politica rifiuta assolutismo monarchico, rifiuta qualcunque regime che abbia origine borghese, per cui rifiuta qualunque soluzione politica perchè in urto con la realtà esistente. Difatti non parte da analisi politiche o filosofiche ma da una posizione emotiva per cui ogni potere è una forma di costrizione ed è proprio questo che istintivamente lui rifiuta. L'odio per la tirannide non è contro la particolare forma di governo ma contro il potere in sé. E anche quando parla di libertà, non entra in una analisi politica con sbocchi concreti perchè si muove su punto di vista istintivo: parla di una libertà astratta, lui che ha posizione estremamente individualistica. Infatti, è significativo che quando scoppiano le due rivoluzioni lui si entusiasma perchè vede in ognuna di esse la pars destruens del controllo degli inglesi e degli aristocratici e del re, ma quando poi si configura un nuovo regime politico, allora si mostra deluso e sdegnoso. Per cui ecco che per Alfieri si parla di Titanismo Alfieriano: i Titani erano coloro che si erano ribellati agli dei e poi fulminati ed annullati; l'uomo di alfieri è un uomo titanico, grande con ansia di infinito che si scontra contro tutto e contro tutti e quindi è un uomo sempre in conflitto con realtà politica, sociale, che sono oppressive o mediocri, è un uomo che si sente estraneo al suo secolo, è un uomo che vive in una solittudine sdegnosa, sprezzante di tutti gli altri, in una malinconia, è un uomo che v iene raffigurato come un continuo ribelle a tutto e a tutti, la tipica figura di uomo romantico.

L'opera maggiore di Alfieri sono le Tragedie: è una scoperta nella vita dell'Alfieri, la Tragedia; nel 1774 rappresenta il punto cruciale: proprio mentre stava assistendo una delle sue amanti ammalata, si mette a riflettere sulla figura di Antonio e Cleopatra e stava abbozzando un'opera con loro protagonisti; ad Antonio aveva attribuito tutto il suo proprio mondo interiore. Componendo quell'opera ebbe l'intuizione che quella era la strada giusta e da quel momento in poi la sua produzione fu nel campo della tragedia, sia perchè forma letteraria più alta ma anche in perfetta sintonia con suo modo di vedere la realtà .Prende spunto o da storia greca, mitologia romana, storia contemporanea. Lui componeva le tragedie in tre fasi:
1. Ideazione: pensava a quale argomento trattare che possa dare luogo alla tragedia e fa come sintesi dei punti che tragedia dovrà sviluppare;
2. Stesura dei vari dialoghi in prosa, badando al contenuto;
3. Verseggiatura, riprende tutto ciò che aveva scritto in prosa e lo versifica limandolo.

Aspetti del teatro Alfieriano: 1. Figura del protagonista: tragedia di alfieri impregnata sul protagonista che è eroe, mostrato come un grande, ricco di forza, coraggio, ideali, a cui si contrappone il tiranno, tanto è vero che la tragedia rappresenta quasi sempre lotta tra eroe e tiranno in quanto tra i due non c'è mai possibilità di intesa, di compromesso e quindi inevitabilmente si arriva allo scontro da cui esce vittima generalmente l'eroe, che spesso si suicida. Il pubblico per cui rafforza amore per libertà ed odio per tirannide, violenza, prepotenza;
2. Personaggi minori: pochi e con scarso rilievo, solo di contorno;
3. Dialoghi: essi sono rapidi, brevi, concitati; i versi hanno tono duro, aspro, nulla a che vedere con musicalità melodramma di Metastasio, perchè devono esprimere durezza dello scontro che sta avvenendo;
4. Scenario ridotto all'essenziale perchè ad alfieri non interessa rappresentare uno scenario storico od ambientale della vicenda, ma gli interessa lo stato d'animo dei protagonisti, mostrare passioni in contrasto tra di loro;
5. Non c'è grande approfondimento psicologico: i personaggi sono già completi;
6. Sia eroe che tiranno sono rappresentati entrambi come personaggi grandi: il tiranno non è mediocre ma un grande nel male. Per quanto riguarda le caratteristiche dell'eroe si ispira alle “vite parallele” di Plutarco, invece per delineazione del tiranno si ispira sia ai tiranni di Tacito, nelle sue storie, od anche a Machiavelli ed al suo Principe.

Nelle tragedie più riuscite c'è ancora la lotta contro un tiranno, ma il conflitto non è più esteriore, bensì interiore, nel senso che più che lottare contro un nemico esterno, l'uomo si accorge che il nemico sono le sue passioni (Nella Mirra abbiamo la protagonista che si innamora del padre: la lotta è dentro di sé; anche nel Saul, David è l'eroe scelto da Dio, Saul il tiranno contro cui si dovrà scontrare David: in Saul la lotta è contro sé stesso, lotta contro un dio che immagina lui, nemico a se stesso, od anche quando perseguita David, immagina una persona che in verità non vuole fare nulla di ciò che pensa). L'autore, dunque, riesce ad andare più a fondo, mette in scena una lotta interiore contro forze irrazionali che l'uomo scopre in sé stesso.

Analisi della vita e delle opere di Alfieri


Nasce ad Asti nel 1749 da una famiglia della media nobiltà lombarda, il padre muore nel 1749 e la madre si risposa e per questo che vive un infanzia molto disagiata per queste condizioni  alcuni critici vedono nella sua infanzia disagiata il seme per la sua futura ispirazione tragica.
A 9 anni è iscritto all’accademia militare di Torino ove resterà per 8 anni e dove imparerà sia l’arte del cavalliere e sia studierà le più celebri teste del suo tempo tra le quali metastasio, Shakespeare,Ariosto,Virgilio Goldoni. Durante questo periodo il suo carattere un po ribelle e insofferente inizia a venir fuori e gli costa numerose punizioni. Uscito dall’accademia inizia una serie di viaggi: il primo di un anno lungo le maggiori città d’Italia per aumentare la sua voglia di sapere e la sua conoscenza, il secondo in Francia ,Olanda, Inghilterra dove apprende gli scritti di Rousseau e voltaire mentre nel terzo viaggio è in giro per la Russia,Spagna,Portogallo e Finlandia. Nel 1772 tornato in Italia pone fine ai suoi viaggi a causa del suo perenne stato di irrequietezza e insoddisfazione tanto che alcuni critici parlano di lui come vera e propria “nevrosi alfieriana” .
In questo periodo sviluppa e mette in scena la tragedia “Cleopatra”. E’ l’inizio di una nuova vita fatta dal duro impegno per diventare un autore tragico. In questo periodo conosce a Siena Francesco Gori Gandelli il quale lo presenterà a un circolo di letterati illuministi . E’ in questo periodo che nasce in lui una certa insofferenza per la nobiltà contro cui scrive versi satirici e il suo moderatismo lascia posto a nuovi approcci radicali di riforma sociale.
Il 1777 è un anno di svolta nella sua vita, lascia alla sorella Giulia tutti i suoi beni dato che i nobili piemontesi erano tenuti ad obblighi formativi e di censura nei confronti dei Savoia e dato che lui aveva rinunciato al titolo di nobile feudatario poteva quindi pubblicare i propri scritti e anche all’occorrenza attaccare la nobiltà senza esser censurato. Nel 1783 è accolto presso l’accademia dell’arcadia dove viene chiamato col nome di Filacrio Eratistico mentre nel frattempo a Siena vengono pubblicate 10 sue tragedie . Dal 1781 al 1783 è a Roma che poi è costretto a lasciare a causa dello scandalo che lo investe per la sua sospetta relazione con una contessa di un elevato rango all’epoca. Inizia il suo nuovo e continuo peregrinare in giro per l’italia e in Europa. Nel 1789 escono in Francia tutte le sue tragedie e trattati politici ma nel 1792 è costretto a fuggire a causa delle sue continue frecciate al rango nobiliare. Gli ultimi dieci anni della sua vita trascorsi a Firenze Alfieri si dedica alo studio del Greco, scrive l’ Alceste,le Rime, 6 commedie e termina la sua Autobiografia ( LA VITA) Muore all’improvviso l’8 ottobre 1803 a 54 anni e viene sepolto in Santa Croce.

Pensiero di Vittorio Alfieri


L’ Alfieri sembra muoversi all’interno di un circolo vizioso e, come già avveniva nei trattati politici, l’alternativa tra tirannicidio e suicidio si rivela fittizia. L’eroe e il tiranno sono figure solo apparentemente antitetiche, sono due facce di una stessa personalità. Esse incarnano l’eterno conflitto tra il bene e il male, la lacerazione psicologica, la doppiezza degli istinti che convivono in un solo uomo. L’eroe suicida non è molto diverso da chi, nel sopprimere il tiranno, uccide “l’altra parte di sé”. nelle ultime tragedie i personaggi non protagonisti assolvono una funzione ormai marginale e tendono a sfumare, quasi a scomparire rispetto all’ “un solo”, preda e vittima della propria inquietudine, travolto dal processo fatale e irreversibile che lo condurrà alla distruzione o, più spesso, all’autodistruzione.

Tale aspetto si nota benissimo nelle tragedie maggiori, il Saul e la Mirra, che a ragione possono essere definite “tragedie psicologiche”. In ambedue il protagonista è unico, un personaggio “appassionato di due passioni tra loro contrarie”, che “a vicenda vuole e disvuole una cosa stessa”. Questo conflitto di sentimenti determina la crisi di re Saul, lacerato tra la superbia e il senso di colpa verso il genero David, tra la brama di dominio, non ancora spenta, e il profondo affetto paterno. Saul è consapevole della propria iniquità nel perseguitare David, ma è incapace di porvi rimedio, perché in David, che Dio ha destinato a succedergli sul trono, egli, già vecchio, vede il trionfo della giovinezza e della forza che la natura stessa gli impedisce ormai di avere.
L’ Alfieri sottolinea vigorosamente lo scontro tra l’aspirazione dell’individuo ad affermare se stesso attraverso un eroismo sovrumano e la consapevolezza dei limiti imposti dalla fragilità umana. Dalla contraddizione emerge un senso profondo di pessimismo, una tendenza a ripiegarsi, a indagare dentro di sé e, infine, quasi una forma d’incapacità di vivere, che spinge a cercare la liberazione nella morte.
Le tragedie alfieriane riprendono il modello classico e rispettano le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, ma l’esigenza piú forte dell’autore è quella di giungere a un massimo di chiarezza ed essenzialità. Il suo scopo mira infatti a lasciar emergere il nucleo tragico, che deve coinvolgere il pubblico eliminando ogni possibile distrazione.

Poetica e opere di Alfieri


Vittorio Alfieri nasce ad Asti dal conte Antonio Alfieri e da Monique Millard de Tournon, nobildonna savoiarda; egli rappresenta lo scrittore vero e proprio, il quale riesce a mantenersi dedicando tutto il suo tempo all’otium letterario , anticipando il nascente spirito romantico “ moderno”. I suoi studi sono caratterizzati da malinconia. Nel 1758, all’ età di nove anni, fu iscritto alla Reale Accademia di Torino , dove restò fino al 1766,dicendo che questi sono stati gli anni dell’ ignoranza e dell’ ineducazione. Alfieri s’impegnò nell’attività nobiliare, espressa in una perenne insoddisfazione, che lo portò a compiere molti viaggi frenetici, toccando gran parte delle città italiane ed europee, visitando Inghilterra, Francia, Svezia, Finlandia, Russia, Austria. Il suo viaggio non fu solo di tipo illuministico; quand’ egli provava noia, doveva assolutamente cambiar luogo; alla noia si unisce il sentimento malinconico, che oscilla tra la cupezza e l’ inquietudine; questa componente sarà definita “ protoromantica”, nella quale vi è la volontà di perdersi , che si placa alla vista di un paesaggio tormentato. Il paesaggio “ stato d’ animo” è quel paesaggio dove l’ animo dell’ autore si paragona al viaggio; si precisa nell’ autore la vocazione poetica che lo accompagnerà per tutta la vita ; nasce il suo odio verso la tirannia monarchica, che si esplica nelle tragedie della libertà, dove all’ eroe non rimane che uccider sé o il tiranno. I suoi giudizi sugli uomini e la società che incontrava, sono spesso taglienti e sdegnosi , animati da un rifiuto totale per il servilismo e le convenzioni. A Parigi si irrita per il contegno del re; lascia Vienna dopo aver visto il Metastasio inchinarsi dinanzi alla sovrana; ha sensazioni negative quando racconta dei paesi protestanti. Si inizia a precisare la sua attenzione verso i paesaggi solitari , che gli creano immagini orride; la sua vita fu accresciuta dalla relazione con Gabriella Turinetti, che lo amava fortemente, ma egli non faceva altro che sentire tale amore come un gioco. L’ unica attività dalla quale si sente libero è la letteratura; momento fondamentale della sua vita fu la lettura e l’ incontro con Plutarco e degli illuministi , i quali diedero la base dell’ odio contro la tirannide e proprio per questo fonda l’ Accademia a Torino; contemporaneamente fonda, in lingua francese, il Giornale; nel 1774 egli aveva una tragedia, Antonio e Cleopatra; in un giorno di malinconia gli ritorna nelle mani tale abbozzo , riscoprendo similitudini tra la vita dei due con la sua storia; capisce che la poesia è l’ unico mezzo attraverso la quale può allentare la propria tensione ; scrivere è una catarsi, lo purifica, lo solleva. Nel 1775 scrive altre due tragedie e fino alla morte, la sua esistenza sarà dedicata alla letteratura; per egli è importantissima l’ unione alla letteratura, cosi si applica allo studio della lingua italiana, poiché vuole acquisire tutto un lessico italiano adatto alle tragedie ; tra il 1776 e il 1780, soggiorna in Toscana dove conosce Louis Stolberg, moglie di Charless Steward, contessa d’Arbany ; in ella trova quell’ amore che potrà finalmente dare equilibrio alla sua vita; nel 1778 rinuncia a tutti i suoi beni in favore della sorella con in cambio una rendita vitalizia. Inizia a dare alle stampe una prima edizione delle sue opere, a Siena e a Parigi, nella tipografia nella quale erano stati editi tutti i testi illuministi. Tra il 1788 e il 1789 assiste allo scoppio della rivoluzione francese, che eccita il suo spirito; nel1792 fugge da Parigi , stabilendosi a Firenze, dove vive solo, animato da un odio antifrancese che grazie a Napoleone, si sono impossessate delle campagne italiane. Le basi del suo pensiero trovano riscontro nell’ illuminismo; l’ autore non vuole nessun controllo; l’ illuminismo sottopone l’ uomo al di là della sua natura; Alfieri scopre l’ io ed è essa la parte sensiente; ad esso si unisce l’ infinito ed il mistero. L’ uomo ha un bisogno infinito di Dio; tale senso si unisce al mistero, che copre le ragioni profonde di ogni uomo, che accrescono il sentimento dell’ irrequietezza. Mentre l’ illuminismo è una filosofia ottimista, ma lontano da ciò, l’autore sulla miseria ed impotenza dell’ uomo e rifiuta lo spirito borghese; vengono rifiutati il cosmopolitismo e filantropismo; a ciò si oppone il culto di un’ umanità eroica che disprezza gli schiavi; le sue idee sono tutte di avversione illuminista non lo portano a solidarizzare, ma a chiudersi in uno splendido isolamento, che lo porta allo scontro con l’ Ancien Regime , battuto dalle forze francesi; la libertà è un concetto astratto; egli non condanna nessuna forma politica, perché è il modo a cui si assestano i colpi della fortuna. Per Alfieri è importante il titanismo, concetto preromantico; ad esso si unisce il pessimismo. Il titanismo prende il nome dai titani ed è un contrasto con la realtà che ti circonda; lo spirito titanico è una grandezza eroica; nasce dallo scontro tra l’ io e la realtà esterna. L’ uomo è un titano quando si scontra con Dio; ma esso, contro il quale si scontra l’ autore, è dio stesso; il tiranno fa parte del potere stesso ed accanto ad esso si affianca la salvezza, il senso dell’ affettiva e reale miseria dell’ uomo. Le tragedie più importanti sono Saule Mirra, storia di un incesto. Saul è una tragedia del 1772 e abbiamo il vagheggiamento di un individualismo eroico; troviamo Saul alla vigilia dello scontro contro i Filistei; egli è vecchio e sente il peso della sofferenza umana, che si proietta in una maledizione divina che ricade in lui; si ribella a Dio , nella speranza di affermarsi come più forte Saul rappresenta la pietà per la sofferenza degli uomini. Mirra (1784,1786), è la sua tragedia più famosa, il cui argomento è tratto dal mito classico.
Nell’ ultimo periodo della sua vita, abbiamo la partenza per Parigi, dove compose la Mirra; da Parigi rientra a Firenze dove muore nel 1803. Il suo teatro è il momento più importante, compone 19 tragedie. Sceglie di scrivere tragedie per motivi caratteriali, poiché la sua indole è predisposta all’ inclinazione dei conflitti e ciò trova nei personaggi una realizzazione; tale scelta nasce anche da ragioni letterarie, in quanto risulta mancare un modello per il teatro tragico. La tragedia è indirizzata ad una cerchia ristretta di pubblico e si basa sulla contrapposizione tra libertà e coraggio. Il suo processo creativo si compone di tre periodi: ideare, stendere, verseggiare: per ideare s’intende scegliere il soggetto, stendere sviluppare la trama, mentre verseggiare organizzare i personaggi. Abbiamo inoltre la versificazione, la conversione della materia in prosa, in endecasillabi sciolti. Le sue tragedie s’ ispirano al modello classico di Aristotele con le unità di spazio , luogo e tempo. Sono divise in 5 atti e in genere il numero dei personaggi varia da 4 a 6; sono inoltre eliminate le figure secondarie, cosi come i colpi di scena, per ottenere la massima concentrazione dar spazio ai monologhi. Il lessico è elevato, pieno di avversioni, per cui la sintassi appare disarmonica. Egli è piemontese, critica non solo l’ Ancien Regime, ma anche la borghesia. La sua denuncia non propone un progetto politico alternativo , ma è sempre tesa all’ affermazione dell’ io. Le sue riflessioni politiche sono affidate ai due trattati: la Tirannide e del Principe e delle Lettere. Il primo del 1777è diviso in 2 libri; nel primo definisce cos’ è la tirannide, mentre nel secondo descrive tutti i modi per ribellarsi alla tirannide. IL secondo è scritto tra il 1778-1786. Nella tirannide è presente il tiranno ed il suo oppositore, l’ uomo libero, visti come personaggi eterni, il cui scontro è universale. Nel secondo trattato Alfieri, propone lo scrittura letteraria come forma di ribellione alla tirannide; l’ intellettuale è l’ eroe, lontano da ogni compromesso col potere, estraneo al presente, che ricerca un modello forte nel passato. Compone poesia raccolte nelle famose Rime, la cui forma è il sonetto; si rifà al modello petrarchesco, sia per lo stile nobile, sia per la presenza dell’ io lirico; in Alfieri il soggetto poetico è portatore di una fierezza dell’ eroe, al contrario dell’ io petrarchesco.
Nel 1782 scrive il Saul , la sua tragedia più importante; abbiamo Jonathan, David, Micol, Abner, oltre Saul. Su tutti questi personaggi erge proprio Saul, eroe problematico; da una parte capisce che presto sarà scalzato dai giovani e la perdita del potere è caratterizzata da David; egli vuole imporre la sua forza di re ; Saul è complesso, è un eroe incerto, insicuro, bisognoso di essere rassicurato; è in preda al rimorso che manifesta nel rapporto con David; egli è ora amato, ora odiato, poiché vede in lui ciò che Saul era da giovane, ma contemporaneamente è colui che offusca la sua gloria. La trama è molto semplice; siamo alla vigilia della battaglia tra Filistei ed Ebrei ; il re del popolo ebraico è Saul che, alla vigilia dello scontro, è in preda ad un delirio simile alla follia; è colui il quale ha mandato in esilio David, il cui aiuto sarebbe stato decisivo e fatale per la battaglia. Nessuno , infatti, riesce a fargli cambiare idea, riesce a colmare la sua ira, ma David, inaspettatamente, si presenta nel campo di battaglia; prima è contento, poi sospetta che sia un traditore. I sacerdoti rivelano al re che sarà proprio David il futuro re ebraico; fa quindi uccidere i sacerdoti e minaccia a morte David , costretto a fuggire; affida dunque il comando dell’ esercito ad Abner. Saul è dunque pronto alla morte Mirra è la figlia del re di Creta Ciniro; è una giovane donna turbata e cupa, nonostante abbia voluto avanzare le nozze con Pereo. Ella è amata dai genitori e dalla nutrice Euclide. Il giorno delle nozze rifiuta lo sposo Pereo , che a sua volta si uccide; Mirra entra in uno stato di follia e inizia a rivolgere parole di odio verso la madre Cecri e confessa di essere innamorata del padre; dopo ciò, si uccide gettandosi a corpo morto sulla spada del padre. La tragedia si conclude con i genitori che non hanno il coraggio di avvicinarsi al corpo della figlia .
La scena più importante è la parte del dialogo tra Ciniro e Mirra ; egli è insolitamente duro, vuol far confessare le decisioni alla figlia. Grazie all’ insistenza del padre, la giovane rivela il suo amore nei suoi confronti e spaventata si uccide. Il tema è l’ incesto , ma soprattutto la dicotomia tra religione e istinto; il tema centrale è l’ incesto. La tensione è concentrata sulla paura di Mirra di rivelare il suo amore al padre.

Vittorio Alfieri, riassunto


Vittorio Alfieri nacque ad Asti il 16 gennaio 1749, da una famiglia della ricca nobiltà terriera, grazie alle quali rendite, poté dedicarsi interamente al suo otium letterario senza essere sottomesso alla volontà di nessuno. Compì i primi studi alla Reale Accademia di Torino, della quale formazione arida e ispirata a modelli culturali antiquati, diede dei giudizi durissimi.
Uscito dall’accademia compì numerosi viaggi in Italia e in Europa, com’era solita fare la nobiltà europea nello spirito cosmopolita e nell’ansia di conoscenza propri dell’età dei lumi. I viaggi di Alfieri, tuttavia, non rientravano in questo spirito illuministico, egli infatti si spostava spinto da una smania di movimento, un’irrequietezza continua, che non gli consentiva di fermarsi in alcun luogo e gli provocava un senso di scontentezza, noia e vuoto. Questa perenne scontentezza non aveva cause precise, era come se egli seguisse qualcosa di ignoto e inafferrabile o come se col moto incessante volesse stordirsi per non percepire il vuoto che avvertiva dentro di se. Successivamente egli interpreterà questa scontentezza come bisogno di trovare un fine sublime intorno cui ordinare tutta l’esistenza, che egli identificherà con la vocazione poetica. I suoi viaggi, tuttavia gli avevano permesso di conoscere le condizioni politiche e sociali dell’Europa contemporanea, l’Europa dell’assolutismo, che nel giovane provoca reazioni negative. Reazioni più positive invece suscitarono in lui paesi come l’Inghilterra e l’Olanda, in cui vi erano maggiori libertà civili, e i paesaggi desolati orridi e maestosi come le selve della Scandinavia, in cui egli proietta quasi romanticamente il suo io.
Ritornato a Torino, dopo cinque anni di viaggio, non si dedicò alle attività politiche e militari, ma condusse una vita oziosa chiuso in una solitudine che amplifica la sua inquietudine e scontentezza, accresciuta da una relazione con la marchesa Gabriella Turinetti che gli causò infinite angosce e dolori e da cui egli non riuscì a liberarsi. Trova allora conforto nell’attività letteraria: studiò gli illuministri francesi, che costituiranno la base della sua cultura e fonda con alcuni amici una sorta di società letteraria, ai quali risalgono i suoi primi tentativi di scrittura (Esquisse du jujgement universel – Journal).
Soltanto nel 1775, però, si colloca la svolta fondamentale destinata a dare un senso alla sua vita: l’anno prima, infatti aveva abbozzato una tragedia, “Antonio e Cleopatra” , dimenticandola subito dopo; ritornatogli in mano per caso, scoprì la somiglianza tra la propria relazione con la Turinetti e quella tra Antonio e Cleopatra e si rese conto di come proiettare i propri sentimenti nella poesia fosse l’unico mezzo per trovare un superamento dei propri tormenti. La tragedia, portata a termine venne rappresentata e ottenne un grande successo. Trovò allora lo scopo capace di dare un senso alla sua vita vuota e compose numerose altre tragedie, dedicando il resto della sua esistenza alla letteratura.
Data però l’insufficienza dei suo primi studi, gli fu indispensabile munirsi di un adeguato bagaglio culturale: si immerse così nella lettura dei classici latini e italiani e si applicò nello studio della lingua italiana (fino a quel momento parlava e scriveva prevalentemente in francese). Decise inoltre di svincolarsi da ogni legame con il re di Sardegna, rinunciando a tutti i suoi beni in favore della sorella, in cambio di una rendita vitalizia.
Nel 1789, lo scoppiare della Rivoluzione francese risveglia il suo spirito antitirannico e lo induce a dedicare un’ode alla presa della Bastiglia, ma presto gli sviluppi della Rivoluzione suscitarono in lui disgusto per quella che riteneva una falsa libertà che nascondeva una nuova tirannide borghese. Negli ultimi anni della sua vita si stabilì a Firenze, dove morì nel 1803.

I rapporti con l’illuminismo: Le basi della formazione intellettuale di Alfieri sono illuministiche. Egli, tuttavia, non ne condivide vari aspetti, ma non riesce a superare quelle posizioni arrivando ad una diversa prospettiva ideologica.
- Egli rifiuta il culto della scienza: il freddo razionalismo scientifico, secondo lui, soffoca quella passione in cui risiede la vera essenza dell’uomo e spegne l’immaginazione da cui solo può nascere la poesia. La filosofia dei lumi, inoltre mirava alla regolamentazione razionale della vita passionale ed affidava alla ragione la funzione di guida e direzione degli impulsi profondi. Alfieri si ribella a questo controllo razionale ed esalta la passionalità e il culto della vita intensa.
- L’illuminismo, sulla base della razionalità scientifica, sottoponeva a critica anche la religione tradizionale, approdando ad un vago deismo o a posizioni atee e materialistiche. Alfieri, pur non avendo una forte fede religiosa, respinge tali posizioni, mosso da uno spirito religioso che si manifesta in una tensione verso l’infinito e un bisogno di assoluto.
- Anche il progresso economico, come quello scientifico lo lascia freddo e scettico. Egli vede infatti nello sviluppo economico l’incentivo al moltiplicarsi di una massa di gente incapace di alt ideali e forti passioni: la borghesia.
- Al cosmopolitismo contrappone l’isolamento.
- Al filantropismo contrappone il culto di un umanità eroica, che si innalza rispetto alla massa di uomini comuni.

Le idee politiche: Anche alla base delle idee politiche vi sono le idee illuministiche di Montesquieu, Voltaire e Rousseau, ma anche in questo caso Alfieri si stacca dalla cultura dei lumi affermando delle posizioni del tutto personali.
Innanzitutto è l’ambiente in cui nasce e si forma a suscitare il suo radicale rifiuto: il Piemonte sabaudo, caratterizzato da un assolutismo che esercita un rigido controllo su tutte le forme di vita associata. Da questo ambiente soffocante il giovane Alfieri fugge vagando per cinque anni nei vari paesi europei, ma ovunque si scontra contro il clima opprimente dell’assolutismo monarchico, ma si troverà in urto anche con ciò che è destinato a sostituirlo: la borghesia. Per questo motivo troviamo in lui uno spaesamento totale e un senso di solitudine, che il giovane concepisce come una condizione di superiorità spirituale.
L’odio contro la tirannide è il punto centrale di tutta la sua riflessione, che non si configura come una la critica di una forma particolare di governo, ma del potere in sé, in quanto ogni forma di potere è oppressiva, per questo motivo Alfieri non contrappone nessuna concreta alternativa politica.
Anche il concetto di libertà che egli esalta contro la tirannide non possiede delle precise connotazioni politiche e non prende corpo in un progetto definito di Stato, ma resta astratto e indeterminato.
Vediamo, quindi, come nel pensiero di Alfieri non si scontrano due concetti politici (tirannide e libertà) ma due forze che nascono all’interno di Alfieri stesso: da un lato il titanismo (l’affermazione totale dell’io al di la di ogni limite, la tensione ad una grandezza sovraumana) dall’altro la percezione di forze che nell’io stesso si oppongono a questa espansione. Il tiranno, non è solo la trasfigurazione mitica di una condizione storica oppressiva, ma anche la proiezione di un limite che Alfieri trova in se stesso: tormenti e angosce che minano la saldezza della volontà.

Le opere politiche: Nella tirannide: è un breve trattato in cui Alfieri inizialmente si preoccupa di definire la tirannide, identificandola con ogni tipo di monarchia che ponga il sovrano al di sopra delle leggi e critica soprattutto le tirannidi moderate di quel periodo che, a suo avviso, velano la brutalità del potere e tendono ad addormentare i popoli, preferendo quelle estreme e oppressive poiché provocano l’insurrezione del popolo, portando alla conquista della libertà.
Egli inoltre esamina le basi su cui si appoggia il potere tirannico e le individua nella nobiltà, nella casta militare e in quella sacerdotale.
Successivamente affronta il modo di comportarsi dell’uomo libero sotto la tirannide: egli potrà o ritirarsi in solitudine, o ricorrere al suicidio, oppure potrà uccidere il tiranno, andando incontro alla morte. Si delineano così due figure: il tiranno e il liber uomo, che sebbene siano tanto diverse, hanno un carattere comune: entrambe infatti sono tese all’affermazione della loro individualità al di là di ogni limite; cogliamo per questo motivo in Alfieri una segreta ammirazione anche nei confronti del tiranno. Lo scrittore stesso afferma che abbandonerebbe volentieri la penna per la spada, cioè per l’azione diretta, ma rinuncia a farlo, dati i “tristi tempi” che negano ogni possibilità di azione.
Panegirico di Plinio a Traiano: notiamo l’affievolirsi dell’impeto rivoluzionario e dell’impegno attivo, in quest’opera Alfieri immagina un principe che spontaneamente deponga il potere facendo dono della libertà ai cittadini.
Della virtù sconosciuta: sviluppa il tema del modo di comportarsi dell’uomo libero, che ora non può far altro che ritirarsi in sdegnosa solitudine, rinuncia all’eroismo e sceglie volontariamente la non azione.
Del principe e delle lettere: si dedica ad esaminare il rapporto tra lo scrittore e del potere assoluto. Mentre nella “Tirannide” esaltava la superiorità dell’agire, qui proclama la superiorità assoluta dello scrivere, solo nella letteratura infatti, si manifesta la dignità e la libertà dell’individuo, poiché richiede maggiore grandezza a inventare o descrivere una cosa, che nell’eseguirla. Utilizza l’esempio di Omero, che è più grande di Achille, perché questi, pur avendo compiuto azioni sublimi, non sarebbe stato capace di dare fame a se stesso. L’opera rivela quindi l’affievolirsi dello slancio rivoluzionario, infatti, mentre nella tirannide si scagliava contro l’aristocrazia, ora esalta i nobili, la cui missione è farsi promotori di libertà e virtù, e, nelle opere successive criticherà la nuova classe sociale che si afferma proprio in quel periodo: la borghesia.
Il Misogallo: la causa della crisi ideologica di Alfieri e l’affievolirsi degli astratti entusiasmi giovanili è la Rivoluzione francese, nel suo rilevarsi sempre più come una rivoluzione borghese. In un primo tempo, infatti, egli aveva guardato alla rivoluzione con simpatia, come affermazione di libertà, ma poi si chiude in un atteggiamento di avversione verso quei rivoluzionari borghesi, che, a suo avviso, contaminano con la loro avidità di potere e ricchezze l’ideale di libertà, instaurando una tirannide peggiore di quella monarchica.
In quest’opera egli esprime il suo odio contro la Francia, che in realtà è odio verso la Rivoluzione, egli difende i privilegi nobiliari e respinge ogni turbamento dell’ordine sociale. Afferma inoltre il suo senso patriottico, e auspica che il popolo italiano possa assumere una coscienza nazionale e difendi la propria individualità e la propria libertà (notiamo come inizia a delinearsi l’idea di nazione tipica della visione romantica, in antitesi con il cosmopolitismo illuministico).

Le satire: Anche le satire e le commedie vengono considerate opere politiche:
Grandi: riprende la polemica antiaristocratica, indirizzata però soltanto ad aspetti marginali come la frivolezza e l’ozio, ne ribadisce tuttavia la supremazia e la sua funzione di guida.
La plebe e La sesquiplebe: violente requisitorie contro la borghesia a cui Alfieri non riconosce alcun diritto
Antireligioneria: il poeta difende la religione contro la critica volt ariana, affermando la necessaria funzione consolatrice.
Filantropineria: condanna gli ideali dell’Illuminismo, tra i quali l’uguaglianza.
Commercio: contro lo spirito mercantile.
E le commedie
Nelle commedie si esprime ancora più radicalmente la sua delusione e la crisi degli ideali:
L’uno, I pochi, I troppi, L’antidoto: sono una satira allegorica delle varie forme di governo a cui si contrappone infine l’antidoto: una forma di governo alternativa che per Alfieri doveva essere un governo misto, che tuttavia, esclude la plebe dalla vita politica.
La Finestrina: una satira morale in cui denuncia la matrice autentica dell’operosità umana in tutti i settori; analizzando filosofi, letterati o fondatori di religioni, nota che sono tutti mossi da vanità e interessi personali.
Il divorzio: opera più sarcastica e comica, nella quale critica il cicisbeismo.

La poesia tragica: Soltanto nella scrittura tragica, però, Alfieri trova la catarsi alla sua oscura inquietudine e individua lo scopo della sua vita. Egli sceglie la poesia tragica per diversi motivi:
- Tradizionalmente la tragedia rappresentava figure umane eroiche ed eccezionali, appariva quindi il genere più adatto ad esprimere il titanismo alfieriano. Nel costruire i suoi eroi, infatti, egli dava sfogo delle sue stesse aspirazione e proiettava se stesso.
- La tragedia, inoltre, non aveva ancora trovato nella cultura italiana la sua piena realizzazione, mancava infatti un poeta tragico all’altezza dei contemporanei francesi come Corneille e Racine; in questo campo, quindi Alfieri ritrovava l’occasiona adatta per l’affermazione di sé.

Alfieri compose diversi scritti teorici in cui delineava i principi che lo ispiravano nel lavoro di composizione delle tragedie:
Egli critica la tragedia francese, ricca di eccessive esitazioni che rallentano l’azione, il patetismo sentimentale e l’andamento monotono, secondo Alfieri alla base dell’ispirazione poetica vi deve essere lo slancio passionale, il calore di un contenuto vissuto, che si manifesta nel dinamismo dell’azione e nella tensione incalzante che precipita verso la catastrofe. Egli propone quindi di eliminare ogni elemento superfluo e concentrarsi su un numero limitatissimo di personaggi principali, utilizzare uno stile rapido, conciso ed essenziale. La battute sono in prevalenza brevi e spesso sono presenti parole monosillabiche. Lo stile inoltre, deve distinguersi da quello lirico che tende al canto, la tragedia, infatti, esprime conflitti fra individualità, idee e passioni, deve quindi essere duro aspro e antimusicale, ricco di enjambement, inversioni e pause. Notiamo inoltre come l’ordine delle parole è sconvolto.
Alfieri, tuttavia mira sempre a disciplinare questi contenuti in forme rigorosamente classiche, egli infatti rispetta le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione.
Il bisogno di disciplina si manifesta anche nel suo modo stesso di lavorare: egli infatti afferma che l’elaborazione di ogni tragedia si articola in tre momenti fondamentali: ideare, stendere, verseggiare. La creazione è originariamente un processo spontaneo che trae alimento da componenti più irrazionali, ma poi quel contenuto deve disciplinarsi in una forma religiosa.
Alfieri di norma non fece rappresentare le sue tragedie in teatri pubblici, ma solo in rappresentazioni private, questa scelta nasceva da un rifiuto del teatro contemporaneo, degli attori dell’epoca e del pubblico comune, insensibile e mediocre.

L’evoluzione del sistema tragico: Nelle tragedie di Alfieri si proiettano i vari cambiamenti dei suoi stati d’animo, vediamo infatti in una prima fase il sogno di grandezza sovraumana, lo slancio titanico di affermazione dell’io al di là di ogni ostacolo, ma contemporaneamente si profila lo scontro con una realtà ostile che soffoca quello slancio e porta a una concezione pessimistica e scettica dell’uomo.
Filippo: sotto le vesti del sovrano spagnolo Filippo II appare per la prima volta il mito del tiranno che sarà poi delineato nella Tirannide. Questo personaggio, nella sua volontà di imporre il suo dominio incontrastato anche a costo di uccidere il figlio, incarna l’individualismo alfieriano e il suo bisogno di grandezza.
Polinice: Anche nella rivalità dei due fratelli Eteocle e Polinice, nati dall’incesto di Edipo con la propria madre, vediamo la brama di grandezza e l’individualismo esclusivo e sfrenato.
Antigone: tema del rifiuto sdegnoso della realtà.
Agamennone e Oreste: motivo della debolezza umana. Clitennestra, moglie di Agamennone ed Egisto suo amante, uccidono Agamennone, il figlio Oreste è costretto ad uccidere la madre per vendicare il padre. Clitennestra appare smarrita, debole e in balia delle sue passioni, l’individualismo titanico di Alfieri mostra le sue prime crepe.
Virginia: L’ideologia eroica assume vesti politiche. Il personaggio centrale, Icilio si scontra con il tiranno Appio Claudio per difendere l’amata Virginia da questi insidiata è il primo degli eroi di libertà alfieriani.
Congiura de’ Pazzi: Anche questa una tragedia di libertà in cui però la virtù dell’eroe va incontro alla disfatta, che corrisponde al suicidio disperato di Raimondo che si oppone alla tirannide di Lorenzo il Magnifico.

Saul: Nel Sul l’individualismo alfieriano e il titanismo entrano definitivamente in crisi. Saul presenta una figura di eroe del tutto nuova, non è più l’eroe forte e fermo, ma un eroe lacerato, perplesso e sconfitto da se stesso. Il vecchio re d’Israele, alla vigilia dello scontro decisivo con i nemici Filistei, sente tutto il peso dell’umani insufficienza e debolezza, che si proietta nell’oscura maledizione divina che egli sente gravare su di sè e prende forma negli incubi e nelle angosce che lo tormentano. La volontà titanica si scontra con il limite invarcabile della volontà di Dio e l’affermazione della propria grandezza si trasforma in una sfida a Dio, che destina l’eroe alla sconfitta.
Come già sappiamo, il senso del divino non è una parte essenziale dello spirito di Alfieri, lo è comunque dell’animo del personaggio. Saul credendo di essersi meritato l’ira di Dio, cade in questo stato di turbamento. Il vero conflitto di Saul, però non è in definitiva uno scontro con la potenza trascendentale di Dio, ma è tutto dentro di lui, e quello che egli chiama Dio non è altro che una funzione del suo animo, scaturita dal terribile senso di colpa provocato dalla smisurata volontà di potenza che lo porta a travolgere e calpestare senza pietà chiunque lo ostacoli, a far soffrire i figli e a scacciare l’amato David. In conseguenza al senso di colpa la tensione titanica va incontro alla sconfitta e si trasforma in un senso di angoscia e smarrimento.
Il nemico non è più al di fuori dell’eroe, ma al suo interno, ed è un nemico a cui è vano opporsi con atteggiamenti di sfida.
L’interiorizzazione del conflitto si manifesta anche nel rapporto con David. Anche qui li conflitto è tutto dentro Saul, perché il vecchio re non viene in urto col David reale che gli è devoto e fedele, ma con un David immaginario creato dalle sue ossessioni, che in realtà non è altro che Saul stesso: in esso infatti il re proietta l’immagine di sé giovane e forte, per questo motivo, egli, da un lato lo ama, in quanto vede nel giovane se stesso, ma lo odia perché rappresenta ciò che non è più e mai potrà essere. Lottando contro Dio e contro David, Saul, dunque lotta contro una parte di sé.

Vittorio Alfieri, spiegazione



Vita: Nasce da una famiglia di ricca nobiltà terriera. Essendo ricco, non ha bisogno di lavorare e dedica interamente la sua vita all’otium letterario. In più, lui si compiaceva della sua condizione di nobile, perché non dipendeva da nessuno neanche per la pubblicazione delle sue opere (esattamente come Tito Livio). Sin dall’infanzia viveva in malinconia e solitudine, ma aveva grande volontà che si manifestava in gesti ribelli.
•• Era insoddisfatto dei suoi studi a Torino alla Reale Accademia: la sua formazione era “arida e pignola, ispirata a modelli culturali antiquati”, così la definiva. Insisteva molto sulla totale ignoranza che possedeva in quel periodo di “ineducazione”.
•• Uscito dall’Accademia segue il costume usuale tra i giovani del tempo, quello del “grand tour” che dà sfogo al sentimento di cosmopolitismo e alla fame di conoscenza propri dell’Età dei Lumi: viaggia per l’Italia e l’Europa per cinque anni. I viaggi di Alfieri però non rientravano in uno spirito illuminista: lui non voleva conoscere o fare esperienze, ma viaggiava per un’irrequietezza interiore, per una smania febbrile di movimento. Non riusciva a fermarsi in nessun luogo perché era sempre insoddisfatto e inappagato e scontento, annoiato e malinconico. Nella sua autobiografia scrive che non appena era arrivato a una meta, aveva bisogno di fuggire da qui. Era come se Alfieri inseguisse qualcosa (Orlando Furioso) di ignoto e inafferrabile, che gli sfuggiva continuamente, oppure voleva riempire il vuoto interiore con il moto incessante. Alfieri è irrequieto, incontentabile, viaggia dappertutto, ma non è soddisfatto. È tormentato, fino a quando non comprende la sua vocazione poetica, che riempie tutta la sua vita.
••• Nella “Vita” scrive che questi viaggi non gli fanno accumulare conoscenze, quanto molte esperienze delle condizioni politiche e sociali dell’Europa del tempo, che è l’Europa dell’assolutismo. Lui, inquieto e ribelle, aveva un grande odio verso la tirannide monarchica. Prova repulsione per tutto ciò che vede. Rifiuta di conoscere Metastasio perché si genuflette falsamente alla sua sovrana (a Vienna). Non vuole conoscere Caterina II. Mentre prova simpatia per i Paesi più liberi, come l’Inghilterra e l’Olanda.
•• Ama i paesaggi desolati e orridi, selvaggi e maestosi. Il silenzio di quei luoghi disabitati e naturali ispirava in lui “idee fantastiche, malinconiche e grandiose”. Spesso “immagini terribili e pazze”. Proiettava romanticamente il suo Io nei luoghi.
••• Di nuovo a Torino, non riesce a legarsi alle attività politiche e militari e la sua vita è di “giovin signore”, chiuso in una solitudine immobile, che ingrandisce la sua inquietudine. Il “tristo amore” per la marchesa Turinetti (ludus amoris) gli crea un senso di depressione.
•• Dopo l’ineducazione dell’Accademia, legge le biografie di Plutarco e gli illuministi francesi, base della sua cultura antitirannica. Fonda una società letteraria, nella quale scrive satire in francese. In francese comincia un Journal (Diario che poi prosegue in italiano), dove si racconta il culmine della sua crisi.
••• Nel 1775 vive una “conversione”: scrive la tragedia Antonio e Cleopatra e si rende conto di quanto sia simile con la sua relazione con la Turinetti e capisce che scrivere poesia gli permetta di superare i propri tormenti: letteratura come catarsi e salvezza.
•• La tragedia, fatta a Torino, ha grande successo. Alfieri sente di avere una vocazione di poeta tragico. Finalmente ha riempito il suo vuoto e l’inquietudine. Scrive Filippo e Polinice e si dedica fino alla morte alla scrittura. Anche se è consapevole del suo ridotto bagaglio culturale. Studia quindi i classici latini e italiani (il greco lo impara dopo) e la lingua italiana per poterla utilizzare nella scrittura giurando di non parlare né scrivere più in francese. Viaggia per l’Italia per imparare e trova il “degno amore” con Louise Stolberg. Lei e la poesia danno ad Alfieri l’equilibrio di vita. Elimina i legami con la tirannia in Piemonte dando via i suoi beni in cambio di una rendita vitalizia. Continua a scrivere tragedie che stampa a Siena e poi a Parigi dove soggiorna con Louise. La Rivoluzione francese anima il suo sentimento antitirannico e scrive l’ode Parigi sbastigliato per la presa della Bastiglia. Poi, l’esito di falsa libertà gli suscita disgusto. Fugge da Parigi e va a Firenze con l’odio verso i Francesi, impadronitisi dell’Italia con le campagne napoleoniche. Qui muore.

I rapporti con l’Illuminismo: Le basi della sua formazione sono illuministiche e Alfieri non riesce ad andare oltre. Ma Alfieri, che non riesce a ragionare filosoficamente attorno a una nuova prospettiva, sente di appartenere, purtroppo, a questo periodo storico, che gli fa provare grande insofferenza.
•• È disgustato dalla freddezza della scienza e dei “filosofisti”, mossi dal “2+2=4”. Il freddo razionalismo scientifico per lui soffoca l’immaginazione e il “forte sentire”, la violenza emotiva e passionale, che è la vera essenza dell’uomo: solo da qui nasce la poesia. È vero però che l’ultimo Illuminismo, con la filosofia di Rousseau, rivalutava la natura e la passione, gli impulsi spontanei che l’eccesso di civilizzazione porta a far scomparire. Ma per i philosophes l’intelletto mitiga il sentimento e funziona da guida per gli impulsi. Alfieri si ribella a questo controllo razionale esaltando la dismisura e la passionalità sfrenata che fa diventare Dio, l’uomo (lo innalza).
•• L’Illuminismo, poi, critica la religione tradizionale, preferendo il deismo o l’ateismo. Alfieri invece è mosso da uno spirito religioso che lo proietta verso l’infinito. Non vi è in Alfieri la speranza per le scoperte scientifiche. Lui ha il senso dell’ignoto, dell’infinito e del mistero dell’essere, che l’uomo non potrà mai arrivare a conoscere. L’Illuminismo è ottimista, Alfieri è pessimista. Rifiuta anche il progresso economico durante l’Illuminismo. Vi è un aristocratico rifiuto dello spirito borghese, che mira all’utile e all’interesse materiale. Nello sviluppo economico, Alfieri vede solo il crescere di genti aride, incapaci di alti ideali e forti passioni. Rifiuta il progresso della cultura dei Lumi, che non riesce a mutare gli schiavi in uomini liberi (è e resta solo teorica). Il passaggio avviene solo grazie alle passioni. Al contrario, i “lumi” per lui raffreddano gli animi e l’istinto all’azione, quindi fermano il cambiamento. Rifiuta il cosmopolitismo, perché preferisce l’isolamento. Rifiuta il filantropismo, perché è solo teorico e mai messo in pratica.

Le idee politiche: •• Alfieri ha una base illuministica ed è contro la tirannide e il culto della libertà (che resta solo teorica). Ma lo studio dei philosophes lo porta a formulare ipotesi e istinti personali. Il suo carattere è individualistico ed egocentrico. Nel Piemonte dove nasce vi è l’assolutismo e si scontra moralmente e sentimentalmente con questo e con la cultura arretrata.
•• Alfieri va contro sia con ciò che è realtà (l’assolutismo), sia con ciò che potrebbe diventarlo (la realtà borghese). Dunque, si estranea dal suo tempo, restando in solitudine, vivendo lo spaesamento non come una condanna, ma come una condizione di superiorità.
•• Il suo odio contro la tirannide è un odio generale, assoluto e astratto contro il potere in tutte le sue forme, perché ogni forma di potere mina l’uguaglianza ed è oppressiva.
•• Allo stesso modo, esalta in astratto il concetto di libertà (che non definisce se di pensiero, di stampa, di parola...). Alfieri è “vittima” di un individualismo eroico radicalmente antisociale. Vuole affermare illimitatamente il proprio Io. Questo ideale di libertà non può coincidere con nessuna forma politica di potere. Alfieri si entusiasma per le rivoluzioni perché distruggono il dispotismo, ma poi le odia quando si forma un nuovo governo. Saluta la rivoluzione americana con quattro odi (L’America libera), ma poi si accorge che non si era fatta per amore della libertà, ma per motivi economici e scrive una quinta ode più amara. Lo stesso nel Parigi sbastigliato.
•• Tirannide e libertà sono dunque entità mitiche e fantastiche e non due concetti politici.
Il titanismo alfieriano è l’ansia di infinita grandezza e libertà che va a scontrarsi con tutto ciò che la limita e la ostacola. Gli effetti del titanismo sono la solitudine, l’inquietudine, la malinconia e la volontà di grandezza eroica e quasi sovrumana. Il titanismo è lo scontro titanico tra il grandissimo Io e la realtà esterna. Alfieri è, per questo, preromantico.
Nel titanismo è implicita anche l’inevitabilità della sconfitta e dunque il pessimismo. Questa volontà oltre i limiti umani è accompagnata dalla consapevolezza dell’impotenza.
•• Lo scontro tra libertà e tirannide è il conflitto che sta alla base delle tragedie di Alfieri.
L’eroe (titano), anche se vinto fisicamente dalla tirannide, non è mai domato interiormente. La morte è la suprema sfida e la rivendicazione della propria purezza.

Le opere politiche, le Satire e le Commedie: •• Nel trattato giovanile Della tirannide vi è la polemica contro la monarchia e si cerca di trovare il modo per distruggerla, per esempio grazie al gesto eroico dell’uomo libero (titano) che provoca una rivolta popolare.
•• Nel Misogallo, misto tra prosa e versi, vi è la delusione del post-rivoluzione e Alfieri rivaluta la tirannide come male minore in confronto alla borghesia al potere.
•• Nel Del principe e delle lettere, si definisce superiore l’attività letteraria all’impegno civile. La figura dell’intellettuale è quella di uomo separato dalla realtà e solitario.
•• Nelle Satire e nelle sei Commedie, anche qui vi è il rifiuto della borghesia, con una concezione pessimistica dell’umanità, profondamente infelice e mentalmente ristretta.

Le tragedie: Quando abbandona il francese, sente la sua vocazione alla tragedia. Va contro la tragedia classica francese per la prolissità, il patetismo e il carattere romanzesco. Nelle sue tragedie sceglie un andamento tragico incalzante, incentrato su pochi personaggi principali e lo stile è conciso, antimusicale e rapido, che esprime grande intensità drammatica. È legato al classicismo: attenta elaborazione stilistica (labor limae), concentrazione dell’azione drammatica e rispetto per le tre categorie aristoteliche di tempo, luogo e azione. L’inizio è immediato e passionale. I dialoghi sono istantanei e scritti di getto, poi limati. Alfieri, che rifiuta il pubblico e i teatri, mostre le tragedie solo in ambienti privati. Il teatro di Alfieri è ideale e fatto da persone forti e libere che verranno solo in seguito. Anche nelle tragedie si osserva il passaggio dalla tensione eroica giovanile (speranza titanica) alla disillusione della maturità (pessimismo e impotenza): nelle prime tragedie gli eroi sono sovrumani, in solitudine; nelle ultime, i personaggi sono deboli e coscienti della sconfitta, come il protagonista del Saul. Nella Mirra il personaggio eroico degenera totalmente e il conflitto si trasferisce dall’esterno all’interno dei personaggi, con sentimenti contrastanti.

La Vita scritta da esso e le Rime: La personalità di Alfieri si apprende soprattutto dalla sua autobiografia. Nella Vita scritta da esso si delinea la sua vocazione poetica, perno attorno al quale ruota tutta la sua esistenza, il disagio esistenziale e la delusione storica dell’ultimo Alfieri. Anche le Rime hanno natura autobiografica, scritte durante tutta la vita del poeta. Il modello per i motivi è il Canzoniere di Petrarca, ma la musicalità è del tutto assente e il linguaggio punta sull’intensificazione espressiva (si preferisce l’emozione alla musicalità). Lo stile e i temi sono preromantici.

Il Saul: L’eroe del Saul è modernissimo: è un eroe intimamente lacerato e perplesso. Saul è intimamente diviso perché vuole due cose opposte tra loro; è un eroe maledetto, macchiato di un’oscura colpa che lo isola dagli altri uomini. È consapevole della sconfitta. Saul ha la smania di conquistare il potere illimitato, di affermare la propria volontà di libertà, parola che in Alfieri pesa tonnellate. Dall’altra parte Saul, con la sua volontà titanica, si scontra con la volontà di Dio. L’affermazione della sua libertà si trasforma in una sfida a Dio. Ciò genera la collera divina, che si scaglia sull’eroe portandolo alla sconfitta.
Alfieri scrive sul titanismo come desiderio di distruzione dell’ancien régime e del ragionare tipico dell’età dei Lumi. Vuole accendere la passione. Ma la presenza di Dio non è sentita oggettivamente, ma solo soggettivamente da Saul. Infatti, il vero conflitto si Saul non è con Dio, ma dentro di lui. Quello che Saul chiama Dio è una funzione del suo animo. La forza dominatrice e orgogliosa si trasforma in angoscia e impotenza. È proprio nel Saul che il titanismo scopre il limite dell’uomo. Il conflitto tragico qui è interiorizzato: la tragedia è dentro la psiche dell’eroe (un po’ come Blake in Questo fiume di parole). Il Saul segna la crisi d’identità, la divisione dell’Io. Saul è un re e la sua divisione dell’Io si vede bene nella prima scena del secondo atto. Anche il rapporto con David è immaginario e non reale. C’è il David reale, che è un eroe esemplare e il David immaginario, che, nella mente di Saul, è l’antagonista. Il David immaginario in realtà è Saul stesso. Cioè Saul vecchio e stanco proietta la sua immagine nel David giovane, forte e in armonia con Dio. Saul per David ha un atteggiamento di amore e di odio. Lo ama perché rivede se stesso, lo odia perché rivede ciò che non è più, quindi vede qualcosa che lo minaccia e vuole sottrargli il potere. Quando Saul combatte contro Dio e contro David, in realtà sta combattendo se stesso. La tragedia, in cinque atti, si presenta come un grande monologo, perché Saul parla solo con se stesso: i personaggi con i quali parla in realtà sono proiezioni di se stesso e delle sue ossessioni.

La trama del Saul: Saul, un coraggioso guerriero, fu incoronato re di Israele su richiesta del popolo e consacrato dal sacerdote Samuele, che lo unse in nome di Dio. Col tempo, però, Saul si allontanò da Dio finendo per compiere diversi atti di empietà. Allora Samuele, su ordine del Signore, consacrò re, un umile pastore: David. Questo fu chiamato alla corte di Saul per placare con il suo canto l’animo del re, e lì riuscì ad ottenere l’amicizia di Gionata, figlio del re, e la mano della giovane figlia di Saul, Micol.
David generò però una forte invidia nel re, che vide in lui un usurpatore e al tempo stesso vi vide la propria passata giovinezza. David venne perseguitato da Saul e costretto a rifugiarsi in terre dei filistei (e per questo accusato di tradimento).
La vicenda del Saul narra le ultime ore di vita del re e vede il ritorno di David, che da prode guerriero è accorso in aiuto del suo popolo, pur sapendo bene il rischio che ciò poteva comportare per la sua vita. David è pronto a farsi uccidere dal re, ma prima vuole potere combattere con il suo popolo.
Saul vedendolo lo vuole uccidere, ma dopo averlo ascoltato si convince a dargli il comando dell’esercito. David ad un certo punto commette però un errore, parlando di “due agnelli” in Israele, e ciò genera il delirio omicida di Saul verso il giovane. Saul poi spiega a Gionata la dura legge del trono, per la quale “il fratello uccide il fratello”. Davanti al re arriva il sacerdote Achimelech, che porta a Gionata la condanna divina e lo mette al corrente dell’avvenuta incoronazione di David. Il re fa uccidere il sacerdote, e da lì egli andrà sempre più verso il delirio.
Nell’ultimo atto, Saul prevede in un incubo la propria morte e quella dei suoi figli e con una visione piena di sangue si ridesta, e coglie la realtà dei fatti: i Filistei li stanno attaccando, e l’esercito israelita non riesce a difendersi. A questo punto Saul ritrova sé stesso, e uccidendosi riconquista l'integrità di uomo e di re.

Sintesi su Vittorio Alfieri


L’autore di certo si può dire che è vissuto nel tempo e l’ambiente dell’Illuminismo.
Nella seconda metà del settecento l’illuminismo e ormai diffuso e conosciuto nell’Europa e in Italia.
Ai fattori ambientali e familiari si può aggiungere di certo la situazione del teatro tragico del settecento, genere privilegiato di espressione di Alfieri e di altri autori tragici del settecento che sono impegnati in una generale emulazione del teatro francese.
Comunque sicuramente si può dire che Vittorio Alfieri è stato uno dei poeti più illustri del settecento, dove in questo periodo della sua vita con Parini e in seguito Foscolo, esprime le sue idee politiche e sociali, ovvero l’odio per le gerarchie e la sete d’indipendenza che però non abbandona la sua vena satirica e il suo classicismo.
Sono infatti protagonisti delle sue tragedie l’oppresso che si scoprono attraverso un’attenta analisi psicologica e senza una netta distinzione tra le due figure. Ed è proprio per questo che l’immagine del tiranno ambigua contrastato dall’oppressione della libertà altrui e il suo desiderio di elevare la sua immagine.
Il lui prevale l’aristocratico distacco del nobile che guarda con severo disprezzo le folle scatenate ed ha orrore per la loro pretesa di sovvertire l’ordine sociale.
In Alfieri molti sono gli elementi antilluministici e che potrebbero far pensare ad un anticipatore della successiva correntedel romanticismo.
L’amore di patria connesso all’idea di nazione, l’esaltazione del”forte sentire” del poeta, animato dalla passione, la sfiducia nella capacità della scienza e dell’economia di risolvere i problemi della società.
Alfieri recupera nella letteratura elementi di irrazionalità (sentimenti,passione) e la stessa religiosità. La tragedia Alferiana manca di intreccio e di colpi di scena ed è in definitiva risultano monotone e di desolazione.
L’autore si ottiene alle unità di luogo, di tempo e di azione, ma esclude il coro perché avrebbe rotto l’atmosfera di disperata solitudine del protagonista.
La sua poetica era rivolta ai problemi politici ed esistenziali che dovevano indurre il pubblico ad una profonda meditazione attraverso la rappresentazione di figure leggendarie con un significato universale. A contribuire a tutto ciò era anche il linguaggio pensato e misurato in ogni piccola espressione. E’ molto frequente l’uso di neologismi, ovvero parole di nuova formazione create dall’autore per meglio esprimere il suo pensiero e l’uso di brachilogie, ovvero espressioni brevissime con ritmo molto rapido.
Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749 dal conte di Cortemilla Antonio Amedeo Alfieri e dalla savoiarda Monica Moillard de Tournon che già era vedova del Marchese Alessandro Chacherano Crivelli.
Il padre morì nel primo anno di vita di Vittorio e la madre si risposò nel 1750 con il cavaliere Carlo Giacinto Alfieri di Vegliano, si può dire che apparteneva ad una delle famiglie piemontesi più nobili, lui stette con sua madre con cui, a causa di un carattere chiuso e scontroso, aveva un rapporto molto conflittuale. Visse fino all’età di nove anni ad asti al Palazzo Alfieri, affidato ad un precettore buono ma ignorante e dopo dallo zio Pellegrino Alfieri, che nel 1758 lo condusse all’accademia militare reale di Torino, Alfieri frequento l’accademia dove compì i suoi studi di grammatica, retorica, filosofia, legge. Venne a contatto con molti studenti stranieri , i loro racconti e le loro esperienze lo stimolarono facendogli sviluppare la passione per i viaggi.
Visitò Milano, Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Si recò anche in Francia e in Olanda dove colpì Jose Da Cunha, ambasciatore del Portogallo, che lo indirizzò alla lettura del Macchiavelli e infine in Inghilterra, paese dove trovò il compiacimento dell’autore.
Nel 1772i suoi viaggi ebbero fine e, scritta una tragedia dedicata a Cleopatra messa in scena nel 1775, Alfieri si dedicò alla carriera teatrale iniziando con la traduzione delle, maggiori opere della poetica italiana come il canzoniere del Tetrarca e dei tragici greco e romani.
Nel 1776 visse tra Pisa e Firenze dove vi rimase un anno più tardi per stare alla contessa Luisa d’Albany che diventerà sua compagna di vita fu nascosta prima in un convento fiorentino e poi a Roma per sfuggire dal marito. Il 1783 fu per l’Alfieri il periodo di maggior successo per la sua carriera, infatti compose ben quattordici tragedie tra cui le più famose La Congiura de’ pazzi, Rosmunda e Saul e nel 1784 compose altre cinque tragedie tra cui Mirra in alsazia dove si trasferì con la sua donna. In seguito si trasferì a Parigi da dove però scappò allo scoppio della rivoluzione per ritornare a Firenze.
Fu proprio la classe aristocratica francese che fece maturare in Alfieri uno spirito satirico che lo portò a comporre diciassette Satire. Infine nel 1789 diede vita alla prima raccolta delle Rime e l’opera la Vita. Morì nel 1803.

Autori che hanno contribuito al presente documento: cecidebiase, StudentsTecnico, davide.vitrani, vincenzodelys, eddie guerrero, Giorgjo, Nebulosa95, simone.scacchetti, Luigio94.
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