Traduzione di Versi 1-83 - Bucolica prima - Traduzione 2, Ecloga 1 di Virgilio

Versione originale in latino


M: Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena nos patriae fines et dulcia linquimus arva; nos patriam fugimus: tu, Tityre, lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas.

T: O Meliboee, deus, nobis haec otia fecit. Namque erit ille mihi semper deus; illius aram saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus. Ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum ludere quae vellem calamo permisit agresti.

M: Non equidem invideo, miror magis: undique totis usque adeo turbatur agris. En ipse capellas protinus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco. Hic inter densas corylos modo namque gemellos, spem gregis, ah, silice in nuda conixa reliquit. Saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset, de caelo tactas memini praedicere quercus. Sed tamen iste deus qui sit da, Tityre, nobis.

T: Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi stultus ego huic nostrae similem, quo saepe solemus pastores ovium teneros depellere fetus. Sic canibus catulos similes, sic matribus haedos moram; sic parvis componere magna solebam. Verum haec tantum alias inter caput extulit urbes, quantum lenta solent inter viburna cupressi.

M: Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?

T: Libertas, quae sera tamen respexit inertem candidior postquam tondenti barba cadebat; respexit tamen et longo post tempore venit, postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit. Namque, fatebor enim, dum me Galatea tenebat, nec spes libertatis erat, nec cura peculi. Quamvis multa meis exiret victima saeptis, pinguis et ingratae premeretur caseus urbi, non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat.

M: Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares; cui pendere sua patereris in arbore poma: Tityrus hinc aberat. Ipsae te, Tityre, pinus, ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.

T: Quid facerem? Neque servitio me exire licebat, nec tam praesentes alibi cognoscere divos. Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis bis senos cui nostra dies altaria fumant. Hic mihi responsum primus dedit ille petenti: "Pascite, ut ante, boves, pueri, submittite tauros".

M: Fortunate senex, ergo tua rura manebunt; et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus limosoque palus obducat pascua iunco. Non insueta graves temptabunt pabula fetas, nec mala vicini pecoris contagia laedent. Fortunate senex, hic inter flumina nota et fontes sacros frigus captabis opacum. Hinc tibi quae semper, vicino ab limite saepes Hyblaeis apibus florem depasta salicti, saepe levi somnum suadebit inire susurro; hinc alta sub rupe canet frondator ad auras; nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes, nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.

T: Ante leves ergo pascentur in aethere cervi, et freta destituent nudos in litore pisces; ante, pererratis amborum finibus, exul aut Ararim Parthus bibet, aut Germania Tigrim, quam nostro illius labatur pectore vultus.

M: At nos hin alii sitientes ibimus Afros, pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen, et penitus toto divisos orbe Britannos. En umquam patrios longo post tempore fines, pauperis et tuguri congestum caespite culmen, post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas? Impius haec tam culta novalia miles habebit, barbarus has segetes? En quo discordia cives produxit miseros: his nos consevimus agros!

Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites. Ite, meae, felix quondam pecus, ite, capellae: non ego vos posthac viridi proiectus in antro dumosa pendere procul de rupe videbo; carmina nulla canam; non me pascente, capellae, florentem cytisum et salices carpetis amaras.

T: Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem fronde super viridi: sunt nobis mitia poma, castaneae molles, et pressi copia lactis, et iam summa procul villarum culmina fumant, maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

Traduzione all'italiano


M.: Titiro, tu che riposi all'ombra di un ampio faggio, vai modulando con il flauto dolce un canto agreste; noi lasciamo i territori della patria e i dolci campi, noi fuggiamo dalla patria; tu, Titiro, adagiato all'ombra, insegni alle selve a (far risuonare) cantare la bella Amarillide.

T: O Melibeo, un dio ci ha offerto questa tranquillità. E infatti egli sarà sempre un dio per me; spesso un tenero agnello tratto dai nostri ovili bagnerà di sangue il suo altare. Lui, come vedi, ha permesso che le mie giovenche pascolassero e che io stesso suonassi quello che volevo con il mio strumento agreste.

M: Di sicuro non ti invidio, piuttosto sono stupito: dappertutto, in tutti i campi, c'è confusione fino a tal punto. Ecco io stesso, triste, spingo più avanti le (mie) caprette; anche questa, Titiro, la conduco a fatica. Oh, qui tra i fitti noccioli, infatti, poco fa, dopo aver partorito sulla nuda pietra, ha lasciato due gemelli, speranza del gregge. Mi ricordo spesso che le querce colpite dal fulmine ci avevano predetto questo male, se la nostra mente non fosse stata superficiale. Ma, tuttavia, o Titiro, dicci chi sia codesto dio.

T: O Melibeo, io da stolto ho reputato la città che chiamiamo Roma simile a questa nostra (città), nella quale spesso noi pastori siamo soliti portare i teneri agnelli. Così sapevo che i cuccioli sono simili ai cani, così i capretti alle madri; così ero solito confrontare le cose grandi con le piccole. Tuttavia questa (città) ha innalzato il capo tra le altre città, tanto quanto sono soliti (fare) i cipressi tra i viburni flessibili.

M: E che motivo così importante hai avuto per vedere Roma?

T: La libertà che, sebbene tardi, tuttavia guardò me inerte, dopo che la barba cadeva più bianca a me che la tagliavo, tuttavia mi guardò e giunse dopo molto tempo, da dopo che Amarillide mi possiede e Galatea mi ha lasciato. E infatti, lo confesserò, mentre Galatea mi teneva, non avevo né speranza di libertà, né cura per il denaro: benché molte vittime uscissero dai miei recinti e grasso formaggio venisse preparato per la città ingrata, mai la mano destra tornava a casa pesante di denaro per me.

M: Mi chiedevo con stupore, Amarillide, perché invocassi triste gli dei, per chi tu lasciassi che i frutti restassero appesi al proprio albero: Titiro era lontano da qui. Gli stessi pini, Titiro, le stesse fonti, questi stessi arbusti ti invocavano.

T: Cosa avrei dovuto fare? Non era possibile che io lasciassi la schiavitù, né che conoscessi altrove Dei tanto favorevoli. Qui, Melibeo, vidi quel giovane per cui i nostri altari fumano ogni anno dodici giorni. Qui per primo quello diede a me, che la chiedevo, una risposta: "O giovani, pascolate i buoi come prima, soggiogate i tori".

M: Fortunato vecchio, dunque i campi resteranno tuoi ed abbastanza grandi per te, sebbene la pietra nuda e la palude ricoprono tutti i pascoli di giunco fangoso. Pascoli sconosciuti non danneggeranno le pecore gravide affaticate, né le danneggeranno le malattie di un gregge vicino. Fortunato vecchio, qui, tra i fiumi noti e le fonti sacre, godrai dell'ombra fresca; di qui, come sempre per te, dal confine vicino la siepe mangiata nel fiore del salice dalle api iblee, ti indurrà ad addormentarti con un lieve sussulto; di lì, sotto l'alta roccia, il potatore canterà all'aria, e tuttavia, nel frattempo, le colombe roche, tua delizia, e la tortora non smetteranno di gemere dall'alto olmo.

T: Dunque, i cervi leggeri pascoleranno in cielo e le onde lasceranno sulla spiaggia pesci nudi o, superati i confini di entrambi, l'esule Parto berrà nel fiume Arar e il Germano nel fiume Tigri, prima che il volto di quello sia cancellato dal nostro cuore.

M: Ma noi, da qui, in parte andremo tra i popoli dell'Africa, che hanno sete, in parte andremo nella Scizia e fino all'Oasse vorticoso di fango e giungeremo dai Britanni, divisi del tutto dal resto del mondo. Ecco, (potrò) mai ammirare il mio regno, vedendo dietro alcune spighe, dopo molto tempo, i territori della patria e il tetto del povero tugurio, coperto di zolle? Un rozzo soldato avrà in possesso questi campi così ben coltivati, un barbaro queste messi? Ecco dove la discordia ha portato i cittadini infelici; per questi noi abbiamo coltivato i campi!

Ora, Melibeo, coltiva le piante di pero, metti in ordine le viti! Andate, caprette mie, gregge un tempo felice. Io d'ora in poi, sdraiato in un antro verdeggiante, non vi vedrò più in lontananza sospese ad una rupe cespugliosa; non canterò nessuna canzone; non mangerete, caprette, il citiso in fiore e i salici amari, con me pastore.

T: Tuttavia potevi riposare qui con me, sopra le verdi fronde, questa notte: abbiamo dolci frutti, morbide castagne e abbondanza di formaggio. E ormai da lontano gli alti tetti delle case fumano e cadono dagli alti monti ombre più ampie.