Daniele
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Testo greco e traduzione di Tucidide, 1, 91.

Versione originale in greco


οἱ δὲ ἀκούοντες τῷ μὲν Θεμιστοκλεῖ
ἐπείθοντο διὰ φιλίαν αὐτοῦ, τῶν δὲ ἄλλων ἀφικνουμένων
καὶ σαφῶς κατηγορούντων ὅτι τειχίζεταί τε καὶ ἤδη ὕψος
λαμβάνει, οὐκ εἶχον ὅπως χρὴ ἀπιστῆσαι. γνοὺς δὲ ἐκεῖνος
κελεύει αὐτοὺς μὴ λόγοις μᾶλλον παράγεσθαι ἢ πέμψαι
σφῶν αὐτῶν ἄνδρας οἵτινες χρηστοὶ καὶ πιστῶς ἀναγγε-
λοῦσι σκεψάμενοι. ἀποστέλλουσιν οὖν, καὶ περὶ αὐτῶν ὁ
Θεμιστοκλῆς τοῖς Ἀθηναίοις κρύφα πέμπει κελεύων ὡς
ἥκιστα ἐπιφανῶς κατασχεῖν καὶ μὴ ἀφεῖναι πρὶν ἂν αὐτοὶ
πάλιν κομισθῶσιν (ἤδη γὰρ καὶ ἧκον αὐτῷ οἱ ξυμπρέσβεις,
Ἁβρώνιχός τε ὁ Λυσικλέους καὶ Ἀριστείδης ὁ Λυσιμάχου,
ἀγγέλλοντες ἔχειν ἱκανῶς τὸ τεῖχος) ἐφοβεῖτο γὰρ μὴ οἱ
Λακεδαιμόνιοι σφᾶς, ὁπότε σαφῶς ἀκούσειαν, οὐκέτι ἀφῶσιν.
οἵ τε οὖν Ἀθηναῖοι τοὺς πρέσβεις, ὥσπερ ἐπεστάλη, κατεῖχον,
καὶ ὁ Θεμιστοκλῆς ἐπελθὼν τοῖς Λακεδαιμονίοις ἐνταῦθα δὴ
φανερῶς εἶπεν ὅτι ἡ μὲν πόλις σφῶν τετείχισται ἤδη ὥστε
ἱκανὴ εἶναι σῴζειν τοὺς ἐνοικοῦντας, εἰ δέ τι βούλονται
Λακεδαιμόνιοι ἢ οἱ ξύμμαχοι πρεσβεύεσθαι παρὰ σφᾶς, ὡς
πρὸς διαγιγνώσκοντας τὸ λοιπὸν ἰέναι τά τε σφίσιν αὐτοῖς
ξύμφορα καὶ τὰ κοινά. τήν τε γὰρ πόλιν ὅτε ἐδόκει ἐκλι-
πεῖν ἄμεινον εἶναι καὶ ἐς τὰς ναῦς ἐσβῆναι, ἄνευ ἐκείνων
ἔφασαν γνόντες τολμῆσαι, καὶ ὅσα αὖ μετ' ἐκείνων βουλεύ-
εσθαι, οὐδενὸς ὕστεροι γνώμῃ φανῆναι. δοκεῖν οὖν σφίσι
καὶ νῦν ἄμεινον εἶναι τὴν ἑαυτῶν πόλιν τεῖχος ἔχειν, καὶ
ἰδίᾳ τοῖς πολίταις καὶ ἐς τοὺς πάντας ξυμμάχους ὠφελιμώ-
τερον ἔσεσθαι· οὐ γὰρ οἷόν τ' εἶναι μὴ ἀπὸ ἀντιπάλου
παρασκευῆς ὁμοῖόν τι ἢ ἴσον ἐς τὸ κοινὸν βουλεύεσθαι.
ἢ πάντας οὖν ἀτειχίστους ἔφη χρῆναι ξυμμαχεῖν ἢ καὶ τάδε νομίζειν ὀρθῶς ἔχειν.

Traduzione all'italiano


Lo ascoltavano e gli davano credito, per il sentimento d'amicizia che ispirava loro. Ma quando incominciarono a venir altri da Atene, a denunciare senz'ombra di dubbio che la città si fortificava di mura ed i lavori erano già a buon segno, non era più possibile nutrire incertezze. Le voci approdano anche a Temistocle, che li esorta a non dar troppo credito alle chiacchiere: mandino invece ad Atene uomini loro, fidati, che vedano pure con i propri occhi, e tornino a riferire notizie finalmente chiare. Così fanno: ma intanto, in gran segreto, Temistocle spedisce ad Atene un suo uomo, con l'ordine di trattenerli il più a lungo possibile senza darne l'aria, e di non rilasciarli fino al loro ritorno (lo avevano raggiunto a Sparta i colleghi, Abronico figlio di Lisicle e Aristeide, figlio di Lisimaco, con la notizia che il muro era già a un livello rispettabile). Una vaga inquietudine lo molestava, che gli Spartani non avrebbero permesso loro di rimpatriare, quando fossero stati perfettamente certi di come si evolvevano le cose. Come Temistocle aveva consigliato, gli Ateniesi trattenevano gli ambasciatori: egli, recatosi dai magistrati di Sparta, rivelava ora senza reticenze che la sua città era protetta da una cerchia di mura, sufficiente alla difesa di tutti gli abitanti. Se gli Spartani o gli alleati volevano mandar loro ambasciatori, tenessero conto che avrebbero trattato con gente ben decisa a riconoscer distinti in futuro gli interessi propri da quelli comuni dei Greci. Quando s'eran risolti ad abbandonar la città e ad imbarcarsi, la decisione era sorta spontanea, e non ci fu nessun bisogno del consiglio spartano per osare. Inoltre, in ogni deliberazione concepita in accordo con loro, non erano mai risultati meno valenti in accortezza politica. In questo momento, ritenevano più sicuro per la propria città possedere una cinta murale, che più avanti avrebbe certo mostrato la propria utilità non solo per i cittadini d'Atene ma per tutti i loro alleati. Non era concepibile infatti di risolversi in futuro a qualche impresa comune, cui tutti partecipassero in condizioni di assoluta parità, se non si disponeva, fin dal principio, di potenziali bellici equivalenti. O entravano nell'ordine di idee che tutti gli alleati fossero sguarniti di difese murali, o accettavano di buon animo la nuova situazione, convinti della sua giustezza.

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