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Appunti degli studenti per corsi ed esami del Prof. Martinelli Stefano Renzo

La mia tesi vuole essere una ricostruzione delle esperienze riabilitative attuate nel manicomio fiorentino “Vincenzo Chiarugi”, dalla sua nascita fino alla chiusura avvenuta nel 1998. Il mio scopo è stato quello di constatare quanto incidessero queste iniziative, in particolare quelle messe in atto dagli anni ’60 in poi, sulla vita interna dell’ospedale psichiatrico e sul recupero delle capacità dei degenti. Prima però di affrontare tale argomento ho voluto ampliare la panoramica sulla storia dei manicomi in Italia dall’ unità alla legge 180, passando dalla legge 1904 -che regolava tutti gli istituti psichiatrici del territorio nazionale- alla legge 180 con la quale si concludeva l’era dei manicomi, passando quindi ad un’assistenza territoriale. In seguito, nella seconda parte, ho affrontato la storia del manicomio di San Salvi, per meglio comprendere quelli che furono gli interventi riabilitativi messi in atto. La prima esperienza rieducativa attuata nel manicomio fu l’ergoterapia, ovvero la terapia occupazionale; iniziata agli inizi del ‘900 sotto la direzione di Eugenio Tanzi (1895-1903), il quale fu un grande sostenitore dell’ergoterapia come mezzo riabilitativo, volta ad abituare il degente all’ordine e all’igiene, e come punto di partenza per una possibile guarigione. Nel 1907 per esempio fu aperta una colonia agricola, una vaccheria e gran parte dei ricoverati considerati “tranquilli” (all’epoca i pazienti dei manicomi venivano divisi per tratti comportamentali, “tranquilli”, “semiagitati” ed “agitati”) vennero impiegati in lavori utili all’ospedale stesso: cucina, giardinaggio, muratori, calzolai, barbieri, baristi…). Grazie poi all’introduzione degli psicofarmaci anche chi era etichettato come “agitato” e quindi non adatto a svolgere mansioni lavorative poté venire impiegato in occupazioni, scelte a seconda delle capacità pregresse del paziente, della loro personalità, e del tipo e stadio della malattia. Come testimoniano i resoconti riportati sul Notiziario (rivista interna del manicomio), e le interviste ai degenti (una in particolare molto interessante rivolta a Fulvio Maracci, che vive tutt’ora in una residenza sanitaria nell’ex ospedale psichiatrico), l’ergoterapia migliorò la qualità della vita dei ricoverati. L’essere occupati in un’attività, che talvolta rispecchiava anche la vita passata, riavvicinava, seppur per breve tempo, alla vita “normale”; ma ciò che più era percepito come positivo era l’opportunità di instaurare relazioni sociali con gli altri ricoverati e con gli infermieri. Un’ esperienza rieducativa significativa fu quella attuata dalla dottoressa Graziella Magherini, psichiatra del VI reparto donne. Sezione questa particolarmente dura nella quale risiedevano le pazienti cosiddette “agitate”, per la maggior parte diagnosticate come schizofreniche gravi, e dove veniva di consueto utilizzata la terapia del sonno, insulinica e l’elettroshock. La psichiatra primaria del VI reparto donne, per stimolare nelle degenti quelle funzioni psichiche, che a causa della lunga degenza in manicomio si atrofizzarono per mancanza di stimoli ambientali, ideò la nascita di un settimanale interno all’ospedale. Durante la sua breve vita (1963-1966) questo riuscì a coinvolgere oltre che alle ricoverate del VI donne anche pazienti di altri reparti, sia maschili che femminili. Fu una vera e propria terapia riabilitativa, seppur nei limiti dell’istituzione del manicomio, in quanto vennero recuperate in modo parziale le capacità di comprensione, consapevolezza della realtà, e le capacità interpersonali; era infatti un giornale dove venivano pubblicate critiche fatte dai degenti nei confronti dell’ospedale stesso, riguardanti lo stile di vita all’interno dei reparti, spesso totalizzante ed alienante. Venivano fatte richieste ed espressi desideri. Purtroppo però per il suo carattere altamente innovativo e de istituzionalizzante venne soppresso dall’Amministrazione provinciale, che non vedeva di buon occhio qualsiasi iniziativa volta all’apertura verso l’esterno del manicomio. Subito dopo il Notiziario nacque un’altra rivista interna al manicomio, Cronache del Chiarugi, un settimanale organizzato in modo diverso rispetto al precedente: questo non era supervisionato dalla dottoressa Magherini ma da rappresentanti dell’intero ospedale. Cronache del Chiarugi era un quindicinale che raccoglieva gli scritti dei degenti riguardo ciò che accadeva e gli aneddoti del manicomio, aveva perso però quello spirito critico che caratterizzava il Notiziario, e per disinteressamento generale ebbe vita breve e chiuse nel 1967. Nel VI reparto donne, oltre la rivista Notiziario, vennero organizzate altre iniziative riabilitative grazie all’intervento della dottoressa Magherini, che contribuì notevolmente al miglioramento della vita di reparto. Ella istituì una specie di atelier di arte terapia con lo scopo di riabilitare le pazienti –anche coloro che non riuscivano più a parlare- alla comunicazione e all’affettività. I dipinti poi, assieme a degli scritti che le stesse degenti avevano elaborato, vennero raccolti e pubblicati su un piccolo volume che uscì nel 1964, chiamato Sul confine. Nell’ultima parte sono andata ad esaminare quella che fu l’esperienza educativa più forte, incisiva e di effettiva apertura al mondo esterno, ovvero la scuola popolare. Questa istituita al suo interno nel 1975 grazie al contributo di tre psicologhe che cercarono di dare un taglio netto al vissuto totalizzante dell’ospedale psichiatrico, che portava inevitabilmente alla regressione del paziente. Esse infatti vollero mettere in piedi un’esperienza riabilitativa che fornisse ai ricoverati gli strumenti necessari per una riscoperta della propria individualità e per un futuro reinserimento sociale. Questa scuola popolare nacque sulla base di una legge del 1947 che istituì la scuola popolare come struttura di emergenza per recuperare quei giovani che, a causa della guerra, si erano allontanati dalla scuola o non l’avevano frequentata affatto. La scuola istituita all’interno dell’ospedale psichiatrico, era così strutturata: vi lavoravano al suo interno 4 insegnanti elementari, 2 professori di educazione artistica e 3 volontarie. I corsi erano 3, in quanto gli allievi avevano una diversa età (dai 19 ai 74 anni), storia di vita e diagnosi: corso A, rivolto soprattutto a pazienti con gravissime difficoltà motorie e di linguaggio. Venne portata avanti dagli insegnanti un’educazione alla corporeità, in quanto molti di loro non avevano coscienza del proprio corpo, non sapevano come usarlo, e al tal fine vennero organizzate varie attività quali l’osservazione e descrizione della propria immagine riflessa allo specchio, realizzazione di sagome a grandezza naturale dei pazienti stessi, mimica ed animazione teatrale. Il corso B invece aveva come fine l’alfabetizzazione dei degenti analfabeti e la conoscenza delle basilari operazioni numeriche. L’impostazione didattica era molto sperimentale, e veniva adattata durante l’anno in base alla tipologia dei ricoverati. In particolare il sabato mattina era il momento dedicato all’attività di programmazione e verifica; tale assemblea chiamata Comitato di gestione, vi partecipavano operatori scolastici e rappresentanti dei diversi reparti dell’ospedale. Infine vi era il corso C per il conseguimento della licenza elementare. Questo era dunque rivolto a chi sapeva già leggere e scrivere ed aveva come fine quello di affinare le capacità espressive degli allievi, far riscoprire la loro identità e storia di vita, ed imparare a relazionarsi con gli altri. Le attività qui organizzate erano soprattutto temi, dimodoché oltre a migliorare l’abilità di scrittura, i degenti/allievi avevano modo di esprimere pareri sulla vita interna al manicomio, sul comportamento di medici ed infermieri, e sulla scuola stessa. A conclusione della tesi sono andata ad analizzare quelle che furono le attività di maggior apertura al mondo extraospedaliero; occorre ricordare infatti che gli anni della scuola coincisero con la legge 180 e quindi gli operatori scolastici di San Salvi si adoperarono per un graduale reinserimento dei degenti in società. Vennero infatti organizzate gite in città, fu messo in piedi un laboratorio teatrale, ed infine, la scuola popolare fu trasferita al di fuori delle mura manicomiali, in dei locali concessi dalla Provincia. È in questo momento che si realizzò appieno il progetto iniziale della scuola, ovvero far vivere ai pazienti psichiatrici un’esperienza continuativa e significativa fuori dell’ospedale. La scuola chiuse agli inizi degli anni ’80 in linea con il processo di “smantellamento” del manicomio Vincenzo Chiarugi, che cessò di esistere nel 1998.
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