Sociologia generale e dell'innovazione generale modulo 2
La dimensione del potere
Analizziamo il rapporto tra i concetti di potere e di comunicazione, che sono fra loro reciprocamente determinati. Possiamo distinguere il potere su (far fare qualcosa a qualcuno) e il potere di (essere abilitati a poter fare qualcosa). Questa è la definizione di Parsons, il potere è soggettivazione, è creazione di una forma di soggettivazione, c’è un soggetto che subisce un’influenza o un’azione da parte di un altro soggetto, ma si può anche intendere il potere come possibilità di agire nel proprio contesto sociale, anche semplicemente il poter votare è un diritto e in questa definizione una forma di potere, di possibilità.
Una delle modalità per far fare qualcosa è costringere, quindi il potere come coercizione. I dispositivi attraverso cui il potere si manifesta in termini coercitivi sono diversi e sono cambiati nel corso delle epoche storiche, si sono costantemente e progressivamente sempre più raffinati. L’idea del monopolio della violenza regge l’idea di Stato. Weber definisce l’idea di Stato a partire dalla capacità di monopolizzare la forza all’interno di un certo tipo di territorio. Weber sottolinea che questo monopolio della forza abbia una particolare caratteristica, ovvero che sia legittimo.
Ci sono una serie di procedure che vengono universalmente accettate o quantomeno accettate da una comunità che decide quindi di aderirvi. All’interno della nostra Costituzione abbiamo una serie di diritti, ma abbiamo anche il riconoscimento di una serie di autorità, le quali hanno potere su e potere di. Queste due dimensioni del potere, la dimensione della coercizione e della legittimità compenetrano l’una con l’altra, sono due facce della stessa medaglia. Nelle società complesse è difficile trovare un potere che non sia allo stesso tempo coercitivo ma legittimato dal punto di vista di procedure, di pensieri, di rappresentazioni sociali, di convenzioni sociali.
Se tuttavia il potere coercitivo usa degli strumenti che presuppongono che ci sia una persona che potrebbe non voler fare qualcosa e quindi viene costretta a farlo da un certo tipo di potere, il potere come legittimazione usa degli strumenti chiaramente diversi e lo strumento principale che viene utilizzato da qualsiasi potere che vuole manifestare e affermarsi è la comunicazione. La comunicazione è la risorsa fondamentale su cui si costruisce qualsiasi forma di potere.
La comunicazione intesa come processo di interscambio di simboli, quindi la comunicazione intesa come processo significa successione di momenti. Quando si parla di processo sociale si implica la dimensione del tempo, quindi c'è un primo, un durante, un dopo, ci sono delle dimensioni temporali che sono tra loro ben definite. Il processo come comunicazione significa che la comunicazione ha un suo tempo, ha una serie di tempi interni, una serie di momenti. Il potere su e il potere di entrambi si nutrono di comunicazione.
Il potere come coercizione non esclude che il potere sia anche una forma di legittimazione e tuttavia proprio nel momento in cui si pone come legittimato un potere ha necessità sempre di comunicare; ma comunicare non significa andare in televisione e parlare. La comunicazione non è solo un atto verbale né tantomeno un atto simbolico che inizia in un certo momento e finisce in un altro momento. La comunicazione è inserita dentro un ambito e quest'ambito è la cultura.
Un processo comunicativo è sempre anche un processo culturale. Capire quindi come il potere utilizzi la comunicazione per i propri processi di legittimazione significa chiedersi quale sia la cultura dentro cui questi processi di comunicazione sono dotati di senso; in che modo l'analisi della cultura ci aiuta a capire il potere, questa è la domanda fondamentale che ci poniamo nell’analizzare le teorie sulla comunicazione di massa. L’obiettivo deve essere quello di trovare attraverso queste teorie il modo di descrivere l'apparato culturale che dà legittimità a diverse forme di potere.
Teoria dell'istituzionalizzazione sociale
Prima di introdurre la prima teoria che è quella dell'ago ipodermico, esaminiamo una teoria che non è stata sviluppata nella sociologia della comunicazione. Si tratta di una teoria abbastanza classica, quella dell'istituzionalizzazione sociale di Berger e Luckmann. Una teoria che spiega come nascano le istituzioni sociali, come si legittimano e come si reificano. Reificare vuol dire considerare come concreto ciò che è astratto. Berger e Luckmann la elaborano in un testo importante “La realtà come costruzione sociale”.
La funzione essenziale che svolgono le teorie di comunicazione è quella di costruire socialmente la realtà. Noi viviamo in una realtà che è perennemente costruita socialmente, si può dire che non abbiamo accesso ad altre realtà se non a quelle che sono costruite socialmente. Possiamo avere l'illusione di trovarci nella nostra vita quotidiana ad affrontare una realtà oggettiva che sia allo stesso modo per tutti, ma questa è appunto una illusione completa, specie nel nostro mondo.
Forse questa poteva essere un'illusione che un uomo del Medioevo che comunque assolutamente non viveva in un mondo oggettivato poteva avere, perché ovviamente i suoi processi comunicativi tendevano a esaurirsi in quelli che realizzava di presenza oppure in quelli che venivano realizzati all'interno di un unico contesto simbolico, che era quello della chiesa cattolica.
Ma noi che spendiamo moltissimo tempo a mediare la realtà attraverso dei dispositivi più o meno mobili e che abbiamo accesso a un flusso straordinario di comunicazione, dovremmo avere ben chiaro che l'unica realtà che esista in maniera diversificata per ognuno di noi è quella socialmente costruita. Questa teoria prova a spiegarci cosa si intenda per costruzione sociale della realtà.
La teoria dell’istituzionalizzazione parte dal presupposto che noi esseri umani siamo deficitari dal punto di vista biologico. Abbiamo un problema rispetto ad altre specie viventi, in particolare agli altri mammiferi, abbiamo una scarsa direttività dei nostri istinti, cioè noi abbiamo un apparato istintuale ad esempio quando nasciamo che è inadeguato a spiegare e a dirigere l'azione; anche perché siamo profondamente inadeguati dal punto di vista fisico, se abbiamo sete non solo non siamo in grado di capire che vogliamo l'acqua, ma non siamo neanche in grado di prenderla.
Questa condizione di deficienza viene compensata però da un'azione che viene esposta dalla comunità, cioè invece che apprendere da quando siamo nati che la nostra azione può essere diretta da un motore interno, noi apprendiamo che la nostra azione è permanentemente determinata da un motore esterno e questo motore esterno è il complesso di istituzioni che la nostra comunità crea principalmente per dirigere i nostri istinti quando siamo dei bambini e poi le nostre aspirazioni, i nostri valori e comportamenti quando cominciamo ad essere socializzati.
È proprio inevitabile quindi che noi viviamo in una realtà socialmente costruita, perché non abbiamo proprio modo, neanche dal punto di vista biologico, per fare qualcosa di diverso. Se nasciamo in una condizione tale che riusciamo a mediare la realtà solo attraverso istituzioni sociali è evidente che non abbiamo nessuna possibilità di avere un contatto diretto della realtà che non sia mediato da questa istituzione.
Fasi dell'istituzionalizzazione
La teoria dell’istituzionalizzazione cerca di spiegarci il processo attraverso cui queste istituzioni nascono, si affermano e si legittimano. Secondo questa teoria questo processo ha tre fasi: esteriorizzazione, oggettivazione e interiorizzazione.
Esteriorizzazione
L’esteriorizzazione è la cristallizzazione di pratiche, l'abitudine. Un'istituzione sociale nasce sempre per soddisfare un bisogno che ha l’individuo o molto più spesso, una comunità. Mettiamo caso che noi siamo una comunità che si è ritrovata improvvisamente a vivere in un territorio, noi abbiamo una serie di bisogni, i quali vanno dall’acqua, il cibo, il pernottamento a tutta una serie di bisogni essenziali, quelli fisiologici che Maslow metterebbe alla base della sua piramide.
In questo territorio non c’è cibo e ce lo dobbiamo andare a cercare e scopriamo che ci sono degli animali che possiamo cacciare, l’unico modo per trovare una quantità di cibo sufficiente a far sopravvivere tutti è andare a cacciare. Quindi cominciamo a capire quali animali ci siano e come possiamo cacciarli. Quest’azione implica una divisione dei ruoli, nel momento in cui questa divisione dei ruoli porta a un lavoro che ha successo, nel senso che riusciamo effettivamente a cacciare degli animali, avviene una prima forma di esteriorizzazione.
Le pratiche attraverso cui abbiamo imparato a cacciare, ci siamo divisi i ruoli e abbiamo capito che questa cosa funzioni diventano delle pratiche che esistono a prescindere da noi. Esiste la persona che si arrampica sull'albero e guarda se arriva il cinghiale, esiste la persona che si specializza nel lanciare la lancia, quello che lo trascina, quello che poi lo ripulisce. Esiste una divisione del lavoro, una serie di pratiche manuali che vengono esteriorizzate nella misura in cui appunto diventano tali perché esistono a prescindere dalla persona che lo fa.
Quindi si sterilizza una pratica, è chiaro che non è questa l’istituzione sociale, è solo un passaggio. L’istituzione sociale nasce come una forma di cristallizzazione delle pratiche. L’università non nasce improvvisamente a Bologna, le università nascono perché si istituzionalizza una pratica diffusissima nella parte più profonda del Medioevo di andare a trovare i grandi maestri. Pellegrini, persone che decidevano di darsi alla conoscenza attraversavano territori pericolosissimi, rischiosissimi per andare in un determinato convento a trovare molto spesso le persone che sapevano di più su quell'argomento, che tenevano dei seminari, delle lezioni, degli incontri, dei simposi.
Questa è una forma di esteriorizzazione preliminare della pratica che porterà poi l’università a configurarsi in un certo modo. Nasce già l'idea del maestro, l’idea di alcuni luoghi in cui si va a studiare, nasce l'idea della conoscenza per la conoscenza che non ha immediatamente una finalità nel potere temporale o secolare. Nasce cioè l'idea dell’universitas, un'istituzione che produce conoscenza, che facilita la produzione di conoscenza e che si pone almeno teoricamente in maniera indipendente rispetto ai due grandi poteri dell'epoca, che sono quello secolare dell’impero e quello temporale del papato o le varie articolazioni dei poteri politici medievali.
L’esteriorizzazione è proprio quest’azione, questa pratica che si realizza e che comincia ad avere successo perché viene appunto routinizzata, si fa sempre allo stesso modo, ma questo non è ancora un’istituzione. Un’istituzione è tale nel momento in cui può essere anche tramandata. Nel nostro esempio se gli unici a saper fare la caccia sono sempre le solite persone, esse non trovano il modo per trasferire questa conoscenza ad altri, evidentemente quella pratica sarà destinata a perire, ad essere dimenticata, a non servire più come soluzione permanente al bisogno permanente di cibo; per essere comunicata deve essere oggettivata.
Oggettivazione
L’oggettivazione è il secondo processo fondamentale attraverso cui nasce l’istituzione sociale. La prima forma di oggettivazione è sempre il linguaggio, sono sempre le parole. Si comincia a dare un nome a chi sale sopra l'albero, si comincia a dare un nome a chi tira la freccia e si inizia a creare un linguaggio che può essere capito sia delle persone che seguono quell’azione sia dalle persone che dovranno apprendere come quell’azione si dovrà intraprendere. L’oggettivazione è proprio la trasformazione in qualcosa di condivisibile e di comunicabile a partire da una serie di pratiche.
L’oggettivazione è esattamente il momento in cui le pratiche diventano regole, diventano norme, vengono magari anche scritte, vengono appunto oggettivate in un corpus, il quale diventa esso stesso una realtà. Il punto conclusivo è l’interiorizzazione ovvero il processo attraverso cui pratiche e regole si trasformano in valori.
Interiorizzazione
Fare sempre una cosa, farla in base a delle regole prestabilite e farla perché è stata fatta da altri prima, quindi una dimensione storica, non è innocente dal punto di vista culturale. La cultura si costruisce così, la cultura non è mai disgiunta dalla dimensione pratica, i valori non sono mai disgiunti dalle condizioni materiali che pongono le condizioni per quei valori. Marx diceva datemi la macchina vapore e vi darò la società industriale, datemi l'aratro e vi darò la società greco-romana, datemi una serie di tecnologie della produzione che determina una serie di rapporti sociali e ci saranno certi modelli di proprietà e quindi certi modelli che tenderanno a legittimare quella proprietà.
Questa fase di legittimazione, di costruzione di valori è di interiorizzazione. Tornando al nostro esempio cacciamo i cinghiali, abbiamo capito come cacciare i cinghiali, sviluppiamo un codice della caccia di cinghiali, cominciamo ad aver un’università che si occupa di come cacciare, ci si specializza in caccia dei cinghiali. Avviene che a un certo punto tendiamo a fidarci di quell’università dove andiamo ad apprendere come si caccia il cinghiale, affidarci al punto che non ci chiediamo più se l'approvvigionamento di cibo sia possibile attraverso un'altra risorsa che non sia il cinghiale.
Quando un'istituzione sociale si reifica, i suoi valori vengono fortemente interiorizzati dalle persone a cui l'istituzione presiede ecco che abbiamo una forma di interiorizzazione, cioè i valori che sono connaturati per esempio alla caccia del cinghiale sono fondamentali per la creazione di un certo tipo di società e questo tipo di società è data da questa dimensione di interiorizzazione. Si tratta di una forma anche di socializzazione sia primaria sia secondaria. Il fare delle cose, farle secondo certe regole e farle all'interno di un contesto fa sì che ci convinciamo e si creano appunto dei valori che dirigono le nostre azioni e tendono a essere valori che confermano quei modi di fare.
Questa è la fisionomia fondamentale, però è evidente che nelle società complesse non esiste una sola istituzione sociale, l’università è un'istituzione sociale, risponde al bisogno permanente di un'istruzione superiore rispetto a quella data nei primi due momenti in cui l’istituzionalizzazione del sapere è stato più o meno organizzato e prevede dei corsi di laurea, dei crediti formativi, dei docenti, degli esami, una serie di passaggi. Queste sono le regole che a partire dal 700-800 dopo Cristo nei conventi italiani, francesi e irlandesi oggi è diventato l’apparato che conosciamo perché ovviamente poi si è super stratificato, si è confrontato con le sfide della società, si è confrontato soprattutto dagli anni 50 in poi con una forte spinta del mercato, delle istituzioni politiche nell’intervenire su come si dovesse decidere la formazione del sapere, anche perché il sapere sempre di più diventava spendibile dal punto di vista economico e dal punto di vista politico.
I processi di istituzionalizzazione non hanno efficacia sempre, a volte mostrato la corda, specie quando ci sono una serie di cambiamenti che avvengono all'interno dello stesso schema culturale dove ci sono però anche altre istituzioni sociali che dirigono i cambiamenti e spingono i cambiamenti, e che attraverso processi di comunicazione e processi culturali tendono a mettere in evidenza maggiormente alcune anomalie, alcune inefficienze, alcune possibili alternative.
Quindi noi abbiamo un universo simbolico che viene costruito dalle istituzioni sociali che tende a essere coerente, molto spesso questo universo simbolico è costruito in particolare da certe istituzioni, noi abbiamo vissuto a lungo nel Novecento con l’istituzione dominante della fabbrica, il modo di produzione industriale, che ha diretto lo sviluppo economico e la maggior parte delle trasformazioni sociali sul piano politico, culturale. È evidente che da moltissimi anni e ormai ce ne rendiamo conto in quasi tutte le parti del mondo l'universo simbolico creato dalla fabbrica è entrato in crisi, perché sempre di più dagli anni cinquanta in molti paesi a capitalismo avanzato sono più i cosiddetti colletti bianchi degli operai.
In tanti paesi non in tutti, si è persa ovviamente una dimensione della produzione manifatturiera con l'operaio massa e un certo tipo di organizzazione fordista e quindi standardizzate e un certo tipo di mercato a sostegno, siamo in un universo simbolico che si sta rompendo. Le cose che venivano ritenute giuste, corrette, attendibili e difficilmente da mettere in discussione in quel modello si mettono in discussione oggi.
Uno degli elementi che ha accelerato maggiormente questi processi di rottura sono proprio i mezzi di comunicazione digitali, che hanno determinato profondi cambiamenti sul piano della struttura economica. I processi sociali non hanno necessariamente inizio da un’innovazione tecnologica o economica, molto spesso possono essere proprio indotti da trasformazioni sul piano culturale, non è scontato, però molto spesso è sicuramente attendibile uno sguardo che guarda anzitutto a processi di innovazione economica e tecnologia per capire i cambiamenti sociali.
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