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La lirica in Giovanni Pascoli

Poeta italiano. Compì i primi studi nel Collegio degli Scolopi di Urbino, insieme ai fratelli Luigi, Giacomo e Raffaele. Nel 1867, quando aveva 12 anni, il padre venne ucciso in un agguato: il delitto, del quale non si scoprì mai il colpevole, segnò profondamente la vita di P., e avrebbe influito sulla sua poesia e sulla sua poetica. A questo primo lutto familiare seguirono rapidamente la morte della sorella Margherita (1868), della madre (1868) e dei due fratelli Luigi (1871) e Giacomo (1876). Trasferitosi a Bologna a studiare Lettere grazie a una borsa di studio, fu allievo di Carducci. Gli anni bolognesi videro il giovane P. vicino agli ambienti dell'estremismo socialista e anarchico. Venuto in contatto con Andrea Costa, nel 1876 partecipò a una dimostrazione contro il ministro dell'Istruzione; in seguito, accusato di attività sovversiva, fu incarcerato (1879). Dopo aver ripreso gli studi interrotti, nel 1882 si laureò in Letteratura greca e iniziò la carriera dell'insegnamento superiore e universitario, ricoprendo in varie scuole d'Italia (Matera, Massa, Livorno) la cattedra di Lettere latine e greche; negli stessi anni, nel tentativo di ricomporre l'unità familiare, P. chiamò vicino a sé le sorelle Ida e Maria. Fu questo un periodo di tranquillità e di serenità, nel quale maturò la composizione delle prime liriche che avrebbero più tardi costituito la raccolta Myricae (i primi tentativi poetici, non pubblicati da P., furono raccolti nel 1912 dalla sorella Maria nel volume postumo Poesie varie). Vincitore nel 1892 del concorso di poesia latina di Amsterdam con il poemetto Veianus, nel 1895 ottenne la cattedra di Grammatica greca e latina all'università di Bologna; qui ritornò, dopo aver insegnato Letteratura latina a Messina (1897-1903) e Grammatica latina e greca a Pisa (1903-05), come successore di Carducci nella cattedra di Letteratura italiana, rimanendovi fino alla morte. Nel 1891, intanto, P. aveva pubblicato il volumetto Myricae, comprendente nella prima edizione solo 21 poesie; successivamente accresciuta, la raccolta ebbe in seguito numerose edizioni, fino a quella definitiva del 1903, comprendente 156 liriche. In questa prima raccolta sono già presenti i temi tipici della lirica pascoliana: il motivo della morte, del dolore universale, del mistero inconoscibile dell'esistenza; l'elemento rustico e naturale, l'attenzione per le piccole e umili cose, sulle quali il poeta getta uno sguardo solo apparentemente oggettivo e disincantato, in realtà attento a scoprirne i significati e i risvolti più segreti e reconditi; la funzione consolatoria e riparatrice della memoria. La stessa ispirazione poetica è alla base delle raccolte successive, i Poemetti (1897), che più tardi sarebbero stati sdoppiati in Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909), e i Canti di Castelvecchio (1903). Nei Poemetti ricompare infatti l'attenzione per l'ambiente campestre, soprattutto nei cicli della Fiorita (nove poesie dedicate ciascuna a un uccello), della Mietitura e della Vendemmia. Nei Canti di Castelvecchio lo sfondo georgico viene inteso come rifugio, "nido" per difendersi dai mostri della morte, del mistero, del nulla. In queste raccolte la poesia di P. appare perfettamente aderente a quella concezione apparentemente ingenua del mondo e della poesia che il poeta stesso illustrò in un famoso scritto, Il fanciullino, pubblicato nel 1897 sul "Marzocco". Il "fanciullino" è la parte che si trova in ogni uomo, capace di cogliere e isolare le sensazioni e le impressioni più fuggevoli dell'esistenza; il poeta si identifica con il fanciullino, per il quale anche la più tenue cosa può diventare importante. Una concezione così fortemente antintellettualistica spiega la definizione di poesia come "visione di un particolare inavvertito fuori e dentro di noi"; la poesia non è più invenzione, ma semplice scoperta di qualcosa che esiste al di fuori del poeta, nelle cose che lo circondano. La conseguenza è il rifiuto di qualsiasi struttura culturale, delle complesse architetture formali, dei toni alti e di un linguaggio indeterminato e stilizzato. Non contaminata da intrusioni di carattere moralista od oratorio, la poesia svolge una funzione consolatoria, insegnando all'uomo a "contentarsi" e si esprime in un linguaggio spontaneo e immediato. La poesia pascoliana va quindi intesa come rottura e reazione alla tradizione classicista e oratoria che aveva in Carducci il suo massimo esponente; al mondo della meditazione storica e dei temi di carattere civile si sostituisce quello degli affetti, delle emozioni quotidiane e della riflessione esistenziale. Sul piano linguistico la parola, mentre tende a una maggiore precisione definitoria della realtà che intende esprimere, è caricata di una funzione allusiva ed evocativa. Tuttavia P., al contrario di quanto lascerebbero presupporre le date di pubblicazione delle singole raccolte, alternò sempre temi e toni minori a un'ispirazione patriottico-civile e storico-nazionale, continuando in questo la tradizione del poeta retore e vate iniziata da Carducci. Si spiega in tal modo la posizione imperialista espressa nell'orazione La grande proletaria si è mossa (1911), pronunciata in occasione della guerra libica. In questo senso vanno inoltre interpretate raccolte quali: Poemi conviviali (1904), il cui titolo allude alla loro originale pubblicazione sulla rivista romana "Il Convito"; Odi e inni (1906), di ispirazione gnomico-morale e politica; Canzoni di Re Enzio (1909); Poemi italici (1911); Poemi del Risorgimento (1913, postumi), componimenti dedicati a Napoleone, Mazzini, Garibaldi, caratterizzati da un'accentuata elaborazione formale e da un tono altamente oratorio. D'altronde, anche l'aspetto formale rivela in tutta l'opera pascoliana, al di là dell'apparente semplicità e della pretesa ingenuità, un'intensa e raffinata elaborazione, frutto di un sottile lavoro di sperimentazione linguistica e metrica (come nel caso della metrica barbara, adottata da P. in un senso molto più rigoroso di quanto non avesse fatto lo stesso Carducci). Il classicismo pascoliano si espresse, oltre che nel gusto antiquario di alcune raccolte (soprattutto dei Poemi conviviali), nella composizione di poesie in lingua latina, riunite nei Carmina (1914, postume). Ispirate a miti e personaggi dell'antichità classica o della prima età cristiana, esse rivelano il particolare rapporto di P. con la classicità: non curiosità erudita o ricerca di eleganze formali, ma una concezione del mito in prospettiva simbolica, come immagine archetipica capace di illuminare l'immutabile vicenda del destino dell'uomo, e una completa identificazione culturale e sentimentale con i poeti antichi. A parte un gruppo di epigrammi e di componimenti in metri lirici, i Carmina comprendono infatti soprattutto poemetti di argomento cristiano e storico, riferito alle vicende politiche e letterarie di Roma. Notevole fu anche l'attività di traduttore svolta da P. lungo tutta la sua vita, in parallelo all'attività critica e a quella più propriamente creativa: oltre alle traduzioni dai classici (dall'Iliade, dall'Odissea, da Esiodo, Saffo, Archiloco, Virgilio, Catullo, ecc.), pubblicate dalla sorella Maria nel volume Traduzioni e riduzioni (1913, postume), ricordiamo anche le versioni della Chanson de Roland, di poesie greche e illiriche, di poesia straniera moderna (Schiller, Shelley, Wordsworth). Riguardo all'attività critica, alla quale il poeta attribuiva grande importanza, si ricordano, in particolare, gli scritti di argomento dantesco, nei quali egli tentò un approfondimento esegetico in senso simbolico, continuando una linea critica iniziata da G. Rossetti: Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900), La mirabile visione (1902), Conferenze e studi danteschi (1915, postumo). Tali scritti, nonostante la presenza di affermazioni contestabili e di cavilli interpretativi, vanno tuttavia ricordati come tentativo esegetico di incontestabile serietà e come testimonianza di un amore per la poesia dantesca che rimase costante in tutta la carriera poetica di P. Fra gli altri scritti critici di P. si ricordano Il sabato (1896) e La ginestra (1898), saggi dedicati a Leopardi. La parte migliore della riflessione critica di P. è tuttavia costituita dalle osservazioni contenute nelle antologie latine (Lyra, 1895; Epos, 1897) e in quelle italiane (Sul limitare, 1899; Fior da fiore, 1901), dettate da una raffinata sensibilità poetica. Infine, non vanno dimenticate le prose di P., pubblicate in diverse raccolte: Miei pensieri di varia umanità (1903), Pensieri e discorsi (1907), Patria e umanità (1914, postumo), Antico sempre nuovo. Scritti vari di argomento latino (1925, postumo) (San Mauro di Romagna, od. San Mauro Pascoli, Forlì 1855 - Bologna 1912).

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