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Cinque Maggio

Riassunto, analisi de "Il Cinque Maggio" di Alessandro Manzoni descrizione delle strofe con l'aggiunta della descrizione dei temi presenti nel componimento

E io lo dico a Skuola.net
Alessandro Manzoni

Il Cinque Maggio

Il componimento è composto di 18 strofe di sei settenari ciascuna.
Manzoni lesse la notizia della morte di Napoleone sulla “Gazzetta di Milano” del 17 luglio e subito. compose di getto l’ode ultimandola nel giro di tre o quattro giorni. Lo presentò immediatamente alla censura austriaca, che però ne vietò la pubblicazione. Ma il componimento cominciò a circolare manoscritto e fu poi pubblicato, senza autorizzazione dell’autore, al di fuori del Lombardo-Veneto, divenendo molto popolare. Fu conosciuto anche all’estero, soprattutto grazie alla prestigiosa traduzione in tedesco di Goethe del 1822 e definita dal poeta “l’ode del secolo”, l’opera viene pubblicata anche in Piemonte nel 1823. Manzoni non nutriva simpatie politiche per l’uomo che aveva instaurato un potere personale a autoritario ma la sua morte avvenuta il 5 maggio sull’isola di Sant’Elena e le notizie giornalistiche che parlavano della sua conversione cristiana indussero Manzoni a rivedere la vicenda napoleonica da una nuova prospettiva.
L’ode è organizzata con una costruzione circolare: sia apre con “Ei fu” e termina con “posò”, due parole bisillabiche e accentate.

Le quattro strofe iniziali

Nelle quattro strofe iniziali, Manzoni rappresenta l’emozione sua e dell’Europa alla notizia della morte di Napoleone.
Strofe 1 - 2: immobilità del corpo di Napoleone, diventato una spoglia senza coscienza di quello che era, un uomo qualunque. La terra, in silenzio, si rende conto che è morto un grande uomo; a Manzoni non interessa se nel bene o nel male, per lui l’importante è non essere mediocre: Napoleone ha lasciato un’impronta di sé quindi è un grande uomo.
Uom fatal”: - uomo voluto dal destino;
- uomo che aveva il potere di cambiare il destino del mondo.
Nell’Eneide, Enea veniva chiamato “uomo fatale”.
Strofe 3 - 4: atteggiamento che Manzoni ha avuto verso Napoleone. Manzoni non ha mai parlato di Napoleone in vita ma qui lo ammira. Manzoni dice che la sua ispirazione poetica è libera da ogni elogio servile, come aveva scritto nel carme “In morte di Carlo Imbonati”.
Quindi ci sta dicendo che la sua lode non è mai stata né di insulto né di lode per Napoleone fino a quando era in vita. Manzoni, come Foscolo, pensa che la poesia abbia una funzione eternatrice perché è convinto che il suo canto non morirà ed eternerà le urne dei forti, dei veri uomini.

Le dieci strofe centrali

Nelle dieci strofe centrali viene rievocata la vicenda terrena di Napoleone (cinque dedicate al condottiero, cinque all’esule).
Strofa 5: con una fulminea esposizione di nomi vengono citate tutte le campagne di Napoleone, con una grande capacità di sintesi: le due campagne d’Italia (1796 e 1800), la campagna egiziana, quella di Spagna (1806: il Manzamarre è un piccolo fiume che scorre presso Madrid), le varie campagne in Germania; gli eserciti napoleonici raggiungono l’Italia meridionale (la punta della Sicilia) e la Russia (il Tanai, o Don, è un fiume russo), e percorrono il mondo da un mare all’altro.
Strofa 6: “Fu vera gloria?” la domanda è retorica, perché l’unica gloria riconosciuta da Manzoni è quella dello spirito e se Napoleone è stato così grande è perché Dio ha voluto mettere in lui un segno della sua potenza creatrice. Quindi l’argomento centrale dell’ode non è Napoleone, ma il rapporto tra Dio e Napoleone. Quest’ode è la prova della grande gloria di Dio, l’unica alla quale ci si deve inchinare.
Strofe 7 - 8: Napoleone era un uomo molto ambizioso ma per un giovane ufficiale come lui è improbabile diventare un imperatore, e quando raggiunse il potere provò la gloria, che è maggiore dopo il pericolo
Strofa 9: “Ei si nomò”: esistono due interpretazioni: secondo alcuni ci si riferisce all’auto proclamazione imperiale; secondo altri ci si riferisce al fatto che Napoleone fu artefice del proprio destino.
In ogni Napoleone è per sua volontà il fulcro della storia di due secoli, il Settecento e l’Ottocento, la Rivoluzione e la Restaurazione.
Strofa 10: la figura di Napoleone è considerata nell’ottica degli altri, considerato o invidiato o amato  sovrabbondanza di aggettivi e sentimenti.
Strofa 11: la similitudine allude al naufragio definitivo delle ambizioni napoleoniche. Sul naufrago si ammassano le onde del mare come fanno i ricordi sull’uomo. L’originalità sta nel fatto che il naufrago vede sia l’onda sopra di se, sia quella che lo solleva.
Napoleone adesso è un’anima, un’ “alma”, è diventato un uomo qualunque, spogliato dagli aggettivi imperiali, non viene più chiamato “ei”.
Strofa 12: qui Manzoni accoglie l’ipotesi che Napoleone su S. Elena avrebbe iniziato a scrivere una sua biografia, mai terminata.
Strofa 13: Napoleone è un uomo che ha ancora gli occhi fulminati ma non fa più nulla, non ha più nessuna prospettiva se non il ricordo.
Strofa 14: con l’anafora e il polisindeto della “e” arriva l’accumulo di ricordi, che pesano su Napoleone come l’onda sul naufrago.

Le quattro strofe finali

Quattro strofe finali sottolineano l’insegnamento religioso della vicenda di Napoleone: Manzoni sembra dirci che al suo tempo c’erano due potenze, ovvero Napoleone (= l’uomo del destino) e Dio, l’unica potenza superiore a Napoleone e che lo porta verso i campi eterni, verso la speranza.
Concetto giansenistico: non è l’uomo che si salva ma è la grandezza divina che interviene per la salvezza dell’uomo (“man dal cielo”).
Infine nell’ultima strofa ritorna il Dio giansenistico che incute timore, affanna i superbi, è potente e guerriero.
In conclusione Manzoni, nono stante Dio sia più potente, riconosce che sulla terra non c’è stata mai nessuna potenza più grande di Napoleone.
Manzoni vuole sottolineare:
- Il ruolo salvifico della Grazia divina, valida, forte, pietosa, l’unica in grado di infondere speranza in Napoleone;
- La funzione della Provvidenza: Dio vuole imprimere a Napoleone il segno più forte della sua potenza creatrice.
Allora Napoleone diventa una figura inscritta in un disegno divino.
La grandezza di Napoleone non è altro che l’arma della grandezza di Dio.


Temi principali

La gloria terrena torna due volte: al verso 31 potrebbe sembrare una domanda retorica, ma ai versi 95-96 c’è la risposta: di fronte alla potenza di Dio la gloria di Napoleone è solo silenzio e tenebre. Questo ridimensionamento della gloria umana è costante in Manzoni, che tende sempre ad abbassare l’eroe, ne vede la limitatezza nella prospettiva dell’eternità, lo invita ad accettare umilmente il posto che la storia gli da;
- potere umano e divino: la potenza divina è rappresentata da un Dio biblico e guerriero, ma è anche un Dio consolatore, l’unico che si è posato vicino al solitario Napoleone morente;
- morte: a Manzoni non interessa Napoleone come condottiero, ma gli interessa interpretarne il messaggio della sua morte. La morte costituisce per Manzoni la verità poetica, mentre le imprese di Napoleone sono la verità storica e Manzoni non la può cambiare. Allora la morte diventa il vero motivo di ispirazione dell’ode. Manzoni può immaginare il dramma con la risoluzione in chiave religiosa. Proprio questa tema della morte riflette la costante attenzione di Manzoni al rapporto tra vero storico e invenzione.
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