INDICE
Introduzione 4
CAPITOLO I La storia del manicomio in Italia dall’unità alla 7
seconda metà del ventesimo secolo
1.1 L’ottocento e la legge 1904 7
1.2.1 Le nuove terapie di shock 14
1.2.2 L’elettroshock 17
1.3 L’ergoterapia 20
1.4 L’era degli psicofarmaci 23
1.5 Interventi educativi: la socioterapia 26
1.6.1 Verso la riforma psichiatrica 27
1.6.2 L’abolizione del sistema manicomiale 30
CAPITOLO II San Salvi storia di un manicomio 34
2.1 Un nuovo ospedale psichiatrico nella periferia fiorentina 34
2.2 Il manicomio fra le due guerre mondiali 43
2.3 San Salvi verso il cambiamento e la modernità 46
2.4 La fine di un’epoca 62
CAPITOLO III L’ergoterapia nel manicomio di San Salvi 68
1
CAPITOLO IV Voci dal mondo della follia. 75
Esperienze editoriali nell’ospedale fiorentino
4.1 Il Notiziario 75
4.2 Sul confine 92
4.3 Cronache del Chiarugi 102
CAPITOLO V La scuola popolare dell’ospedale psichiatrico di
San Salvi 108
5.1 Premesse ed obiettivi 109
5.2 La scuola popolare ha inizio 112
5.3 La scuola prende forma 117
5.4.1 Momenti didattici all’interno della scuola 122
5.4.2 Corso A 123
5.4.3 Corso B 127
5.4.4 Corso C 130
5.5 Attività extraospedaliere 135
Conclusioni 147
Bibliografia 150
2
“Anche i matti sono creature degne d’amore”
Mario Tobino
3
Introduzione
L’idea di questa tesi nasce dall’interesse verso quel mondo rimasto
oscuro ai più, quale quello dell’ospedale psichiatrico, ed in particolare
del manicomio di San Salvi, oggi chiuso e trasformato in una nuova
realtà, ma che possiede dentro di sé i segni di un passato non troppo
lontano.
Il manicomio fiorentino nacque a fine ‘800 come luogo di
segregazione dei folli dalla vita reale, che con addosso l’etichetta di
pericoloso a sé e agli altri, venivano internati e marcati per tutta la
vita. È solo nella seconda metà del ‘900 che vennero introdotti quegli
interventi educativi e riabilitativi che modificarono lo scenario
dell’ospedale ed il suo orientamento: da istituzione coercitiva e
custodialistica, a luogo volto ad una riabilitazione del paziente e ad un
suo reinserimento sociale.
Attraverso una ricostruzione storica del nosocomio italiano, dalla fine
del XIX secolo alla sua definitiva chiusura, avvenuta grazie alla legge
180 del 1978, ho messo in evidenza l’evoluzione dei metodi
terapeutici utilizzati al suo interno: idroterapia, uso di sostanze
calmanti, terapie di shock, psicofarmaci, fino ad arrivare ad interventi
più attenti ai bisogni del singolo individuo e volti ad uno sviluppo
della capacità comunicativa, quali l’arte terapia, la musicoterapia e la
teatro terapia.
Ho in seguito rivolto uno sguardo più approfondito all’ospedale
psichiatrico di San Salvi, ricostruendo la sua storia e soffermandomi
soprattutto sugli aspetti educativi e riabilitativi svolti al suo interno;
mi riferisco in particolare a tre ambiti: l’ergoterapia, che con
l’occupazione dei malati in lavori utili alla collettività dell’ospedale,
4
forniva loro non solo un momento di distrazione dalla vacua giornata
manicomiale, ma era anche uno stimolo allo sviluppo della capacità di
agire, di prendersi cura dell’ambiente in cui vivevano ed aumentare
l’autostima. L’altro ambito educativo preso in considerazione è la
nascita di due riviste interne all’ospedale, Notiziario e Cronache del
Chiarugi, nei quali i degenti del manicomio, ed in particolare le donne
del VI reparto, per la prima volta avevano uno strumento per dar voce
alle proprie richieste ed esprimere opinioni e desideri. Vi fu poi la
pubblicazione di un libro, Sul confine, che raccoglieva gli scritti e
dipinti delle malate del VI reparto donne, destinato a lettori esterni al
manicomio ed il cui fine era di far conoscere questa realtà, che, seppur
vicina fisicamente, risultava distante anni luce dalla vita quotidiana
delle persone comuni. Attraverso la diffusione delle creazioni delle
pazienti, si voleva dimostrare quanto, anche chi era affetto da malattia
mentale, possedeva una vita interiore: pensieri, bisogni, paure ed
inquietudini, che avevano necessità di essere espressi e condivisi.
A conclusione della tesi ho analizzato quella che fu l’esperienza
educativa più forte, più incisiva e di effettiva apertura al mondo
extraospedaliero: la scuola popolare. Questa, nata su iniziativa di
alcuni operatori dell’Istituto, mirava all’alfabetizzazione dei suoi
allievi, all’acquisizione delle basilari competenze sociali e ad una
indipendenza del paziente, per renderlo in grado di affrontare
autonomamente le sfide del mondo esterno.
Il mio lavoro vuole dimostrare come questi interventi, assieme ad una
cura farmacologica adeguata, siano i veri strumenti riabilitativi per un
paziente psichiatrico; il manicomio toglieva libertà e controllava
ossessivamente qualsiasi aspetto della vita del degente, era dunque un’
Istituzione totale con la pretesa di essere l’unica autorità in grado di
5
decidere per il malato, con la conseguenza che la malattia si
acutizzava ed il degente viveva in uno stato di forte dipendenza
dall’organizzazione manicomiale, a danno delle sue funzioni
psichiche. Capitolo I
6
LA STORIA DEL MANICOMIO IN ITALIA DALL’UNITÀ
ALLA LEGGE 180
1.1 L’Ottocento e la legge del 1904
“Se il Settecento era stato l’anno del “grande internamento”indifferenziato
(delinquenti, vagabondi, folli ecc.) gli ultimi decenni del secolo decimo nono sono
1
quelli del “grande internamento” psichiatrico”
Nella seconda metà dell’Ottocento in tutto il territorio italiano erano
presenti manicomi, nei quali trovavano coattivamente rifugio folli
provenienti esclusivamente dalle classi subalterne. L’internamento dei
malati mentali prevedeva la totale esclusione di questi dalla vita della
società e la reclusione forzata all’interno dell’ospedale psichiatrico,
con lo scopo più di reprimere qualsiasi comportamento “socialmente
dannoso”, che di curare il disturbo stesso. Tale atteggiamento
autoritario rispondeva all’esigenza di controllo e prevedibilità tipica
della società borghese, che inesorabilmente portò all’internamento dei
folli in un asilo apposito affidato alla professione medica, dimodoché
gli elementi d’incertezza e turbamento che il disturbo psichico
apportava alla società venivano appianati. In questo contesto gli
psichiatri erano gli strumenti utili a tale scopo, erano infatti loro a
gestire i manicomi ed erano loro gli arbitri assoluti dell’Istituto:
decidevano in modo inappellabile chi doveva entrare in manicomio,
quanto tempo doveva durare il “soggiorno” e come punire il malato
che non osservava le regole di buon funzionamento
dell’organizzazione manicomiale.
1 Romano Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità a oggi, Feltrinelli Editore, Milano,
1979, p.87 7
Le prime disposizioni legislative riguardanti i manicomi, promulgate
nel nuovo stato italiano furono inserite nella legge comunale e
provinciale del 20 Marzo 1865: essa attribuiva alle Province le spese
facoltative di edificazione ex novo o di ammodernamento dei
manicomi, e le spese obbligatorie di mantenimento degli alienati
poveri.
Secondo la normativa, i criteri per l’internamento erano la tutela della
pubblica sicurezza e la repressione dei turbamenti provocati dai folli,
considerati pericolosi o di pubblico scandalo. L’accento quindi veniva
posto volutamente sulla necessità dell’internamento e la sorveglianza
del malato mentale e non sulla sua reclusione a fini curativi,
disposizione questa giustificata dall’impossibilità di ricorrere ad
univoche classificazioni scientifiche dei disturbi psichici. Il decreto
ministeriale inoltre, ignorava completamente la richiesta degli
psichiatri di attuare un rapido internamento degli alienati acuti ancora
nelle prime fasi della malattia, e tralasciava le misure di assistenza a
domicilio per i mentecatti innocui.
Per i bilanci provinciali sostenere le spese di mantenimento degli
internati indigenti costituiva un aggravio non indifferente, e l’aumento
consistente degli internati negli ospedali psichiatrici italiani, provocò
la crescita della spesa pubblica per il mantenimento dei mentecatti
indigenti.
“La macchina dell’internamento della follia sembra inarrestabile. Il nostro paese
non fa eccezione, anzi. Nel periodo compreso fra gli ultimi decenni dell’Ottocento
e i primi del Novecento, la popolazione manicomiale italiana conosce una
crescita vertiginosa. Circa 12.000 persone nel 1874, 24.000 nel 1891, 54.000 nel
1914. In quarant’anni il numero degli internati aumenta quasi di quattro volte
8
senza che a questo corrisponda una crescita analoga nella popolazione
2
italiana.”
Non tardarono a farsi sentire le proteste per il sovraffollamento degli
ospedali psichiatrici, sia da parte dell’Amministrazione Provinciale, su
cui ricadevano gran parte delle spese di mantenimento del manicomio,
sia da parte dei medici psichiatri che ambivano ad una legge per
ridurre il numero degli internati e per migliorare le condizioni dei
manicomi. Questi infatti erano ovunque in condizioni indescrivibili di
sporcizia, i ricoverati spesso soffrivano la fame ed il freddo, e
l’assistenza era affidata a medici per lo più assunti senza corsi di
specializzazione e senza aver sostenuto esami particolari. Era
frequente infatti che i dottori, incaricati della direzione di un ospedale
psichiatrico, erano coloro che non riuscivano a trovare collocazione in
altri reparti specialistici, o addirittura erano i meno rispettati fra le
nuove leve dei laureati in medicina.
Per quanto riguarda le terapie svolte in ospedale, quella ritenuta più
efficace e diffusa era il manicomio stesso: l’idea centrale della
concezione terapeutica istituzionale consisteva nell’introdurre il
malato in un ambiente artificiale, organizzato secondo principi
rigorosamente scientifici, all’interno del quale ogni elemento aveva
una sua funzione terapeutica. Metodi curativi erano: la struttura
edilizia, l’arredamento, il rapporto gerarchico medico-paziente,
l’organizzazione del tempo, il lavoro e la disciplina.
Il progetto terapeutico manicomiale era ancora profondamente
ancorato alla tradizione di terapia morale, basato su una concezione
della follia come disordine delle passioni e dei sentimenti, e che
2 Nico Pitrelli, L’uomo che restituì la parola ai matti. Franco Basaglia la comunicazione e la fine
dei manicomi, Editori Riuniti, Roma, 2004, p. 40
9
presumeva la necessità ed opportunità dell’ordine e della
rieducazione. La linea di tendenza unanimemente condivisa
all’interno della Società di Freniatria (fondata nel 1873), era quella di
una psichiatria praticata da medici che riconoscevano nelle varie
manifestazioni della follia i segni o i quadri sintomatici di una malattia
del cervello, ma che poi non trovava una coerente risposta sul piano
terapeutico. Dunque, a dispetto della dominante concezione
organicistica della pazzia, la terapia manicomiale consisteva in una
rieducazione ai più importanti principi igienici e morali: salubrità
dell’aria, pulizia personale, disciplina, educazione alimentare, terapia
del lavoro ed isolamento.
Accanto alla terapia totale del manicomio vi erano altre pratiche
terapeutiche considerate ausiliari rispetto alla prima, che di per sé non
riuscivano a guarire il degente. L’idroterapia (consistente in un bagno
tiepido e caldo tra i 35 e i 37 gradi, borsa del ghiaccio sulla testa ed
una permanenza nell’acqua fin’anche a ventiquattro ore continuative),
la clinoterapia (modalità basata su un prolungato riposo coercitivo a
letto), la contenzione, l’uso di sostanze calmanti nelle fasi acute
(josciamine o estratti di sostanze oppiacee), o di tonici nelle forme
d’indebolimento (ergotina con effetto decongestionante sulla
circolazione sanguigna dei centri cerebrali). Oggetto di
sperimentazione erano anche alcune tecniche chirurgiche, in
particolare l’isterectomia per alcuni casi d’isteria o l’ipnosi solo nelle
forme lievi di disturbo mentale.
Per la cura della depressione, in particolar modo nei soggetti giovani,
gli psichiatri tentarono qualche risultato somministrando arsenico, ed
il problema principale per i melanconici restava quello
dell’alimentazione; rifiutandosi spesso di assumere spontaneamente il
10
cibo, i malinconici venivano solitamente nutriti con una sonda
introdotta attraverso la bocca, il naso o per via intestinale, e nutriti con
emulsioni di latte, uova e zucchero.
Le realtà manicomiali italiane all’inizio del secolo scorso non erano
affatto buone, sia a livello amministrativo che sanitario. Le
amministrazioni provinciali spesso per contenere le spese, o non
affrontavano nuovi progetti ospedalieri, o lasciavano vuote o
addirittura incompiute le nuove strutture, con grande ed inutile
dispendio economico. Non a caso gli psichiatri avevano più volte
presentato e caldeggiato progetti per una legge che, disciplinando la
materia, concedesse loro pieni poteri nella gestione delle istituzioni
deputate al ricovero e alla cura dei malati di mente. Ovunque negli
ospedali psichiatrici vi era sovraffollamento, scarsità di personale
medico, inadeguatezza di quello infermieristico, trascuratezza o
fatiscenza dei locali, e cattiva o insufficiente alimentazione. Nacque
dunque l’esigenza di una normativa che regolasse il caos ed il
disordine in cui versavano i molti manicomi istituiti sul territorio
nazionale: ne erano presenti quattro tipi, provinciali, ospedali costituiti
sotto forme di opere pie, sezioni di ospedali amministrati da
congregazioni indipendenti e, infine manicomi privati.
Conseguentemente la gestione variava da caso a caso: in alcuni istituti
il direttore medico aveva pieni poteri sanitari ed amministrativi, in
altri non esercitava alcuna influenza sulla parte economica e dunque
sull’ordine delle spese, in altri ancora disponeva di totale autorità
sull’assistenza e sul personale sanitario, ma non sul settore
amministrativo.
A causa dello stato deplorevole in cui versava l’assistenza ai malati
mentali, l’allora Ministro dell’Interno Giolitti, il 6 Dicembre 1902
11
presentò al Senato un disegno di legge dal titolo “Disposizione sui
3
manicomi pubblici e privati” , divenuta successivamente legge n.36
(approvata il 12 Febbraio 1904 e promulgata il 14 dello stesso mese).
Tale normativa composta di otto articoli prevedeva l’obbligo del
ricovero in manicomio soltanto per i malati psichici pericolosi e di
pubblico scandalo, e la loro ammissione tramite procedura giudiziale,
salvi i casi di urgenza; obblighi contenuti nei primi due articoli della
legge 36.
Art 1: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per
qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli altri
o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere
convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi.”
Art 2: “L’ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai
parenti, tutori o protutori, e può esserlo da chiunque altro nell’interesse degli
infermi e della società.
Essa è autorizzata, in via provvisoria, dal pretore, sulla presentazione di un
certificato medico e di un atto di notorietà, in base alla relazione del direttore del
manicomio e dopo un periodo di osservazione che non potrà eccedere in
complesso un mese. Ogni manicomio dovrà avere un locale distinto e separato
4
per accogliere i ricoverati in via provvisoria.”
La legislazione disciplinava poi le dimissioni dal manicomio, che
dovevano essere autorizzate con decreto del tribunale su richiesta del
direttore del manicomio, dei parenti o dei tutori.
“Il direttore del manicomio può ordinare il licenziamento in via di prova
dell’alienato che abbia raggiunto un notevole grado di miglioramento e ne darà
immediata comunicazione al procuratore del Re e all’autorità di pubblica
5
sicurezza.”
3 Testo di legge completo: http://dsmvibo.altervista.org/L-36-1904.pdf
4 Cfr R.Canosa, Storia del manicomio in Italia dall’Unità ad oggi, p. 221
5 Idem p. 221, Art 3 del Testo di legge 14 Febbraio 1904 n. 36
12
La competenza di tutte le spese degli indigenti veniva affidata alla
Provincia e la direzione del manicomio al direttore medico,
assicurandogli così una funzione prevalente al vertice dell’Istituzione.
Con questa normativa egli ottenne un’autorità piena nel servizio
sanitario interno, un’alta sorveglianza su quello economico per tutto
ciò che concerneva le spese per il trattamento degli ammalati, un
potere disciplinare sui dipendenti ed il diritto d’intervento alle sedute
dei consigli d’amministrazione.
La legge promossa da Giolitti rappresentava la sintesi di quanto
andavano chiedendo da oltre trent’anni gli psichiatri italiani, ovvero la
piena autorità su tutti i servizi interni del manicomio.
Indubbiamente tale legislazione manicomiale ubbidiva prima di tutto
ad un bisogno di razionalizzazione e di riordino sociale; non si
interveniva per curare la malattia ed assistere i malati (nessuno finora
si occupava di questi fenomeni presi di per sé) ma per contenere i folli
ed evitare che creassero scandalo nel mondo borghese.
L’Onorevole Leonardo Bianchi parlando alla Camera in veste di
relatore, durante la seduta del 10 Febbraio 1904, disse:
“Si doveva pur trovare modo a colloc
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