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Nel 1996 fu approvata la Costituzione definitiva, evento che pose fine alla seconda fase della transizione

democratica. Il documento sancì il passaggio da uno Stato fondato sulla politica della separazione razziale a uno

stato democratico e egualitario. La sua versione inglese utilizza un linguaggio che si ispira alla raccomandazione

del “Plain Language Movemnet”, nato agli inizi degli anni Settanta del XX secolo con l’obbiettivo di semplificare il

linguaggio utilizzato dalle pubbliche amministrazioni e in particolare il linguaggio dei documenti legislativi. Il

processo di semplificazione del linguaggio legale interessa soprattutto alcune caratteristiche tipiche dei

documenti costituzionali.

In base a tale Costituzione, la lingua inglese nel Sudafrica di oggi è giuridicamente considerata pari alle altre dieci

lingue ufficiali. La English Academy of Southern Africa promuove fra l’altro la diffusione dello Standard British

English nel sistema scolastico sudafricano. Un’ottima conoscenza della lingua inglese amplia infatti gli orizzonti dei

giovani, i quali grazie a essa possono aspirare a cercare impieghi anche al di fuori dei confini nazionali.

Dal Censimento dell’ottobre 2011 risulta che la popolazione del Sudafrica sfiora i 52 milioni di abitanti, di cui gli

individui di origine africana costituiscono il 79,2%, i bianchi e i coloured (di origine mista) l’8,9% ciascuno, gli

indiani o asiatici il 2,5%, mentre il restante 0,5% è costituito da altre etnie. La popolazione africana è formata da

quattro gruppi principali: Nguni, Soto-Tswana, Tsonga e Venda. La popolazione bianca è composta dagli

Afrikaners, discendenti degli ugonotti olandesi, tedeschi e francesi che arrivarono nel Paese nel XVII secolo in

avanti, dagli anglofoni discendenti dei coloni provenienti dalle isole britanniche, che arrivarono qui a partire dal

XVIII secolo, e dagli immigrati proveniente dal resto d’Europa. I coloured costituiscono una categoria creata dai

legislatori dell’apartheid per raccogliere e classificare coloro che non potevano essere considerati bianchi, neri o

indiani. Essi sono un gruppo assai variegato, costituito in grande maggioranza da meticci; la maggioranza di loro

parla afrikaans. La popolazione asiatica del Sudafrica è infine soprattutto di origine indiana. Sono in gran parte

anglofono, anche se molti mantengono vive anche le loro lingue originarie.

Il multilinguismo sudafricano è parte dell’identità nazione: è imprescindibile ed evidente che il futuro della

nazione sarà inevitabilmente legato allo sviluppo della lingua inglese. In anni recenti il Sudafrica è entrato a far

parte di quel gruppo di nazioni considerate emergenti (BRICS - Brasile, Russia, India, Cina).

Inglese e afrikaans in Sudafrica: fra rivalità e convivenza

Afrikaans

L’afrikaans è una lingua del basso francone, affine al neerlandese e appartenente al ramo delle lingue germaniche

occidentali. Discende dall’olandese ed è presente principalmente in Namibia e Sudafrica. Qui circa 10 milioni di

persone lo parlano come prima o seconda lingua, mentre alcuni milioni ne hanno una conoscenza di base.

Si è solito chiamare l’afrikaans del primo periodo coloniale, privo di una forma scritta e stabile, Cape Dutch o

Kitchen Dutch. L’arrivo degli ugonotti francesi nel 1688 ebbe naturalmente un impatto notevole, anche a livello

linguistico. Già dalla fine del XVII secolo i viaggiatori in transito dal Capo notavano che la lingue parlata qui non

suonava come l’olandese parlato in Europa, anche se quest’ultimo veniva utilizzato nei documenti scritti.

Fu nell’Ottocento, con l’espansione degli afrikaner e il riconoscimento delle “repubbliche boere” che emersero i

tre dialetti afrikaans principali: il Cape Afrikaans, parlato dagli ex-schiavi e ricco di espressione derivata dalla loro

cultura principalmente di stampo musulmano, l’Orange River Afrikaner e l’Eastern Border Afrikaans. Sempre a

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partire dalla metà dell’Ottocento iniziarono a comparire testi a stampa. Dopo essere stato riconosciuto come

lingua di insegnamento nel 1914, nel 1925 l’afrikaans diventò, con l‘inglese, lingua ufficiale del Sudafrica.

Inglese

Tre sono le fasi che hanno portato alla creazione di una comunità anglofona. In seguito ad una prima e breve

occupazione delle colonia del Capo nel 1775 la presenza inglese si manifestò a partire dal 1806 e fu ratificata nel

1815. Nel 1820 giunsero circa 4.000 immigrati provenienti dall’Inghilterra meridionale e appartenenti alle classi

operaie e alla bassa borghesia. La scoperta dell’oro e dei diamanti e la conseguente rivoluzione industriale che il

Sudafrica subì comportarono un afflusso consistente dall’Inghilterra a partire dal 1870.

L’avvento della lingua inglese segnò l’inizio della contesa con l’olandese sudafricano per la supremazia, una

contesa che sarebbe durata per circa due secoli. Dagli anni Venti del XIX l’inglese acquisì gradualmente una

posizione di dominio, in quanto lingua degli scambi commerciali e ufficiali, a scapito dell’olandese. Nel 1822 fu

dichiarato lingua ufficiale della colonia del Capo.

Anche l’inglese del Sudafrica (SAE) è stato modellata da numerose forze. Da lingua coloniale, quale era in origine,

nel tempo ha subito molti cambiamenti, assorbendo parole dell’afrikaans e dalla lingue africane e ha sviluppato

anche varietà locali o etniche, influenzata dalle culture dei diversi gruppi che lo parlano come lingua seconda.

Attualmente è presenti in tutta la società sudafricana.

Il SAE è diventato una particolare versione regionale della lingua inglese, saldamente radicata in Sudafrica per

l’influenza delle lingue che la circondano e con cui è in costante contatto. Gli stessi sudafricani sono spesso

inconsapevoli di quanto il SAE sia diverso dagli altri Englishes sia per il lessico sia per la pronuncia.

Dopo il 1824, anno della ratifica del passaggio della Provincia del Capo dagli olandesi agli inglesi, si rese

necessaria l’adozione, da parte degli anglofoni, di termini indispensabili per descrivere paesaggi, persone, rituali,

animali e piante. Va detto che il SAE ha ricavato prestiti anche dalle lingue locali africane e dalle lingue parlate

dagli schiavi e dai lavoratori provenienti dall’Asia, oltre ad appropriarsi, spesso risemantizzandoli, di termine del

BrE, sia esso standard o dialettale.

Nel SAE è presente una variazione sociale che è stata suddivisa in tre gruppi: Cultivated, General e Broad English.

Il primo, molto vicino a RP, è associato alle classi più alte, il General English è connesso alla classe media, mentre il

Broad English è utilizzato dalle classi lavoratrici e dai parlanti di origine afrikaner per i quali l’inglese è la seconda

lingua. Le differenze tra i tre gruppi, che per altro condividono molti tratti distintivi del SAE, sono particolarmente

evidenti a livello fonologico. Una caratteristica fondamentale del SAE è che si tratta di una varietà di inglese non

rotica, almeno nei gruppi parlanti Cultivated e General SAE. Per quanto riguarda il sistema vocalico, l’aspetto

forse più caratteristico del SAE è costituito dal cosiddetto “kit-bit-split”, che consiste nella differenziazione delle

vocali nella pronuncia di kit [kɪ t] e bit [bɘt].

Inglese e afrikaans: aspetti del contatto linguistico

L’aspetto più evidente della coesistenza di inglese e afrikaans in Sudafrica è costituito dalle peculiarità lessicali. La

lingua inglese ha assimilato presiti dall’afrikaans fin dal suo primo giungere in quest’area per la necessità di

denominare luoghi, animali, paesaggi, piante, istituzioni sconosciute. Produttiva è stata anche la pratica del calco

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semitico, probabilmente favorita dalla comune origine germanica delle due lingue. I processi di formazione delle

parole più produttivi negli ambiti considerati risultano essere la composizione, il calco e l’onomatopea.

Il multilinguismo in Sudafrica. Prospettive future

Inglese e afrikaans, le due lingue di origine indoeuropea riconosciute ufficialmente in Sudafrica, hanno convissuto

– spesso in un rapporto conflittuale – fin dallo stanziamento degli inglesi alla fine del XVIII secolo. La flessibilità

dell’inglese e la sua permeabilità nell’accogliere prestiti da lingue altre, spesso insieme alla necessità di

denominare luoghi, oggetti, concetti nuovi, hanno fatto sì che questa convivenza sia comunque – dal punto di

vista linguistico – altamente produttiva e che essa contribuisca a fare del SAE una varietà a pieno tiolo

riconosciuta nel variegato panorama delle lingue inglesi nel mondo. Paese multietnico, il Sudafrica è di

conseguenza anche un Paese multilingue. Come si è detto, vi sono ben 11 lingue ufficiali. La maggior parte dei

sudafricani è di conseguenza multilingue, anche se i parlanti inglese e afrikaans tendono a non avere molta

dimestichezza con le lingue indigene e si esprimono meglio nei rispettivi idiomi. Un gran numero di sudafricani

parla inglese, lingua onnipresente nella burocrazia e nel commercio. L’altra lingua franca del Paese è l’isiZulu.

Secondo la Costituzione, l’inglese non possiede uno status dominante, dal momento che tutte undici le lingue

godono di una pari dignità costituzionale, ma esso occupa, nella pratica una posizione sempre più imporrante. Fra

quelle parlata in Sudafrica è infatti l’unica lingua internazionale, impiegata nel mondo degli affari, del commercio,

dell’industria e dell’istruzione universitaria. L’ampio utilizzo dell0ingelse come seconda o terza lingua da parte di

milioni di sudafricani, il suo uso come lingua franca nelle comunità multilinguistiche e la sua adozione da parte die

movimenti di liberazione sono tutti fattori che hanno contribuito a renderne l’apprendimento una competenza

necessaria e a conferirgli un prestigio elevato. Tra la maggioranza del africani, l’inglese è stato spesso visto come

la lingua della liberazione e dell’unità nera, in opposizione all’odiato afrikaans, la lingua dell’oppressore. Mentre

l’inglese è considerata, una lingua di prestigio e di potere, la lingua etnica è mantenuta come simbolo di identità,

unità e solidarietà.

Se la costituzione cita l’inglese come una delle undici lingue ufficiali, appare però abbastanza chiaro che nelle

nuova società esso risulterà sempre più essere il mezzo linguistico prediletto per comunicare ovunque. Inoltre,

l’inglese gode di alcuni vantaggi:

ha un alto prestigio, anche in relazione al suo utilizzo nella lotta per la libertà;

- è stato adottato da tutte le nazioni confinati, ad eccezione dei lusofoni Angola e Mozambico;

- è indispensabile in contesti internazionali;

- si connota come “link language” in una situazione in cui l’adozione di una lingua etnica potrebbe essere

- conflittuale;

è parlato dalla più grande comunità di anglofoni nativi presente nel continente africano.

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2 – L’INGLESE ALLE HAWAII: NON SOLO ALOHA, UKULELE E WAHINE

Introduzione

Le isole Hawaii, un arcipelago vulcanico formato da diverse isole, vennero ufficialmente scoperte nel 1778 da

Cook, ma erano già state avvistate da navigatori spagnoli. Considerata la posizione strategica, il porto di Honolulu

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divenne un nodo importante e scalo commerciale nei traffici commerciali tra il Nord America e l’Asia. Re

Kamehameha III traferì la capitale da Maui a Honolulu e emanò la prima costituzione in lingua hawaiana, che

garantiva la libertà religiosa e il diritto di voto ai cittadini mischi. Nel 1893 un gruppo di bianchi statunitensi e

britannici molto influenti nel commercio dello zucchero fece cedere la monarchia e istituì un governo provvisorio

con l’appoggio degli USA che fecero delle Hawaii la più grande colonia americana. Dopo lo scoppio della II Guerra

Mondiale, il 7 dicembre 1941 i giapponesi bombardano Pearl Harbor, determinando l’entrata in guerra degli USA:

il 21 agosto 1959 con un voto favorevole del 90% della popolazione le Hawaii entrarono a far parte del USA come

50° stato con Honolulu come capitale.

La situazione linguistica

Come stabilito dall’articolo XV, sezione 4, della Costituzione hawaiana, l’inglese e l’hawaiano sono oggi le due

lingue ufficiali dello Stato e sono usate indistintamente a livello sia privato sia pubblico. Accanto a queste due

lingue ufficiali si colloca l’Hawaiian Creole English, lingua di contatto sviluppatasi per necessita di comunicazione

all’interno delle piantagioni e usata poi anche per scopi commerciali, e sempre etichettata come lingua non

standard o dialetto volgare parlato dalle classi meno abbienti.

La popolazione attuale è di circa 1.400.00 abitanti, di cui 600.000 parlanti nativi di Hawaii English Creole e circa

400.000 utilizzatori come L2 e 2.000 parlanti nativi di hawaiano.

La lingua hawaiana

La lingua hawaiana è la lingua originale dell’arcipelago. Quando le Hawaii entrarono nell’orbita degli interessi

economici e militare statunitensi (1893) si evidenziò ben presto una prevalenza dell’inglese. Con l’Act 57 (1896) si

stabilì che l’inglese fosse alla base dell0insegnamenteo in tutte le scuole pubbliche e private che l’utilizzo di altre

lingua fosse approvato dal Dipartimento dell’Istruzione. Il sistema scolastico – insieme all’attività di missionari

anglofoni – contribuì all’imposizione dell’uniformità linguistica e alla promozione dell’adesione alla cultura

statunitense.

La lingua hawaiana appartiene alle famiglia della lingua malesi-polinesiane. Sebbene l’inglese prevalga sulla lingua

hawaiana e le abbia fornito un numero consistente di prestiti – fra i 1.800 e i 3.000 – quest’ultima continua a

essere studiata e preservata da vari enti e associazioni che intendono diffonderne l’uso. La “rinascita”

dell’hawaiano ebbe inizio negli anni Settanta del XX secolo.

L’hawaiano ha un proprio sistema ortografico, sviluppato dai missionari cristiani e promosso con la traduzione

della Bibbia, che oggi si tenta di reintrodurre anche per vocaboli entrati in inglese. Forse l’esempio più noto di

code-switching inglese-hawaiano è costituito dal testo di due canzoni del film Disney Lilo e Stitch (2002),

ambientato appunto alle Hawaii.

Hawaii Creole English

L’inglese hawaiano è la varietà dell’inglese parlata alla Hawaii riconosciuta come risultato di un continuum che

prende le mosse del pidgin nato come strumento indispensabile per la comunicazione tra i lavoratori della

piantagioni e gli europei, in seguito creolizzatosi. Gli europei giunsero pe la prima volta alle Hawaii nel 1778 e ne

fecero ben presto un punto d’attracco per la ciaccia alle balene e per il commercio con l’Asia. Questo contato

favorì però la trasmissione di malattie, che ridusse tragicamente la popolazione indigena. Nel 1835 vennero

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create le prime piantagioni di canna da zucchero con il conseguente arrivo di lavoratori da Cina, Portogallo,

Giappone, Filippine e altre nazioni. Questa presenza eterogenea rese indispensabile l’uso di una lingua comune.

Nella seconda metà del XIX secolo si venne sviluppando un pidgin a base inglese influenzato dall’hawaiano ma

anche dalle altre lingue presenti, in particolare dal portoghese. Agli inizi del XX secolo il nuovo pidgin hawaiano si

impose e ben presto si creolizzò, fino a dare luogo a un creolo che negli anni Venti poteva essere ormai

considerato la lingua della maggioranza della popolazione.

Tale creolo (Hawaii Creole English – HCE – e localmente chiamato Pidgin) mescola nella sua storia la necessità di

comunicazione fra diverse comunità, la dominanza europea nelle piantagioni e l’egemonia americana. Il suo uso è

diffuso nella vita quotidiana e in alcune trasmissioni radiofoniche. A partire dagli inizi del XXI secolo, un crescente

interesse per la difesa del HCE si è fatto strasa anche in ambito accademico.

Poiché la base lessicale dell’HCE è costituita dall’inglese, la maggior parte dei vocaboli proviene da questo, pur

con modifiche fonologiche e semantiche. Frequente è la realizzazione di composti ibridi. Fra i numerosi esempi di

abbinamento di termini hawaiani e inglesi, si può ricordare il notissimo aloha shirt (la tipica camicia hawaiana).

Come gli altri creoli, l’HCE ha un proprio sistema fonologico. L’HCE ha alcune forme moro-sintattiche che lo

distinguono dall’inglese americano e che sono prevalentemente dovute al sostrato hawaiano e all’influenza delle

varie lingue con cui è venuto in contatto.

La lingua inglese alle Hawaii

La Costituzione stabilisce che le lingue ufficiali dello Stato sono hawaiano e inglese; si dà per scontato che per

quest’ultimo la varietà di riferimento sia quella americana “standard”. L’apporto della lingua nativa all’inglese è

stato essenzialmente di carattere lessicale: non particolarmente numerosi, ma decisamente significativi

significativo sono i prestiti dell’hawaiano, tutti soggetti ad adattamento morfologici e soprattutto fonologici. La

maggior parte dei prestiti è entrata prima del 190, con un picco tra 1850 e 1900.

A testimonianza di come l’inglese si sia fatto veicolo di arricchimento delle conoscenza – e di conseguenza del

lessico – riguardanti realtà geografiche e antropiche lontane, si possono ricordare tra i vocaboli hawaiani, che,

grazie all’inglese, si sono fatti strada nel lessico di molte altre lingue, i seguenti: aloha (saluto), hula (danza

tradizionale), tabu (consacrato, inviolabile), ukelele (strumento musicale di origine portoghese), wahine (donna,

moglie). Il più recente e forse, oggi, il più utilizzato e diffuso fra i prestiti hawaiani che l’inglese ha fatto conoscere

a livello globale è wiki.

3 – L’INGLESE NEL PACIFICO: ALL’ORIGINE DI PIDGIN E CREOLI

Introduzione

Gli arcipelaghi e le isole che, insieme ad Australia e Nuova Zelanda, costituiscono l’Oceania, sono

tradizionalmente suddivisi nelle macroregioni di Micronesia, Melanesia e Polinesia. Queste terre, dalla superfice

esigua, sono disseminate su spazi vastissimi.

La Micronesia è situata a est delle Filippine e costituita da oltre duemila isole, per lo più piccoli atolli, e alcune

isole maggiori; politicamente, è suddivisa in cinque stati indipendenti e due dipendenti dagli USA. La Melanesia

comprende terre emerse che si estendono sulla fascia dell’Oceano Pacifico occidentale situata tra la linea

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dell’Equatore e il tropico del Capricorno. Oltre a numerose isole minori, il sistema melanesiano include Papua

Nuova Guinea, le isole Salomone e la Nuova Caledonia (politicamene dipendete dalle Francia). La Polinesia

costituisce la zona più orientale e comprende numerosi arcipelaghi del Pacifico, disposti entro un triangolo

virtuale avente come vertice superiore le isole Hawaii e come vertici della base l’isola di Pasqua e la Nuova

Zelanda. Le isole principali sono le Hawaii, Tonga, le isole Cook, la Polinesia francese, le Samoa e le Samoa

americane, l’isola di Pasqua. Tonga e le Samoa sono indipendenti; le isole Cook appartengono alla Nuova Zelanda;

la Polinesia francese dipende dalla Francia, mentre le Hawaii e le Samoa americane appartengono agli USA. L’isola

di Pasqua fa parte del territorio cileno.

Il pacifico divenne meta di esplorazioni da parte degli

europei agli inizi del XVI secolo: Vasco Nuñez de

Balboa lo avvistò nel 1513 e sette anni dopo

Magellano lo attraversò, dando inizio alle

esplorazioni portoghesi, seguite nel XVII da quelle

degli olandesi. Fu James Cook a dare un contributo di

rilievo alla conoscenza dell’Oceania, portando a

termina la scoperta di quasi tutte le isole della

ragione fra il 1772 e il 1779.

Ben presto il commercio all’interno dell’Oceania e la ricchezza di materie prima aumentarono sempre di più la

presenza europea in Oceania. Trattandosi frequentemente di avventurieri che si resero colpevoli anche di crimini,

la loro influenza sui nativi fu spesso deleteria. L’incapacità dei capi locali di gestire una situazione tanto lontana

dalla loro mentalità aumentò inevitabilmente l’ingerenza dei governi europei: con l’eccezione dell’isola di Tonga,

rimasta regno indipendente sotto la protezione britannica, tra il 1842 e l’inizio del secolo successivo Germani,

Gran Bretagna, Usa e Francai si assicurarono il controllo di quasi tutta l’Oceania. Alla fine della II guerra mondiale,

grazie all’intervento delle Nazioni Unite, le potenze coloniali concessero l’indipendenza o l’autogoverno alle

popolazioni indigene, che acquisirono man mano un maggiore consapevolezza del loro ruolo politico.

La situazione linguistica: tra pidgin e creoli

La popolazione è prevalentemente di origine micronesiana, polinesiane e melanesiana, ma comprende anche

minoranze di origine europea e soprattutto asiatica. La lingue indigene possono essere raggruppate in due

categorie: le lingue austronesiane e quello non austronesiane o papua. La situazione linguistica di questi territori

è estremamente complessa. L’inglese è la lingua istituzionale dominante (spesso insieme a una o più lingua locali)

nella maggior parte delle realtà, ma nelle isole e negli arcipelaghi del Pacifico esso ha anche giocato un ruolo

fondamentale nella formazione di pidgin e creoli generati dal contatto con le numerose lingue indigene, dando

luogo – a partire dalla prime esplorazione e fino all’indipendenza seguita da varie nazioni nel secondo dopoguerra

– a una situazione linguistica oltremodo interessante. I tre creoli dominati nel Pacifico sono il Bislama, il Pijin e il

Tok Pisi. A questi si affiancano pidgin e creoli scarsamente studiati per la loro limitata diffusione geografica e il

ristretto numero di parlanti. Come noto, con il termine pidgin si indica un idioma che può nascere dal contatto tra

comunità di parlanti privi di strumenti linguistici in comune per favorire la comunicazione e l’interazione, spesso

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in contesti coloniali e/o commerciali. Si tratta di una lingua semplificata, con un sistema fonologico e morfo-

sintattico essenziale e un lessico ridotto; è solitamente la lingua con maggiore prestigio sociale e cultuale ad avere

maggiore influenza e a fornire la base per il pidgin. Quando un pidgin diventa la lingua madre di una comunità di

parlanti, la grammatica e il lessico subiscono una notevole espansione. Tale pidgin espanso è noto come creolo.

Come afferma Santipolo, mentre un pidgin serve a soddisfare bisogni pragmatici immediati (commercio a livello

elementare), il creolo mira a coprire tutti gli ambiti dell’esistenza umana e l’intera gamma delle funzioni

perseguibili attraverso la lingua. I pidgin vengono spesso percepiti come varietà scorrette e inferiori di una data

lingua, tanto che gli stessi parlanti sono a volte riluttanti ad ammettere di parlarli.

In realtà si tratta di idiomi a sé stanti, con tutte le caratteristiche normalmente attribuite a una lingua. Sebben

ciascuno di questi idiomi abbia seguito un proprio percorso evolutivo, determinato dal contesto geografico,

sociale e linguistico, essi sono contraddistinti da una sostanziale unità a livello storico e linguistico-culturale. In

alcuni casi queste forme di comunicazione hanno ricoperto per le popolazioni il ruolo di “lingue ombrello” in

consti linguistici variegati e frammentati in cui sono andate a ricoprire il ruolo di lingua franca. Per le diverse

popolazione esse sono diventate un tratto identitario in cui riconoscersi.

I tre creoli principali: Bislama, Pijin e Tok Pisin

Nella seconda metà del XIX secolo molti nativi melanesiani vennero impiegati nelle piantagioni del Queensland e

delle isole Fiji, generando una situazione di multilinguismo che portò alla formazione di un pidign destinato a

evolvere nel creolo attuale e basato sul contatto fra i lavoratori e i loto supervisori anglofoni. Quando tornava

nelle loro isole, portavano con sé questo pidgin, che andò a costituire la prima lingua franca di tutta la regione,

stabilizzandosi e sviluppandosi in modo diverso a seconda delle lingue indigene locali. Di conseguenza, oggi il

pidgin melanesiano ha dato luogo a creoli diversi, noti come Tok Pisin in Papua Nuova Guinea, Bislama a Vanuatu

e Pijin nelle isole Salomone.

Bislama

Il Bislama è un creolo a base inglese con valore di lingua ufficiale nell'arcipelago di Vanuatu, repubblica

indipendente situata tra le isole Fiji e l'Australia; in un panorama linguistico che comprende circa 100 lingue è

riconosciuto come lingua nazionale dalla Costituzione. Il Bislama è la lingua principale dell'attività parlamentare,

del governo, delle trasmissioni radiofoniche e televisive e di alcuni giornali; lingue veicolari dell'istruzione sono

però l'inglese e il francese, anche se il Bislama viene spesso usato nell'istruzione primaria. Rimane

prevalentemente una lingua della comunicazione orale, privo di una propria tradizione scritta, se si escludono

testi di carattere religioso.

I primi contatti significativi con gli europei si verificarono a metà del XIX secolo. Il nome del Bislama derivava dal

francese bêche-de-mer (cetriolo di mare). È utilizzato dalla maggioranza della popolazione di Vanuatu, sia come

prima lingua sia come lingua seconda. Insieme a inglese e francese è stato dichiarato lingua nazionale, con una

scelta politica dovuta alla necessità di un compromesso tra le due lingue europee (e coloniali), le uniche utilizzate

per scopi legislativi e amministrativi fino all'indipendenza conseguita nel 1980. Le principali caratteristiche lessicali

del Bislama attestano la sua dipendenza dalla lingua inglese, da cui ha attinto la maggior parte dei vocaboli che, in

alcuni casi sono arcaici o mostrano restrizioni o estensioni semantiche. Al lessico a base inglese si affiancano

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anche vocaboli di origine francese o derivati dalle lingue locali, soprattutto nel caso di significati legati alla cultura

nativa o alla flora e fauna tipiche.

Se le origini del lessico sono facilmente riconducibili principalmente a inglese e francese, la fonologia si distacca

da queste due lingue a motivo della forte influenza delle lingue locali. Non esistono in letteratura soddisfacenti

sull'intonazione del Bislama, ma viene segnalato che si tratta di una delle caratteristiche più evidenti fra quello

che lo distinguono da Tok Pisin e Pijin. La grafia è prevalentemente fonetica. A questo proposito va menzionato

che il Bislama è stato una lingua essenzialmente orale fino a circa 100 anni fa. La grammatica del Bislama, come in

tutti i pidgin e creoli, manca di un sistema flessivo, mentre è frequente la reduplicazione, utilizzata per assolvere a

varie funzioni.

Tok Pisin

Papua Nuova Guinea è una nazione indipendente (dal 1975) e, come membro del Commonwealth, riconosce il

monarca inglese come proprio sovrano. Occupa la metà occidentale dell'Isola di Nuova Guinea e si trova a nord

dell'Australia. Da un punto di vista linguistico è la nazione più complessa del mondo, con la presenza di oltre 800

lingue per una popolazione che, secondo il censimento del 2011, si aggiro intorno ai 7.200.000 abitanti. La

Costituzione riconosce l'inglese e il Tok Pisin; altra lingua nazionale utilizzata come lingua franca è l'Hiri Motu. Il

Tok Pisin, presente soprattutto nel nord del paese e nella capitale, conta circa 122.000 parlanti nativi, di cui circa

50.000 monolingue ma è utilizzato come lingua seconda da circa 4.000.000 abitanti ed è in pratica la lingua

dell'identità nazionale, pur essendo da molti considerata inferiore all'inglese. Quest'ultimo è usato per scopi

ufficiali, ma è in effetti il Tok Pisin a essere parlato maggiormente nei dibattiti parlamentari e a fungere da lingua

franca in una nazione dall'incredibile frammentazione linguistica. Nel campo dell'istruzione l'inglese è sempre

stato considerato la lingua veicolare per eccezione dell'istruzione pubblica. In anni recenti una riforma del sistema

scolastico ha reso possibile scegliere la lingua dell'inseguimento per i primi tra anni della scuola elementare e in

molti casi la scelta è caduta sul Tok Pisin.

Il dibattito sulla possibilità di definire il Tok Pisin un creolo è ancora in corso. Va detto che in anni recenti,

soprattutto nelle aree urbane, sempre più persone contraggono matrimonio al di fuori del loro gruppo linguistico

tradizionale e, avendo come lingua comune in famiglia il Tok Pisin, lo trasmettono come lingua nativi ai propri

figli. L'utilizzo diffuso del Tok Pisin nei documenti del governo e in testi a stampa ha favorito la fissazione della sua

grafia, che utilizza i caratteri latina ad eccezione di c, q, x, z.

Il lessico del Tok Pisin, prevalentemente a base inglese, contiene vocaboli derivati dalla lingua di Samoa, da altre

lingue locali, dal portoghese al tedesco, l'idioma dei proprietari di molte delle piantagioni in cui i nativi furono

impiegati. La grammatica del Tok Pisin è simile a quella del Balsama; manca di flessione e fa ampio uso della

reduplicazione.

Pijin

L'arcipelago delle isole Salomone si trova tra Papua Nuova Guinea e Vanuatu ed è composta da 922 isole, di cui

solo 347 realmente abitate. Nel 1866 venne diviso fra Gran Bretagna e Germania, ma dal 1890 la Gran Bretagna

ne ebbe il controllo completo. Dopo l'occupazione giapponese durante la II guerra mondiale ottenne

l'indipendenza nel 1978 ed entrò a far parte del Commonwealth. Il Pijin è la madrelingua di oltre il 5% della

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popolazione ed è ampiamente conosciuto e utilizzato come lingua franca in una situazione linguistica che vede la

presenza di oltre 74 lingue. Il suo sviluppo risale alla metà del XIX, coincidente con il periodo dell'impiego dei

nativi nelle piantivi nelle piantagioni di canna da zucchero australiane che dette luogo alla necessità di uno

strumento di comunicazione. La crescita di tale linguaggio di contatto sia nella diffusione sia del punto di vista

strutturale l'ha portata da semplice pidgin a creolo.

Come il Bislama, anche il Pijin è privo di una letteratura scritta, se si esclude una traduzione parziale della Bibbia.

Rimasto a lungo un pidgin, utilizzato principalmente fra comunità fra comunità di parlanti multilingue aventi

lingue madri diverse, con la progressiva urbanizzazione il Pijin si è sempre più creolizzato, dando luogo

all'incapacità di utilizzare le lingue madri dei loro familiari appartenenti alle generazioni più anziane e di acquisire

una crescente conoscenza della lingua inglese. Una caratteristica da tener presente è la quasi totale mancanza di

uno standard, che ha causato lo svilupparsi di una grande varietà di dialetti. All'interni di questa è comunque

possibile individuare due grandi gruppi: il Pijin parlato nelle campagne e quello utilizzato in ambito urbano, più

anglicizzato.

Creoli minori e pidgin: Broken, Pitcairn-Norfolk Pidgin, Ngatik men’s Language e Nauruan Pidgin English

Il cosiddetto Broken è il creolo parlato nelle isole dei Torrens Straits, possedimento australiano. Le oltre cento

isole (di cui 17 abitate) sono collocate in un tratto di Oceano situato tra Papua Nuova Guinea e la punta nord-

orientale dall'Australia. Si tratta delle lingua madre di circa 2.500-3.000 persone.

Le origini di questo creolo risalgono agli anni Quaranta del XIX secolo, quando gli europei scoprirono grandi

quantità di bêche-de-mer e di madreperla. Da questo contesto si sviluppò l'antenato dell'odierno idioma, che

completò la sua creolizzazione intorno al 1890, assumendo una struttura dal punto di vista lessico-grammaticale e

divenendo la lingua nativa delle nuove generazioni. Anche l'evangelizzazione contribuì al suo consolidamento. I

missionari cristiani, infatti, scelsero il Broken come lingua della loro opera ma rafforzarono l'idea che le lingue

indigene fossero simbolo di una passato ancora non civilizzato e andassero quindi abbandonate a favore di questo

creolo. Nel secondo dopoguerra, il Broken soffrì, come tutti gli altri pidgin e creoli dell'area del Pacifico, di scarsa

considerazione e venne erroneamente considerato una varietà linguistica inferiore.

Il pidgin Pitcairn-Norfolk è parlato oggi dai circa 50 abitanti dell'isola di Pitcairn, ultima colonia britannica nel sud

del Pacifico. I suoi abitanti sono i discendenti dei partecipanti al famoso ammutinamento del Bounty, il più

famoso ammutinamento della storia della Marina del Regno Unito (circa 20 uomini si ammutinarono e dopo aver

lasciato capitano e altri membri su una lancia fecero rotta su Tahiti). Abitata molto tardi rispetto alle isole

limitrofe, Pitcairn vide una stretta convivenza tra i marinai inglesi e i polinesiani che determinò la mescolanza

spontanea e naturale dei rispettivi idiomi. A metà del XIX secolo la popolazione, ormai troppo numerosa, venne

trasferita sull'isola di Norfolk, fino ad allora disabitata. Benché la popolazione conosca bene l'inglese, lingua

ufficiale della nazione, il pidgin Pitacairn-Norfolk è molto diffuso, anche se privo di parlanti madrelingua. Tale

idioma è una mescolanza di lessico inglese e polinesiano, in particolare tahitiano, e presenta una grammatica

molto semplice basata sull'inglese ma fortemente influenzata anche dalla lingue locali.

Il Ngatik Men's Language è parlato da Ngatik, isola principale di un atollo appartenente alla Micronesia e popolato

da circa 500 abitanti. Questo pidgin è comunemente utilizzato dalla popolazione maschile durante attività quali la

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
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