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Il cittadino, il politico

Rousseau nel "Contratto sociale" cercava di identificare e fondare le condizioni di ogni società civile; quest'ultima si realizzava in un contratto politico che definiva l'umanità attraverso l'essere cittadini. Per Rousseau tali principi affondavano le radici nell'antica Roma. Quest'ultima non è vista solo come conquistatrice, ma descrive anche in maniera esemplare tutte le possibili situazioni della politica: nascita di una comunità, organizzazione dei poteri, uguaglianza dei diritti, le grandi questioni sociali. I Romani, dunque, sotto la Repubblica o l'Impero sono cittadini. Tale affermazione deve però essere sfumata facendo distinzioni dal punto di vista cronologico.

La cittadinanza nell'antica Roma

Quando Roma non dominava neanche il Lazio, nel suo territorio la divisione era tra schiavi e liberi. Quando Roma conquista l'Italia, e tale conquista termina nel 272, abbiamo romani da una parte, ovvero cittadini di pieno diritto (optimo iure), dall'altra gli alleati italici. Questi ultimi sono assimilabili ai Romani per ciò che concerne con gli obblighi militari e fiscali, ma hanno autonomia interna e non partecipano alla sovranità. Questo permane sino alla guerra sociale del 90-89, al termine della quale i soci italici diventano cittadini romani, poi nel 212 d.C. con l'editto di Caracalla tutti gli abitanti dell'Impero romano acquisiscono la cittadinanza.

Tuttavia è differente essere cittadini ai tempi delle guerre civili rispetto ai tempi di Tiberio; la cittadinanza infatti determina uno ius che regola rapporti personali, familiari, patrimoniali e commerciali di ognuno, ma non tutti sono uguali di fronte alla legge per la propria natura e patrimonio. Abbiamo infatti all'inizio le differenze tra patrizi e plebei, poi disuguaglianze in maniera processuale a seconda che l'imputato fosse assiduus o proletarius. Nell'impero c'è la gerarchia degli ordini, lo status di senatori e cavalieri diventa ereditario e sono anche esenti dalle torture introdotte sotto Augusto per i plebei. Ci sono dunque oneri e pene più gravi per gli humiliores rispetto agli honestiores. Lo ius civile non è più un aequum ius.

La comunità e il censimento

Anche se gli antichi non consideravano la città come astrazione trascendente, essa è comunità di interessi. Grazie ad essa ogni cittadino è non solo migliore, ma felice, perché costretto a reprimere impulsi poco consoni per la convivenza con gli altri nella comunità. Ne derivano vantaggi grazie allo sfruttamento dei beni comuni, ma anche una serie di doveri che corrispondono all'obbligo militare, fiscale, deliberazione politica ed esercizio delle magistrature. Gli oneri però non devono essere mal ripartiti, si devono alternare ai vantaggi e non devono sempre essere sopportati dalle stesse persone.

Per cercare questo equilibrio si attua il censimento periodicamente in base al quale i cittadini sono ripartiti. Si dice che il census sia stato inventato da Servio Tullio. Si tratta di un insieme di dati riguardanti l'età, l'origine locale o familiare, il patrimonio. In base a tali requisiti i magistrati incaricati del census ripartiscono i cittadini secondo un sistema che assegna loro un posto preciso in un ordine gerarchico. Sulla base di tale posto nell'ordine spettano diritti e doveri.

Struttura sociale e militare

All'interno delle città ci sono le tribù, sorta di quadri territoriali e umani, poi delle classi censitarie che radunano coloro che hanno il patrimonio compreso in un determinato valore. All'interno delle classi censitarie che sono 5, gli uomini sono distribuiti in centurie secondo la loro età. In tutto ci sono 18 centurie di cavalieri e 175 di fanti e operai, per un totale di 193 centurie. Secondo Cicerone, nell'ultima centuria fuori classe composta di proletari c'era concentrata più della metà del popolo. Ogni centuria conta un voto indipendentemente dal numero di persone che ne fa parte, dunque i ricchi nelle centurie che erano molto meno dei poveri davano un tributo in sangue e denaro più massiccio e frequente ma a livello di votazioni contavano di più.

Attività militare

Inizialmente l'esercito è una milizia cittadina reclutata anno per anno e poi congedata al termine della campagna. Il soldato riceve il soldo che non è un salario, ma un'indennità il cui ammontare è assicurato dalla riscossione del tributum, pagata dagli individui che possono essere mobilitati, legata alle circostanze, non permanente, rimborsabile se il bottino lo permette. Quando le guerre cominciano a combattersi oltre mare ci sono eserciti permanenti e si comincia a fare ricorso ai volontari che sono poveri a cui si promettono ricompense se la guerra diviene redditizia. L'esercito diventa più professionale e proletario, non mercenario, perché i soldati sono comunque cittadini romani, non si tratta nemmeno di esercito di mestiere, perché questo compare solo con l'Impero.

L'obbligo militare non grava più in misura uguale su tutti, interi strati sociali si possono sottrarre, anche se il servizio militare rimane obbligatorio per chi vuole intraprendere il cursus honorum. I cambiamenti nell'attività militare creano squilibri finanziari; innanzitutto è soppresso il tributum, grazie ai successi delle campagne belliche, il soldo resta immutato, ma meno elevato del salario di un operaio, quindi poco accattivante. Delle compensazioni vengono offerte con la legge agraria e frumentaria dei Gracchi, connessa ai problemi militari. Segue la distribuzione delle terre ai veterani, una delle cause della rovina dello Stato, poi Augusto la sopprime sostituendola con le distribuzioni di denaro. Finisce un'epoca e nasce il sistema imperiale.

Politica

Il popolo ha una sua volontà che deve essere manifestata attraverso la riunione dei cittadini in un'assemblea che si svolge in uno spazio ben preciso a cui partecipano tutti gli aventi diritto. A Roma ci sono più assemblee che vengono chiamate comizi; le prime hanno come base le 35 tribù territoriali che costituiscono i comizi tributi, mentre le 193 centurie vanno a costituire i comizi centuriati. Il peso dei ricchi è decisivo nei comizi centuriati, i comizi tributi invece non seguono la ripartizione censitaria, ma la base territoriale; tuttavia anche in questo caso il voto non è egualitario, perché le tribù non hanno lo stesso numero dei cittadini e il numero delle tribù rustiche – 31 – eccede tanto quello delle urbane – 4. Tale scelta è motivata dall'esigenza di modulare l'espressione delle opinioni e la decisione finale conferendo loro un ordine gerarchico.

Le assemblee romane, come dice Polibio, servono per conferire ricompense e punizioni (cariche elettive e pene giudiziarie). Il popolo dunque in teoria decide su tutto, allora i governatori romani, per moderare tale onnipotenza popolare, conservano l'organizzazione comiziale e complessa delle origini. Infatti i comizi centuriati (i più timocratici) eleggono i magistrati superiori, gli altri comizi, i minori. Bisogna però ricordare delle caratteristiche importanti di tali assemblee, ovvero non si riuniscono mai di pieno diritto, ma su un ordine del giorno preciso e solo su convocazione da parte del magistrato giuridicamente competente. Il popolo inoltre non ha facoltà di discutere e deliberare, può solo rispondere sì o no alla questione che viene posta, il voto è orale che si svolge in modo lungo e minuzioso, in quanto i cittadini vengono fatti sfilare e ognuno deve dare la sua risposta sotto gli occhi degli altri.

Altra questione importante è il numero e la frequenza di tali obblighi. Ogni 5 anni bisogna farsi censire e sino alla guerra sociale, per coloro che risiedono nell'ager romanus, significa arrivare a Roma. Le operazioni si svolgono tribù per tribù e richiedono 18 mesi. Si ipotizza che alcune collettività dislocate nell'ager romanus svolgano in loco le attività per poi trasmettere a Roma i risultati parziali. Le elezioni dei magistrati si svolgono invece ogni anno per eleggere 40 magistrati regolari, più di 24 tribuni militari; le prime si svolgono di fronte ai comizi centuriati, le seconde di fronte ai comizi tributi. Le operazioni sono lunghe, il cittadino non vota quando vuole, ma quando viene chiamato, seguendo un ordine rigoroso.

Poi ci sono i voti riguardanti le leggi e i processi comiziali. Non si ha un quadro preciso della periodicità di queste operazioni, ma a partire dai Gracchi, il voto di leggi tribunizie diviene uno strumento fondamentale per la politica. La presentazione di un progetto di legge comporta una procedura complessa che si prolunga almeno per 24 giorni, nel corso dei quali il popolo è riunito più volte in assemblee davanti alle quali, l'autore del progetto difende la sua proposta e lo stesso fanno i suoi avversari. Ma chi partecipava realmente a tali attività? Non ci sono cifre sicure, non è nemmeno certo che si tenesse una contabilità a riguardo. È certo invece che la partecipazione era variabile e influenzata dai cambiamenti istituzionali e politici. Le tribù vengono convocate all'interno del pomerio, al Foro, davanti alla Curia e al Campidoglio e uno stesso recinto può essere utilizzato 35 volte di seguito, tribù per tribù.

C'è un vantaggio sicuro per le 31 tribù rustiche, perché è sufficiente lo spostamento a Roma di pochissimi rurali, il cui voto conta sempre un'unità, per essere rappresentati. Ma si sa che le leggi dei Gracchi e di Saturnino provocarono molte agitazioni nei distretti rurali e diverse migrazioni verso Roma sia per le contiones, sia per le votazioni. Nel primo secolo invece dopo la guerra sociale vengono registrati i nuovi cittadini soprattutto nelle tribù rustiche e il loro voto individuale diviene meno influente, mentre il peso preponderante è quello degli abitanti di Roma. Dall'altro lato c'è il contrappeso dei comizi centuriati in cui si riscontra una maggiore gerarchia e si dibattono affari importanti. L'età, l'esperienza e la ricchezza vengono privilegiate, l'assemblea delle 193 centurie è molto oligarchica.

I senatori si distribuiscono nelle 70 unità della prima classe, una di iuniores e una di seniores per ognuna delle 35 tribù, i cavalieri invece hanno 18 centurie. Le migrazioni e le modifiche della popolazione urbana non modificano il carattere oligarchico di questo comizio, perché i membri delle tribù urbane risiedenti a Roma sono di modesta estrazione. Se invece un notabile come il padre di Cicerone viene a stabilirsi a Roma, ha ovviamente il suo peso; ciò spiega il fatto che vasti movimenti migratori si verifichino per partecipare ai comizi centuriati, in particolare dalla ricca e fertile Gallia Cisalpina. I comizi centuriati si tengono al Campo Marzio, in uno spazio più grande rispetto al Foro. Lì vennero costruiti al tempo di Cesare e Augusto i Saepta Iulia, un vasto rettangolo con delle sale alle estremità adatte per il controllo degli elettori e lo spoglio dei voti.

Non bisogna però credere ad un carattere puramente oligarchico della vita elettorale romana, perché in caso contrario non si spiegherebbero le riforme progettate e attuate negli anni. Una molto importante è l'introduzione tramite le leggi tabellarie del voto scritto che conferisce maggiore segretezza e libertà all'esercizio del voto. Rimane ad influenzare il voto la minaccia della corruzione, a giudicare dalle numerose leggi che tentarono di combatterla. Da non sottovalutare l'emergere della violenza organizzata: la prima testimonianza formale riguardante l'intimidazione e l'impiego della forza risale al 103 a.C., quando dei veterani di Mario fecero votare la lex Apuleia. Poi ci furono le guerre civili, i colpi di stato o azioni armate mancate, come quella di Catilina che costituiscono la degenerazione del sistema.

Un campo legislativo in cui il cittadino è molto coinvolto è quello dei vantaggi, dei commoda che costituiscono secondo Cicerone ciò che qualificava la politica dei populares, coloro che amano il popolo o coloro che sono amati dal popolo. Esempi sono la legge agraria, frumentaria, la distribuzione a prezzo ridotto e poi gratuita di una certa quantità di grano, la soppressione o sospensione delle imposte, la legge sui debiti. Tali provvedimenti hanno importanza demografica e finanziaria.

La classe politica

Abbiamo in questa categoria gli eroi della Repubblica: Fabrizio, Cincinnato, il Temporeggiatore, i capi militari che si contendono il primato, molti altri personaggi positivi e negativi descritti dalla letteratura. Poi ci sono le opere filosofiche che tratteggiano i modelli. Inoltre l'uomo politico è designato come bonus o optimus cives. Non tutti possono essere ammessi alla carriera politica a causa di esigenze censitarie; il primo gradino della carriera è quello di tribuno militare, quindi occorre poter servire nella cavalleria, inoltre bisogna aver compiuto anni di servizio militare.

Sotto la Repubblica l'eredità della carica non è imposta da una regola o da una prassi, perché ci sono casi di homines novi, ma sotto Augusto l'accesso agli onori è riservato in linea di principio ai figli dei senatori, anche se vengono lasciate opportunità di promozione politica agli equestri o, in via del tutto eccezionale, anche ad altre categorie. Ma la promozione che prima era un beneficio riservato dal popolo dipende ora soltanto dalla volontà dell'imperatore. La politica inoltre non è solo carriera, ma genera uno status, un quadro giuridico delle condizioni sociali, insegne esteriori, privilegi vari.

Il politico dunque a causa di tutte queste restrizioni è un oligarchico, ma non basta avere antenati illustri, bisogna anche avere l'unzione popolare, da qui l'importanza per affermarsi in tale campo, della retorica e dell'eloquenza. Per svolgere il cursus honorum non si devono effettuare gli studi, ma è necessaria un'esperienza che impone limiti minimi di età per ricoprire le varie cariche e in tal modo l'esperienza supplisce alla mancata formazione teorica.

Le competenze dei politici sono due: scienza militare e il diritto, soprattutto quello civile, ossia la scienza del giureconsulto che si occupa della soluzione di diritto, non tanto dei fatti. A questo poi si aggiunge l'eloquenza giudiziaria, ovvero l'arte di commuovere i giurati e gli spettatori, di manipolare i testimoni. In tale elenco ciò che manca è l'aspetto dell'amministrazione e delle finanze. Sul primo caso molti sono ignoranti, in quanto sussistono differenze tra i magistrati responsabili e l'amministrazione propriamente detta, lasciata a scribi professionisti.

L'amministrazione fiscale è affidata a pubblicani che ricevono l'appalto dallo stato; i pubblicani sono uomini ricchi quasi sempre cavalieri, non senatori. Per tali ragioni è inutile per ricoprire le magistrature una competenza finanziaria alla cui mancanza si supplisce utilizzando liberti e clienti competenti in materia, la cui educazione specializzata è rivolta al servizio del padrone. Infine la vita politica romana non è una vita di riposo, si rischia la vita non solo in guerra, ma anche nelle lotte intestine e nelle guerre civili con le proscrizioni. Per questo alcuni figli di senatori o cavalieri si rifugiarono nell'otium, ci guadagnò la letteratura, ma non la repubblica.

Il bandito

Il banditismo è innanzitutto una forma di potere personale, una sorta di affermazione del singolo, basato sul carisma e la forza bruta, anteriore alla formazione dello Stato. Il banditismo deve essere soppiantato da forme come lo Stato che lo deve addomesticare ed eliminare. I banditi in lingua latina sono definiti latrones, il banditismo, il latrocinium e si tratta dell'anarchia storicamente antecedente alla nascita dello stato. Es. Romolo e Remo abbandonano il loro ruolo di pastori banditi per fondare la città (nel racconto di Livio). Secondo la visione romana, dunque o si fa parte di uno stato legittimo e riconosciuto in grado di combattere una guerra regolare, o si è banditi.

Il banditismo come forma isolata è una forma di violenza personale, a volta effettuata anche in piccoli gruppi, caratteristica per lo più di società contadine. È un tipo parassitario di sussistenza in cui l'acquisizione di beni e servizi dipende in via diretta dall'uso di violenza fisica e minacce. Sia Platone che Aristotele lo identificano come un particolare modo di acquisire i beni che si affianca ad agricoltura, pesca, pastorizia e caccia. Platone ha un atteggiamento più moralistico e lo classifica come un sottotipo del modo di vita fondato sulla caccia, moralmente censurabile. Inizialmente lo stato nascente era disposto ad accettare al suo interno aree di potere private, quando la violenza era diretta verso altre comunità. Es. leggi di Solone: era legale ad Atene formare società di pirati per attaccare altre città. La società romana invece non li tollerava, anche se Cicerone ammette che i banditi rispettavano alcune norme del comportamento sociale. Infatti con i termini latro e latrones si identificavano non solo banditi, ma anche altri tipi di nemici.

Es. Cicerone lo fa con Verre, Catilina, Clodio e Antonio, suoi nemici storici additati come banditi, ossia come pericolosi destabilizzatori dello Stato. Il termine viene in genere usato nei periodi di crisi politica, anche per marchiare i concorrenti al trono imperiale. Questo modo di parlare però getta poca luce sulla figura reale del bandito. Anche al culmine dello splendore imperiale ci sono zone che sfuggono al reale controllo dello stato, come molti territori montuosi dei paesi del Mediterraneo, oppure le fitte foreste, zone paludose vicine a centri abitati, insomma zone che per la particolare posizione geografica impediscono la penetrazione delle istituzioni cittadine, come foreste e paludi vicino ad Antiochia in Siria.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sannina73 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Porena Pierfrancesco.
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