Testo greco e traduzione di Tucidide, 1, 95.

Versione originale in greco


ἤδη δὲ βιαίου ὄντος αὐτοῦ οἵ τε ἄλλοι Ἕλληνες ἤχθοντο
καὶ οὐχ ἥκιστα οἱ Ἴωνες καὶ ὅσοι ἀπὸ βασιλέως νεωστὶ
ἠλευθέρωντο· φοιτῶντές τε πρὸς τοὺς Ἀθηναίους ἠξίουν
αὐτοὺς ἡγεμόνας σφῶν γίγνεσθαι κατὰ τὸ ξυγγενὲς καὶ
Παυσανίᾳ μὴ ἐπιτρέπειν, ἤν που βιάζηται. οἱ δὲ Ἀθηναῖοι
ἐδέξαντό τε τοὺς λόγους καὶ προσεῖχον τὴν γνώμην ὡς οὐ
περιοψόμενοι τἆλλά τε καταστησόμενοι ᾗ φαίνοιτο ἄριστα
αὐτοῖς. ἐν τούτῳ δὲ οἱ Λακεδαιμόνιοι μετεπέμποντο Παυ-
σανίαν ἀνακρινοῦντες ὧν πέρι ἐπυνθάνοντο· καὶ γὰρ ἀδικία
πολλὴ κατηγορεῖτο αὐτοῦ ὑπὸ τῶν Ἑλλήνων τῶν ἀφικνου-
μένων, καὶ τυραννίδος μᾶλλον ἐφαίνετο μίμησις ἢ στρατηγία.
ξυνέβη τε αὐτῷ καλεῖσθαί τε ἅμα καὶ τοὺς ξυμμάχους τῷ
ἐκείνου ἔχθει παρ' Ἀθηναίους μετατάξασθαι πλὴν τῶν ἀπὸ
Πελοποννήσου στρατιωτῶν. ἐλθὼν δὲ ἐς Λακεδαίμονα τῶν
μὲν ἰδίᾳ πρός τινα ἀδικημάτων ηὐθύνθη, τὰ δὲ μέγιστα
ἀπολύεται μὴ ἀδικεῖν· κατηγορεῖτο δὲ αὐτοῦ οὐχ ἥκιστα
μηδισμὸς καὶ ἐδόκει σαφέστατον εἶναι. καὶ ἐκεῖνον μὲν
οὐκέτι ἐκπέμπουσιν ἄρχοντα, Δόρκιν δὲ καὶ ἄλλους τινὰς
μετ' αὐτοῦ στρατιὰν ἔχοντας οὐ πολλήν· οἷς οὐκέτι ἐφίεσαν
οἱ ξύμμαχοι τὴν ἡγεμονίαν. οἱ δὲ αἰσθόμενοι ἀπῆλθον, καὶ
ἄλλους οὐκέτι ὕστερον ἐξέπεμψαν οἱ Λακεδαιμόνιοι, φοβού-
μενοι μὴ σφίσιν οἱ ἐξιόντες χείρους γίγνωνται, ὅπερ καὶ ἐν
τῷ Παυσανίᾳ ἐνεῖδον, ἀπαλλαξείοντες δὲ καὶ τοῦ Μηδικοῦ
πολέμου καὶ τοὺς Ἀθηναίους νομίζοντες ἱκανοὺς ἐξηγεῖσθαι
καὶ σφίσιν ἐν τῷ τότε παρόντι ἐπιτηδείους.

Traduzione all'italiano


La condotta prepotente di quest'uomo aveva già suscitato non lieve malumore negli altri Greci ma soprattutto negli Ioni e in quelli che si erano da poco affrancati dal dominio del Re. Presero quindi ad insistere con gli Ateniesi, affinché assumessero loro il comando, per i vincoli di stirpe che li univano, e non permettessero a Pausania di accanirsi in quel modo su di loro. Gli Ateniesi si mostrarono ben disposti a dar loro soddisfazione, lasciando intendere che non avrebbero tollerato nessun atteggiamento prevaricatore. Quanto al resto, avrebbero disposto nel senso a loro più vantaggioso. Quand'ecco, gli Spartani richiamano Pausania per interrogarlo sui fatti di cui è giunta voce. Sono molte e pesanti le critiche sollevate dai Greci che di tanto in tanto giungono a Sparta, sui suoi arbitri e illegalità. L'esercizio del suo comando ha piuttosto l'aria di modellarsi sulla tirannide. La citazione in tribunale lo raggiunge proprio nel momento in cui gli alleati, tranne le truppe del Peloponneso, passano agli Ateniesi, per l'odiosità che ispirava. A Sparta, fu ritenuto colpevole di certe irregolarità a danno di privati, ma sciolto dalle più gravi accuse: era principalmente imputato di sospetta inclinazione verso la Persia e, pareva, senza ombra di dubbio. Comunque, non è più proposto capo delle spedizioni armate. Sparta manda Dorchis, e altri colleghi di carica, con un ristretto contingente. Ma neppure a costoro gli alleati commisero più il supremo comando. Intuito il clima che li circondava, tornarono a Sparta, che in seguito non inviò più altri comandanti, nel dubbio che, fuori del suo controllo, degenerassero, come insegnava l'esperienza patita con Pausania. Gli Spartani volevano anche chiudere con la guerra persiana: riconoscevano agli Ateniesi, legati in quel momento da rapporti d'amicizia con loro, le doti di comando atte a perfezionare l'impresa.

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