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Tecniche di raccolta dei dati

Istruttore: Settanni

Perché possiamo affermare definitivamente che la psicologia non è una scienza?

Perché la psicologia spesso non soddisfa i 5 requisiti di base del rigore scientifico:

  • Terminologia chiaramente definita
  • Quantificabilità
  • Condizioni sperimentali altamente controllate perché gli individui non possiamo usarli come → oggetti
  • Riproducibilità
  • Prevedibilità e testabilità; prevedibilità riguarda quanto siamo in grado di sapere a priori quale → sarà l’esito di un determinato fenomeno

(Berezow, 2012)

Thomas Kuhn (1962)

La struttura delle rivoluzioni scientifiche

Thomas Kuhn fonda la sua teoria sui paradigmi delle scienze.

Il paradigma è una prospettiva teorica

  • A. Condivisa e riconosciuta dalla comunità di studiosi di una disciplina
  • B. Fondata sulle acquisizioni precedenti
  • C. Che opera indirizzando la ricerca in termini di individuazione e scelta dei fatti rilevanti da studiare, formulazione di ipotesi, tecniche di ricerca utilizzate

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Senza un paradigma, tutti i problemi, tutti i metodi e tutte le tecniche sono parimenti legittimi.

Il compito della scienza normale non è scoprire nuovi generi di fenomeni, ma articolare ed approfondire lo studio di quei fenomeni e di quelle teorie già fornite dal paradigma. La rivoluzione scientifica produce invece un cambiamento dei problemi e delle soluzioni, ri-orienta la disciplina, trasforma la struttura concettuale → cambia il paradigma.

Secondo Kuhn, lo stato della psicologia era (è) quello pre-paradigmatico, mancando questa di una serie di caratteristiche che caratterizzano le scienze normali, come la fisica e la chimica ad ora (dopo 50 anni) non → esiste una teoria unificante.

All’interno della psicologia sono nate e si sono sviluppate diverse prospettive, che utilizzano una diversa cornice concettuale (o paradigma) per esaminare i comportamenti e i processi mentali; i paradigmi si distinguono tra loro per alcuni assunti di base che influenzano in modo determinante metodi e tecniche utilizzate per studiare i fenomeni di interesse.

Ci sono diversi paradigmi in psicologia clinica:

  • Biologico: comportamenti e processi mentali sono spiegati da cause organiche; la psicopatologia è causata da una malattia (alterazione organica). Le prove principali a supporto provengono dalla genetica comportamentale (studi su gemelli, ecc.) e dalla biochimica del sistema nervoso.
  • Psicodinamico: il nostro comportamento è influenzato da conflitti inconsci, che avvengono fuori dalla nostra consapevolezza quindi (teoria dell’iceberg). I problemi di questa teoria freudiana sono che non ci sono dati scientifici a supporto delle sue tesi, gli elementi costitutivi (inconscio, libido…) non possono essere osservati, le spiegazioni sono post-hoc ed è basata su osservazioni non rappresentative della popolazione e difficilmente replicabili.
  • Comportamentista: si concentra sui comportamenti osservabili (i comportamenti anormali sono appresi) e l’apprendimento è basato sul condizionamento (classico ed operante) e successivamente sul modellamento. Le terapie comportamentali si basano sulla desensibilizzazione sistematica (fobie, ansia), sul flooding (fobie, ansia) e sul condizionamento avversivo (pedofilia). Il limite è che spesso il comportamento anormale non è appreso, ad esempio i disturbi bipolari, la schizofrenia, la depressione hanno componenti genetiche.
  • Altri paradigmi come cognitivista, umanistico/esistenziale, sistemico relazione,...

Quindi alla fine la psicologia clinica in quale fase del ciclo di Kuhn si colloca? Il paradigma è proprio delle scienze “mature”. Le scienze sociali ed umane, comprese la psicologia, sono prive di un unico paradigma dominante e sono quindi multi-paradigmatiche, per cui il paradigma rappresenta una prospettiva teorica globale ma non esclusiva e in competizione con altre prospettive.

I problemi delle scienze sociali (e psicologiche) sono:

  • La reattività dei soggetti studiati
  • L’individualità
  • La complessità delle cause
  • La manipolabilità limitata (difficoltà nella realizzazione di esperimenti)
  • Conoscenza non (sempre) cumulativa

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La pluralità degli approcci ha portato storicamente a grande variabilità nel tipo di dati utilizzati nella ricerca empirica in psicologia:

  • Resoconti introspettivi dei pazienti di Wundt
  • Codifica a partire dall’osservazione di comportamenti
  • Misurazioni di reazioni comportamentali
  • Frequenze di risposte a domande di interviste, questionari, test o scale
  • Neuroimaging

Tutti questi sono modi per raccogliere dati su comportamenti, pensieri, atteggiamenti degli individui, e sono diversi e spesso alcuni approcci sono tipici di certi paradigmi e non di altri.

Ci sono 3 questioni fondamentali che riguardano tutti e tre i paradigmi (↓):

  • Ontologica: riguarda il “che cosa” ci proponiamo di osservare; la natura della realtà sociale e psicologica e la sua forma. Distinzione base tra “cose in se stesse” e “rappresentazioni di cose”.
  • Epistemologica: riguarda il rapporto tra “chi” e “che cosa”; il ricercatore in che rapporto sta con la realtà che si propone di studiare.
  • Metodologica: riguarda il “come” la realtà sociale e psicologica possono essere studiate e riconosciute, i metodi e le tecniche per approcciare la realtà.

I paradigmi fondativi della ricerca sociale e psicologica sono le concezioni generali sulla natura della realtà, dell’uomo e sul modo con cui questo può conoscere quella; ce ne sono 3:

Positivismo

Positivismo: ha accompagnato la nascita delle scienze sociali; lo studio della realtà sociale utilizzando apparati concettuali, metodi di osservazione e misurazione, strumenti di analisi, procedimenti di inferenza propri delle scienze naturali (causa ed effetto, verifica, variabili quantitative, statistiche). Per Comte, i fenomeni sociali sono fatti naturali e quindi sottoposti a leggi; per Durkheim esiste una realtà sociale al di fuori dell’individuo (fatti sociali come “cose”), oggettivamente conoscibile e studiabile con gli stessi metodi delle scienze naturali.

La metodologia del positivismo si basa sul realismo ingenuo, sullo studio dei fatti sociali (credenze, abitudini, istituzioni) come cose esterne all’individuo ed indipendenti, sull’uso di dati statistici, sull’oggettività dell’osservatore e sulla ricerca delle correlazioni tra differenti fatti sociali e di connessioni causali. Metodologia del positivismo: è essenzialmente induttivo (si passa dal particolare a leggi naturali, che devono essere dimostrate e verificate: raccolta dati su casi specifici → analisi → sviluppo teorie generali). Individuazione e formulazione di leggi naturali è l’obiettivo.

Per Comte, l’individuo non può dividersi in due, in cui l’uno ragioni, mentre l’altro lo guardi ragionare ed esclude così la psicologia dall’enciclopedie delle scienze (“l’individuo pensante non può dividersi in due, di cui l’uno ragioni, mentre l’altro lo guardi ragionare. L’organo osservato e l’organo osservatore essendo in questi casi identici, come potrebbe l’osservazione aver luogo?”) → la realtà interna posso osservarla solo dall’interno, quindi manca il dualismo, che per Comte era fondamentale per descrivere l’approccio scientifico.

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Auguste Comte (1798-1857)

  • Realismo ingenuo → le cose esistono e noi possiamo, da fuori, studiarle
  • Epistemologia dualista e oggettivista
  • Leggi naturali

Neopositivismo e postpositivismo

Neopositivismo e postpositivismo: revisione del positivismo del ‘900 con un rifiuto delle grandi questioni e delle metafisiche indimostrabili, per concentrarsi sui problemi metodologici delle scienze (centralità delle questioni epistemologiche); si sviluppa così un modo di intendere la realtà sociale nuovo (accetto un’ipotesi come migliore poiché non vi sono dati che la contraddicono, ma non la accetterò mai come certamente vera), con un linguaggio tratto da matematica e statistica.

Lazarsfeld applica la metodologia empirica neopositivista alla sociologia; ogni oggetto sociale, a cominciare dall’individuo, può essere definito sulla base di un insieme di attributi e proprietà se possibile quantificabili (idea che si possa studiare gli esseri umani riducendoli a numeri, variabili, proprietà), e a queste ridotto. I fenomeni sono studiati come relazioni tra variabili neutre, oggettive, operativizzabili matematicamente; tutti i fenomeni sociali possono essere rilevati, misurati, elaborati e formalizzati.

Le teorie possono essere convalidate o falsificate in maniera oggettiva → è positivo aderire a questa idea per studiare gli individui perché possono essere ridotti a numeri. Anche in seguito agli avanzamenti (e cambi di paradigma) della fisica (meccanica quantistica, relatività,...), le teorie non possono più avere carattere di leggi deterministiche ma devono essere probabilistiche. Per essere scientifica una teoria deve essere falsificabile (Popper), la sua validazione empirica è svolta dalla non falsificazione da parte dei dati non processo di verifica, ma tentativi di falsificazione → le ipotesi teoriche, quindi, non sono mai definitivamente valide. Maggiore cautela nelle conclusioni, ma tecniche di ricerca rimangono simili a quelle sviluppate precedentemente.

Moritz Schlick (1882-1936)

  • Probabilità
  • Falsificabilità
  • Leggi probabilistiche e provvisorie

Interpretativismo

Interpretativismo: vi fanno parte tutte le concettualizzazioni teoriche (interazionismo, ermeneutica, fenomenologia) secondo cui la realtà non può essere semplicemente osservata ma va interpretata. L’origine filosofica inizia con W. Dilthey; viene operata una distinzione tra scienza della natura e scienze dello spirito. Le scienze dello spirito studiano l’uomo stesso e infatti la distanza tra oggetto di studio e il soggetto è minima, vi è un coinvolgimento empatico con l’oggetto di analisi; la conoscenza avviene tramite percezione immediata e mentre le leggi della natura hanno una loro regolarità, ciò che avviene nel mondo dello spirito è dotato di unicità (alla stessa azione ognuno può dare un significato diverso).

Viene spiegata la natura mentre viene compresa la vita psichica (distinzione spiegazione, qualcosa di esterno a noi, vs comprensione, qualcosa che coinvolge la nostra risonanza empatica); vengono anche distinte le scienze idiografiche che studiano la singolarità e le scienze nomotetiche, applicabili alla natura, che studiano la regolarità al fine di individuare leggi che governano la natura.

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Wilhelm Dilthey (1833-1911)

  • La realtà non può essere semplicemente osservata ma va interpretata
  • Scienze della natura vs scienze dello spirito

Excursus su Max Weber, sociologo tedesco; analizza il concetto di ‘comprensione’ all’interno della sociologia senza cadere nell’individualismo soggettivista e nello psicologismo (ovvero nel fatto che nulla è realmente conoscibile). È possibile la comprensione razionale delle motivazioni dell’agire, intendendo lo scopo dell’azione che l’individuo attribuisce al proprio comportamento. Weber vuole salvare l’oggettività della scienza sociale come avalutatività (indipendenza tra constatazione dei fatti empirici e giudizi di valore → devo cercare di non giudicare la realtà che osservo) e capacità di arrivare ad enunciati generali.

Per il sociologo, il tipo ideale è una forma ricorrente dell’agire sociale, un’uniformità di comportamento costruita mediante un processo di astrazione ed isolamento di alcuni elementi; il tipo ideale è un modello teorico che non va confuso con la realtà (è un’utopia), ha una funzione euristica in quanto serve ad indirizzare la conoscenza → osservo la realtà, singoli casi, e da essi posso arrivare a fare generalizzazioni di tipo ideale, per comprendere la realtà.

Weber distingue anche diversi tipi ideali di leadership: carismatica (basata sulla convinzione che il leader sia sopra gli individui ordinari e che abbia a che fare con il soprannaturale, il superumano o che possegga poteri o qualità straordinari; esempi sono Cristo, Gandhi, Hitler), tradizionale (basata sul rispetto delle regole legate alla tradizione ed alle consuetudini; esempi sono il Papa, il feudatario, il capo-famiglia nelle società tradizionali) e legale-razionale (basata sulla razionalità burocratica e su un sistema formalizzato di regole e leggi; esempi sono il presidente di uno Stato, il direttore di un consiglio).).

Ritornando all’interpretativismo: il numero e il tipo di cause che determinano un qualsiasi avvenimento individuale è infinito; non è questione di leggi, bensì di connessioni causali concrete. Si parla di enunciati di possibilità (se accade A, allora il più delle volte si verifica anche B) e non è quindi possibile stabilire i fattori determinanti di un certo evento o comportamento, ma si possono studiare le condizioni che lo rendono possibile. Non più leggi generali, ma connessioni (specificità e possibilità). Dati questi presupposti è inevitabile la diversità di tecniche e procedure di ricerca.

Nel XX secolo si parla di fenomenologia, interpretazionismo, etnometodologia; si spostano però da un piano di analisi macro ad uno “micro” (relazioni tra individui, vita quotidiana) → ci si è spostati alla conoscenza dei casi specifici. Importante in campo psicopatologico: psichiatria fenomenologica

  • Karl Jaspers e Ludwig Binswanger
  • Jaspers: l’oggetto della psichiatria non è più il cervello ma la vita interiore, la soggettività dei pazienti → “l’indagine fenomenologica ha il compito di rendere presenti ed evidenti di per sé gli stati d’animo che i malati sperimentano, e astenersi da tutte le teorie che trascendono la pura descrizione”

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Ricerca qualitativa vs ricerca quantitativa

I paradigmi si distinguono anche in base al tipo di ricerca:

  • Neo/post positivista: ricerca quantitativa;
  • Interpretativista: ricerca qualitativa. Presenta diversi approcci: metodo etnografico (lo scopo è comprendere le azioni delle persone e le loro esperienze del mondo e i modi in cui le loro azioni motivate nascono dalle loro esperienze e si riflettono poi su di esse; gli strumenti sono l’osservazione del partecipante, le interviste formali e non, la raccolta di immagini e testi), grounded theory (teorie lette nei dati in cui sono radicate, la conoscenza potenziale è nei dati e il ricercatore deve catturarla; processo di codifica inizialmente descrittivo e poi progressivamente astrattivo), focus group (tecnica di osservazione di piccoli gruppi animati da un moderatore che sollecita la discussione su un argomento; si propone di rilevare non solo gli atteggiamenti ma anche i motivi di questi), analisi del discorso,...

La ricerca quantitativa è quindi una conoscenza orientata alla spiegazione di una realtà esterna che esiste indipendentemente dal ricercatore ed è descrivibile da leggi, mentre la ricerca qualitativa è orientata alla comprensione di realtà specifiche interpretabili solo attraverso l’interazione studioso-oggetto di studio.

Ci sono 3 posizioni riguardanti la relazione tra queste due ricerche: incompatibilità (un tipo di approccio è corretto, mentre l’altro è sbagliato), prevalenza della quantitativa o pari dignità (il loro utilizzo va legato alle circostanze ed opportunità).

Vengono fatti due esempi:

1. “Crime in the making: pathways and turning points in through the life” (Sampson e Laub) → quantitativa

Ricerca longitudinale (non focalizzato su un solo periodo della vita ma sull’intero ciclo di vita) su dati raccolti per ricerca precedente; si pone come obiettivo quello di sviluppare un modello teorico in grado di spiegare crimine e devianza nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta → si parla di fenomeni universali. Necessità di uno studio longitudinale, non focalizzato solo sulla adolescenza, ma sull’intero ciclo di vita. Partecipanti seguiti dall’infanzia all’età adulta. Ipotesi secondo la prospettiva del ciclo di vita.

L’ipotesi principale è che i bambini provenienti da contesti deprivati non diventano necessariamente degli adulti antisociali. Gli autori si propongono di testare una teoria. Ipotesi del “controllo sociale informale” (i legami informali in famiglia, scuola, gruppo dei pari, lavoro, matrimonio determinano se il comportamento diventa o meno deviante).

Viene fatta un’analisi secondaria di dati già raccolti dai coniugi Glueck e vengono seguiti per 9 anni 1000 persone di cui metà autori di reato e metà ‘normali’ fra i 10 e i 17 anni (con le stesse caratteristiche. Seguiti sistematicamente a partire dal 1939 fino al 1948. Due studi successivi sugli stessi soggetti all’età di 25 e 32 anni (quasi 450 “sopravvissuti” per gruppo).

Vengono costruiti 2 indicatori di devianza (variabili dipendenti della ricerca): ufficiale (essere autori di reato o non autori → variabile con due valori) e non ufficiale (calcolata a partire da frequenza di comportamenti illegali (borseggio, furto…) considerando anche episodi di semplice “cattiva condotta” (fumare, bere, scappare di casa…)). Interessante l’operativizzazione.

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Vengono analizzati dati come il contesto familiare e delinquenza in adolescenza e infanzia, il ruolo della scuola e del gruppo dei pari e di fratelli/sorelle, stabilità e variabilità del comportamento nel tempo, legami sociali adulti e cambiamenti del comportamento, i modelli comparativi di crimine e devianza.

Si parte da un quadro teorico che presenta una accurata rassegna della letteratura sul tema. Poi vi è la formulazione di ipotesi. Per testarle è necessario definire delle variabili. La fase delle misure empiriche è quella della definizione delle va

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rebecca.raviola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche di raccolta dati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Settanni Michele.
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