Università degli Studi RomaTre
Facoltà di Scienze della Comunicazione
Rendimento etico e responsabile: una difficile pratica economica e sociale
Candidato: Carlo Citarelli
Relatore: Chiar.mo Prof. Roberto Baldassari
Anno Accademico: 2020 / 2021
Sessione di luglio
Indice
- Introduzione 5
- Capitolo I - Corporate social responsibility
- 1- Il dialogo tra diritto, etica ed economia fino ad oggi 12
- Etica d’impresa 19
- 2- CSR e l’Europa responsabile 25
- 4- Sostenibilità 33
- 5- Agenda 2030 36
- Capitolo II - Rendimento etico
- Italia, un’impresa socialmente responsabile
- 1- Case 43
- 1.2- Saldo e stralcio
- 1.3- Vantaggi etici
- 2- La piattaforma Rendimento Etico 48
- 2.2- Di cosa si tratta
- 2.3- Il cuore di un progetto che emoziona
- Italia, un’impresa socialmente responsabile
- Capitolo III - Focalizzazione zero
- 1- Prospettiva 57
- 2- Dati e testimonianze 60
- Capitolo IV - Risultati della ricerca
- 1- Appunti 67
- Gli obiettivi dell’Agenda 2030
- Conclusione 80
- Appendice 90
- Bibliografia
- Sitografia
Introduzione
Negli ultimi cinquanta anni circa, è andata riconfigurandosi l’elaborazione teorica del concetto di responsabilità d’impresa che ha inevitabilmente portato sempre più persone giuridiche ad affrontare e prendere una posizione rispetto a questo tema. Si tratta di un processo che può essere definito cugino del processo che accompagna il marketing nella sua continua evoluzione perché in effetti, analizzando più da vicino come si è passati da una fase “to market” di completa attenzione dell’impresa, ad una fase al prodotto e ai guadagni “marketing for” in cui le aziende hanno cominciato a ragionare sulla propria posizione all’interno di una comunità e sulla loro sostenibilità a 360°, allo stesso modo la responsabilità passa da un fronte prettamente interno ad attenzione orientata all’esterno con elementi etici che le faranno prendere il nome di Corporate Social Responsibility (CSR).
Il termine “responsabilità” racchiude in sé l’impegno dell’impresa a rispondere sul piano etico di tutti i propri comportamenti e risultati, e a stabilire una comunicazione con gli stakeholder che sia in grado di costruire un rapporto basato sulla fiducia e sullo scambio di idee per il benessere comune. L’impresa sarà infatti responsabile verso tutti gli stakeholder, ossia verso tutte le persone che hanno un interesse nei suoi confronti e sui quali si ripercuotono le sue scelte.
A livello globale è quindi emersa la necessità di un’attenzione e controllo sulle conseguenze dell’agire delle organizzazioni sui vari gruppi interessati, avendo come obiettivo ultimo quello di un approccio integrato ed equilibrato tra prestazioni economiche, sociali ed ambientali. A dimostrazione e a rafforzamento di questo movimentarsi generale subentra nel 2001 il Libro Verde della Commissione Europea, che dà una definizione più puntuale della responsabilità sociale d’impresa ma, soprattutto, diventa una dichiarata manovra di implementazione di un qualcosa che fino ad allora era stata una scelta opzionale dell’azienda e ora non solo raggiunge un livello politico ma si propone come unica possibilità per la sopravvivenza delle organizzazioni.
Con questa ricerca si indaga allora sull’effettiva esistenza e pratica della responsabilità sociale d’impresa, soprattutto nel territorio italiano, in modo da definire quale sia il rapporto che al giorno d’oggi le imprese hanno con la società. Inoltre, per dare man forte a questo studio, si analizzerà l’impresa Rendimento Etico, una realtà italiana nata nel 2019 che oggi si trova ai vertici del mercato immobiliare e che, come intuibile dal suo nome, si distingue per uno spiccato interesse nell’etica del profitto.
Si cercherà di porre le basi teoriche per analizzare a fondo le questioni poste qui sopra, e si procederà con uno studio che oggi attesta l’utilizzo delle best practices e quindi della CSR. Si parte dal racconto di come negli ultimi anni si sia creato un nuovo panorama scientifico e culturale che costituisce lo sfondo di un nuovo dialogo tra diritto, etica ed economia, e di come questo dialogo abbia un'importanza particolare nel campo dell’attività d’impresa.
Per quanto riguarda il diritto, verrà considerato che gli ordinamenti giuridici statuali ormai non mostrano più chiusure nei confronti dell’etica ma piuttosto essi stessi spingono all’adozione di regole di condotta improntate a standard etico-sociali e alla diffusione di codici etici. Un esempio, come si vedrà, è costituito dalla Sarbanes-Oxley Act, una legge adottata negli Stati Uniti nel 2002 al seguito di scandali finanziari gravi che, una volta persa la fiducia dei risparmiatori, ha incentivato l’adozione di best practices da parte delle imprese.
Sarà solo in seguito ad avvenimenti di questo tipo infatti che la situazione diventerà sempre più ramificata e seria, tanto da far adottare agli stati o ai privati delle pratiche di controllo come l’organismo di vigilanza sui mercati (SEC), che si preoccupa di assicurare che le norme stabilite all’interno di codici etici d’impresa vengano rispettate con tanto di penale nel caso in cui vengano violate.
Sarà proprio da questo punto che andrà formandosi il contesto ideale in cui le prassi ethically correct verranno promosse all’interno del mondo economico, all’interno del quale l’Italia non tarda ad essere presente, tant’è che, già tra gli anni 2001-2003, verranno pubblicati alcuni decreti a tutela delle organizzazioni attraverso i quali verrà consentito alle società di sottrarsi a un giudizio di responsabilità per atti illeciti compiuti dai loro dipendenti, nei casi in cui le stesse società riescano a dimostrare di aver adottato un codice di comportamento utile a prevenire illeciti del genere di quelli indicati all’interno del codice.
Sono questi dunque gli anni in cui si respira aria di cambiamento tuttavia, il vero elemento di novità sarà che le imprese si accorgeranno piano piano che l’adeguamento e l’adesione a programmi internazionali e comunitari promuoventi le best practices, arreca:
- Vantaggi economici
- Miglioramento dell’immagine e della reputazione commerciale
- Instaurazione di relazioni più durature e intense con gli stakeholders
- Vantaggi fiscali e semplificazioni amministrative
- Riduzione del rischio di impresa
- Incrementi di valore per gli azionisti, fino ad arrivare a poter essere “premiati” dalla Borsa con una quotazione più alta.
Questo fenomeno desta stupore se si pensa che fino a poco tempo fa si era convinti che il mercato costituisse la dimensione esclusiva dell’avere e che l’impresa si ponesse come il più solido baluardo del principio plutocratico. Invece ci si trova con le imprese assorbite nel dilemma dell’essere e anzi, nell’ancor più problematica dimensione del dover essere.
La diffusione dell’etica nasce quindi dall’apparire se non l’unica fonte, sicuramente la più idonea e plausibile al fine di proporre codici di valori comuni, decaloghi di prassi condivise, complessi di regole che non scaturiscono solo dalla logica dei rapporti di forza o dei compromessi di potere.
Al giorno d’oggi anche organizzazioni internazionali non governative, come Amnesty International o Pax Christi International, e istituzioni internazionali che rappresentano governi nazionali, come OCSE o il Fondo Monetario Internazionale o anche la Banca Mondiale, suggeriscono l’adozione e il rispetto di best practices. L’attenzione ricadrà anche su:
- Critiche riguardanti la diffusione dell’etica, che il più delle volte lamentano un aggravio dei costi di produzione, con conseguente innalzamento dei prezzi e, quindi, inevitabili ripercussioni negative per i consumatori
- Soluzioni a perplessità riguardanti la natura complessa e multivaloriale che contraddistingue il mercato
- Modalità con cui si realizza l’incontro tra gli ordinamenti giuridici statuali e le forme di self regulation.
Essere socialmente responsabili significa andare oltre il semplice rispetto della normativa vigente, investendo di più nel capitale umano, nell'ambiente e nei rapporti con gli stakeholder, e ciò si traduce in una politica aziendale che sappia conciliare gli obiettivi economici con gli obiettivi sociali e ambientali. Si vedrà come la CSR raggiungerà una valenza politica solamente a partire dagli anni 2000 con il Summit di Lisbona, nel quale verrà inserita negli obiettivi strategici che l’Unione Europea si porrà di perseguire attraverso un nuovo orientamento che verrà stabilito con il Libro Verde della Commissione Europea, volto alla formazione di una Europa più competitiva, socialmente coesa e capace di una strategia di sviluppo sostenibile.
Da qui andrà creandosi una sorta di alleanza europea in cui tutti gli stati partecipanti si impegneranno alla promozione delle best practices, con particolare distinzione di Danimarca e Regno Unito, sino ad arrivare al primo progetto lanciato dall’Europa, ovvero il Global Compact, con il quale si richiedeva un’adesione a dieci principi universali che riguardano la tutela del lavoro, dei diritti umani e dell’ambiente.
Emergerà la consapevolezza che la responsabilità sociale non pregiudica affatto il perseguimento del profitto da parte delle imprese ma anzi, al pari della gestione della qualità, questo non sarà più considerato inconciliabile con la definizione di nuove strategie commerciali che assumano la responsabilità sociale che invece saranno viste come un vero e proprio investimento strategico piuttosto che un mero costo.
Al contrario, si vedrà come il mancato utilizzo di queste pratiche potrebbe rivelarsi addirittura dannoso per le imprese, e si ricaverà che la responsabilità sociale dovrebbe essere integrata nelle strategie di gestione aziendale estendendosi a tutti gli ambiti di tale gestione: aspetti finanziari, produttivi, marketing, risorse umane e ogni altro aspetto della politica aziendale.
Si farà peso sul significato nuovo di sostenibilità, intesa come caratteristica che rende “durevoli”, al fine di educare le imprese a mantenersi nel tempo e si porrà l’attenzione sulla gerarchia che lega le tre variabili ambiente, mercato e società che ormai viene trasfigurata in una sinergia tra queste che punta a far capire come il mondo, economico e non, sia un ecosistema e tutti gli interessi devono coesistere ed essere trattati con la giusta attenzione, nessuno deve essere escluso. Essere insostenibili vuol dire non-essere, e quindi non è un’opzione.
Per concludere la narrazione del contesto socio-culturale che ha cambiato il mondo economico negli ultimi 50 anni, si introdurrà l’Agenda 2030, un’operazione globale lanciata nel 2015 per lo sviluppo sostenibile che, con i suoi 17 Obiettivi (Sustainable Development Goals- SDGs), raffina e sostituisce i precedenti Millennium Development Goals di inizio anni 2000 e sarà utile ai fini della ricerca per collegarsi alle funzioni svolte da Rendimento Etico, che sarà l’argomento principale del secondo e terzo capitolo.
Infine, si tireranno le somme attraverso dati oggettivi e opinioni e si chiuderà un cerchio di ricerca che vuole essere strutturalmente affine ai modelli circolari delle nuove imprese, con l’intenzione di dare una interpretazione originale, coesa e coerente degli argomenti trattati.
Capitolo I - Corporate Social Responsibility
Nell’ “Etica Nicomachea” Aristotele esprime la propria opinione riguardo l’economia, una scienza che in origine si presentava come una pratica indirizzata al perseguimento della ricchezza e che nella concezione aristotelica non appare isolata alle altre scienze pratiche, ma al pari di queste era subordinata alla politica. Il guadagno non è mai fine a sé stesso: <<… la ricchezza non è il bene che ricerchiamo; infatti essa è solo in vista del guadagno ed è mezzo per un qualcosa d’altro>>. In questa visione, l’economia era affiancata all’etica ed entrambe erano riassorbite nell’arte della politica. Era quest’ultima, dedita alla ricerca del bene umano e a rispondere all’interrogativo su come comportarsi e in quale direzione agire, che ambiva a definire i compiti ultimi che sfidavano le scienze dell’uomo a offrire una risposta. Quando Aristotele ragiona di “bene comune” non lo fa con esclusivo riguardo al singolo individuo, poiché ritiene che questo bene sia “più bello e più divino se riguarda un popolo e la città”.
ARISTOTELE, Etica Nicomachea, 1096°, 5.
1- Il dialogo tra diritto, etica ed economia fino ad oggi
Il superamento della rigida distinzione tra diritto e morale è stato in buona parte preparato dai saggi scritti a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, in cui ci si impegnava a saggiare la razionalità scientifica sull’impervio terreno delle scelte deontologiche e dei principi di giustizia. Rilevanti in questo contesto furono le ricerche di John Rawls, le cui riflessioni avevano il dichiarato scopo di definire un sistema sociale “giusto”, vale a dire scelto da tutti i cittadini in grado di effettuare una scelta razionale, attraverso una procedura contrattuale ipotetica.
Da allora gli studi giuridici stanno conoscendo un’autentica svolta etica e anzi, non appare più possibile fidare di una scienza tutta costruita sull’agire razionale, che assume in modo soggettivo un homo oeconomicus vincolato solo alla tecnica e alle leggi di mercato. Una scienza per la quale la vita economica sarebbe dominata esclusivamente dalla ricerca dell’efficienza nella produzione, dalla massimizzazione dei profitti e dalla soddisfazione dei bisogni materiali. Una scienza che ha trascurato di considerare che la vita economica non può essere assunta come un segmento a sé stante dalla vita pratica, ma è totalmente immersa in questa e nelle sue molteplici componenti e influenze.
Negli ultimi decenni si è verificato un nuovo panorama scientifico e culturale che costituisce lo sfondo di un nuovo dialogo tra diritto, etica ed economia e i mutamenti culturali che stanno portando al superamento dei paradigmi che per lungo tempo hanno dominato il campo delle ricerche economiche e giuridiche, i quali sono permeati dalla diffusa inadeguatezza di strumenti tradizionali che indagano complessi aspetti dell’attuale realtà sociale ed economica, il cui iter di cambiamento occorre di qualche precisazione per essere compreso.
Nell’epoca precedente alla rivoluzione industriale e sino al consolidamento dei moderni stati nazionali, il diritto ha marciato all’unisono con l’economia. Questo rapporto è stato reso possibile dal fatto che il sistema giuridico era costruito sulla figura dei mercatores e i rapporti economici erano retti dalla lex mercatoria, un diritto universale imposto dalle consuetudini mercantili, dagli statuti delle corporazioni mercantili e dalla giurisprudenza dei tribunali dei mercanti. La lex mercatoria, come ricorda Galgano, << non conosceva mediazioni politiche; né incontrava confini politici: realizzava l’unità del diritto entro l’unità dei mercati>>. La separazione del diritto dall’economia avviene quando si inizia ad affermare il principio della statualità del diritto.
L’irrompere sulla scena europea dell’assolutismo politico dunque, produce fratture sempre più profonde nei rapporti tra diritto ed economia: le corporazioni mercantili vengono progressivamente esautorate e, infine, definitivamente soppresse; le loro competenze vengono confiscate dalla mano pubblica. Le iniziative commerciali e industriali finiscono per diventare oggetto di benevola concessione, non più frutto di autodeterminazione. Alla lex mercatoria subentrano, infine, i codici di commercio, che traducono l’aspirazione degli Stati nazionali a regolamentare, in modo uniforme, la sfera delle attività economiche e degli scambi commerciali. Il diritto rimarrà inglobato nel perimetro di ciascun singolo ordinamento statuale.
Nel contemporaneo i processi di integrazione dei mercati hanno contribuito a rendere ancora più acuta la frattura tra il diritto, l’economia e la politica. Ancor più nel nuovo spazio globale di mercato, l’economia, che sembra esser quasi diventata una religione, è destinata a recitare un ruolo di assoluta preminenza. Le iniziative economiche e i rapporti commerciali vivono in una dimensione planetaria, avendo ormai superato il condizionamento derivante dall’esistenza di una pluralità di ordinamenti giuridici statuali che, con la loro incapacità politica e con l’inadeguatezza d.
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