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"Un infinito numero" di Sebastiano Vassalli

Ambientazione


Le vicende narrate né "Un infinito numero" si svolgono in un lasso che potremmo far combaciare con quello della durata a Roma della carriera politica di Ottaviano Augusto, quindi possiamo collocarle negli anni che vanno dal 42 a.C. (scontri tra Antonio e Ottaviano) al 14 d.C. (morte di Augusto). Per quanto riguarda invece la sistemazione spaziale del racconto, possiamo notare una gran varietà di ambienti: Nauplia, la città natale di Timodemo, Dorinokros, la fattoria degli schiavi, il mercato dei servi di Napoli, la casa di Virgilio, Roma, la residenza di Mecenate, il paese dei Rasna con tutte le locazioni che fanno parte del Lazio etrusco (il bacino di Bolsena, Arezzo, le terme di Sacni, ecc.), ma anche le terre calde della Puglia (i campi di Solaria).

Focalizzazione e rapporto tra fabula e intreccio

Le vicende sono narrate in prima persona da Timodemo allo scrittore Sebastiano Vassalli; nel caso de "Un infinito numero" il protagonista (Timodemo) coincide con il narratore ed è omniscente, conosce ogni dettaglio della storia, poiché l'ha già vissuta. Il racconto è costruito sulla fabula, siccome gli avvenimenti si svolgono in ordine cronologico, ma ad un certo punto Vassalli ricorre all'intreccio, precisamente quando Mecenate, Virgilio e Timodemo fanno un viaggio nel passato nel tempio di Mantus.

I protagonisti

Timodemo è, insieme a Mecenate e a Virgilio, uno dei protagonisti, perché narratore e perché tutti gli avvenimenti sono filtrati dal suo punto di vista. Timodemo è un greco nato a Nauplia e figlio di una prostituta, è venduto a un mercante di schiavi di Dorinokros, luogo in cui riceve una bassa istruzione di latino e di autori classici. È poi rivenduto ad un altro commerciante di schiavi di Napoli con il titolo di grammatico, destinato a fare da maestro nelle scuole di Roma. È durante il mercato a Napoli che Timodemo conosce il suo nuovo padrone Virgilio, che lo terrà come segretario e lo istruirà per alcuni anni, fino a concedergli il titolo di uomo libero per i suoi meriti e la sua fedeltà. Nonostante ciò, Timodemo rimane con il luminare per tutta la durata del viaggio nel paese dei Rasna e anche dopo la morte di questi sarà l'unico a mantenere vive le promesse fatte al suo benefattore, cercando di mantenere fede al testamento e di distruggere l'Eneide, mettendosi così contro Ottaviano Augusto. Vivrà il resto dei suoi giorni a Solaria, una terra calda e rigogliosa nella Puglia. Timodemo è un uomo intelligente con un grande spirito di osservazione e una vorace curiosità, un uomo che conosce le sue capacità e che ama osservare il ruolo della gente nel mondo e riflettere sulla caducità e sulla piccolezza della vita umana rispetto alla dimensione dell'infinito. Timodemo subisce un'evoluzione dopo il viaggio nel paese dei Rasna, poiché si rende conto che a lui è toccato il compito di sopravvivere all'esperienza del tempo di Mantus e di tramandare ai posteri (in questo caso a Sebastiano Vassalli) la vera storia dei Rasna. Virgilio è descritto come un uomo timido, impacciato e chiuso nella vita sociale e sentimentale, poco abile con le donne e con i rapporti con gli altri, ma molto loquace e abile nell'uso delle lettere, come del resto si addice ad un luminare della poesia. È anche sottolineata la sua continua incertezza, l'incapacità di seguire dei piani di azione coerenti, e questa caratteristica è evidenziata soprattutto durante il componimento dell'Eneide, in cui Virgilio vive un periodo di continui ripensamenti e di dibattiti interiori tra due fazioni: quella della re-interpretazione dei valori storici secondo la propria etica e quella del vero storico. Infatti, Virgilio non sa se nobilitare le gesta di Enea, che aveva sterminato un popolo per ottenere terre, donne e discendenza, o se rappresentarlo per quello che è ovvero un "uomo grasso e schifoso, più viscido di una lumaca e più puzzolente di un porco". Nel momento in cui termina l'Eneide, si rende conto di aver scritto bugie e di aver mortificato il vero storico solo per dare lustro e nobilitare le origini di Ottaviano... Inutile è il tentativo di distruggere la stesura finale dell'opera e di riscriverla. Mecenate è il protettore di Virgilio, suo editore e il suo tramite con la buona società della capitale ed era anche molto ricco. Mecenate, secondo la storia di Timodemo, ama circondarsi di artisti di ogni genere, di tenere grossi banchetti nel suo palazzo sempre affollato dai poeti, ed è anche l'unico tramite tra questi artisti e Ottaviano Augusto. È un uomo molto deciso e sicuro di sé, convinto di poter comprare qualsiasi cosa con il denaro e di poter ottenere tutto, è un lussurioso, ama le donne e i piaceri, ha un gran senso dell'umorismo ma tende sempre a far rispettare la sua autorità anche con la violenza; incarna lo spirito romano e aggiunge un forte attaccamento all'arte e alla cultura in generale, unica cosa che può dare una sensazione di eterno alle cose. Fisicamente è un uomo basso, con il capo grosso rispetto al corpo, abbastanza robusto e con un volto molto espressivo capace di rappresentare ogni stato d'animo e di concitare ogni discorso. Se per Virgilio e Timodemo, il viaggio tra i Rasna è significato un cambiamento spirituale, per Mecenate segna invece un periodo di deterioramento dei rapporti con gli artisti e con Ottaviano, a cui si associava un disinteressamento ai suoi vecchi amici, una lucida follia e una totale scomparsa dalla scena politica. Questo perché Augusto era diffidente nei confronti di tutti e perciò aspettava la buona occasione per mettere Mecenate tra i nemici; e egli, che ben lo sapeva, inizia dopo il viaggio con Virgilio a vivere un perenne stato di allerta che gli costa la salute mentale e fisica.

Breve panoramica sugli altri personaggi

Tra gli altri personaggi troviamo Tecmessa, l'amante di Mecenate, una danzatrice di eccezionale bellezza e fascino, che è abbandonata dal suo uomo dal giorno in cui questi conosce Velia, la vestale del tempio di Turan. Tecmessa ha un ruolo importante nella trama poiché diviene la rivale e l'assassina di Velia la splendida sacerdotessa. Sarmento è un uomo divertente e ironico, ed è anche il segretario di Mecenate, diviene l'amante di Ninfa (sorella di Tecmessa) e durante l'assenza di Mecenate fa il padrone dei suoi possedimenti di Arezzo. Aisna è il sacerdote di Velthune e la massima autorità dei Rasna; è un uomo basso e gobbo, che osserva attentamente Virgilio e Mecenate prima di rivelarsi ai protagonisti. È un uomo di grande saggezza (dice di sapere più cose di quante Virgilio e Mecenate ne possano conoscere in dieci vite) e spiega ai protagonisti perché i Rasna non hanno lasciato tracce scritte della loro storia ai posteri; ed è egli stesso che profetizza la morte sua, di sua moglie e della figlia Velia a Virgilio, Timodemo e Mecenate. Ottaviano Augusto è colui che commissiona il viaggio di Virgilio nella terra etrusca, affinché scopra le vere origini del popolo romano e le nobiliti con un poeta degno della sua magnificenza. Come è sottolineato nella storia di Timodemo, Ottaviano è una persona che insegue la Fama e desidera incessantemente di essere ricordato nella sua magnificenza... È un uomo impaziente e diffidente, che non crede all'amicizia ma solo alla condivisione degli ideali (motivo che lo porta a fidarsi di Agrippa), infatti nel momento del suo massimo potere condannerà con false accuse alcune persone che gli erano vicine e lo stesso Mecenate, un tempo suo amico, lo teme e resta in guardia per non contraddirlo e per rimanere nell'ombra.

La trama

Timodemo è uno schiavo greco che è venduto a Virgilio nel mercato degli schiavi di Napoli e da questi è istruito e liberato non appena raggiunta l'età adulta. Nonostante ciò egli rimane a servire il padrone come segretario durante i suoi frequenti viaggi a Roma ad incontrare Mecenate... Ed è proprio dopo una pubblica lettura delle Georgiche che Ottaviano Augusto incarica Mecenate e Virgilio di andare nella terra dei Rasna per scoprire le vere origini di Roma e scrivere così un grande poema epico che avrebbe nobilitato la già nota e umile storia dell'impero. Partiti con uno stuolo di soldati capeggiati dal titanico Cuoricino, viaggiano attraverso il Lazio, si fermano ad Arezzo dove Mecenate massacra due amministratori che avevano approfittato dei possedimenti paterni in Arezzo. Il viaggio prosegue alla volta di Sacni, città termale e sede di Aisna, il gran sacerdote di Velthune che possiede la conoscenza che i tre cercano. In questo villaggio Mecenate si innamora di Velia, figlia del gran sacerdote e vestale di Turan, dea dell'amore, ma il suo è un amore che non può essere ricambiato... Successivamente Virgilio, Mecenate e Timodemo sono portati nel sotterraneo del tempio di Mantus, dio delle ombre e dei morti, in cui un Mostro rivela loro il passato facendoli sprofondare in un sonno profondo, durante il quale, in una notte lunga un secolo in cui il tempo si dilata, rivivono la storia nelle vite e nella coscienza di centinaia di uomini e donne che hanno vissuto la sofferenza provocata dall'esercito di Enea. Successivamente i tre incontrano Aisna che rivela loro il perché gli etruschi non si siano mai dedicati alla scrittura; la scrittura consegna le vite delle cose e degli uomini al dio-cadavere Tuchulcha che le fa morire e soffrire. Per dimostrare quello che dice scrive il suo nome, quello della moglie e della figlia Velia su un muro con un carboncino che poi getta nel fuoco: e quelle persone il giorno dopo erano tutte morte. Velia uccisa dall'invidiosa Tecmessa, Ramutha da qualche disturbo della vecchiaia e Aisna scompare senza lasciare traccia. Dopo questi avvenimenti Virgilio torna a Napoli con Timodemo e inizia a scrivere il suo poema epico, l'Eneide, poiché narrava le gesta di Enea... Durante tutto il periodo della stesura Virgilio è tormentato dall'incertezza: non sa se nobilitare le gesta di Enea per dare lustro a Roma oppure se narrare il vero, descrivendo così Enea come uno spietato dominatore, sterminatore di uomini, donne e bambini. Il componimento dell'opera procede sotto le continue pressioni di Ottaviano, che minaccia di intervenire se non fosse stata consegnata; Virgilio si ammala e ormai all'ultima fase della stesura decide di distruggere l'Eneide e chiede a due sue fedeli amici di distruggere la copia originale alla sua morte. La fiducia è mal riposta, dato che alla sua morte, questi si offrono di completare l'Eneide e di farla editare per far splendere di nuova luce la fama di Roma e dell'impero... Timodemo tenta di bruciarla, ma viene scoperto e si rifugia in Puglia (nelle terre che lui chiama Solaria) e vive la sua vita, aspettando che il tempo passi e dimentichi...

Impressioni

Le vicende narrate ne "Un infinito numero" vogliono rispondere a una domanda: perché gli etruschi, pur conoscendo la scrittura, non hanno lasciato manoscritti delle loro abitudini, e in generale delle loro attività? Ci sono molte risposte a questa domanda, Vassalli ne dà una basandosi su quella che era la religione degli etruschi; secondo il racconto che fa il sacerdote Aisna a Virgilio, Mecenate e Timodemo, la scrittura uccide le cose, le fa ammalare e soffrire perché le limita e le racchiude in dei segni tracciati dal dio malvagio Maina. Questo perché secondo gli etruschi, scrivere di sé, definirsi ed essere limitati significava cedere la vita a Tuchulcha il dio cadavere. E sarà proprio secondo l'Eneide di Virgilio a chiudere la civiltà dei Rasna, giacché ne narrerà per iscritto le vicende. Effettivamente la funzione della scrittura è proprio quella di mantenere vivo nel tempo un messaggio, ed è quindi vero che se si vuole mantenere qualcosa nel tempo bisogna supporre che l'oggetto della scrittura sia una cosa che nel tempo stessa è limitata; per questo scrivere degli etruschi comporta in sé il fatto che la società etrusca stava lentamente morendo. Il problema che Vassalli pone è quello di valutare che significato abbia la coscienza e la breve vita dell'uomo nei confronti dell'infinità del tempo, si chiede se noi sopravviviamo nel tempo nell'infinito numero di vite possibili, se continuiamo a fare parte del futuro e del passato anche dopo la nostra morte. "Chi non ha un nome non muore in eterno" dice Aisna, ma cosa significa? Non significa forse che il nome è come un involucro che ci stringe e ferma per noi l'infinità del tempo? Quando si muore e si ha un nome, sappiamo che quel nome e quella persona non rinascerà più, se diciamo è morto Tizio Caio, sappiamo che ormai la sua storia è scritta e che non sarà più altri uomini, esclude ogni infinita possibilità di eternità. Il fatto di avere un nome non comporta che noi vivremo infinite primavere e infiniti inverni, ma essendo noi un "qualcosa" rispetto al tempo che scorre non escludiamo il vivere eternamente tra le possibilità. I tre protagonisti, nel tempio di Mantus, non viaggiano nel tempo, bensì si liberano dei propri involucri ed esplorano l'"infinito numero" nelle esistenze di tutta la gente vissuta prima di loro; e si rendono conto che tutto ciò che vediamo, viviamo e proviamo altri non è se non una gran memoria che si ricorda di tutto e di tutti e che la scrittura non può descrivere, perché è parte di essa.

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