Università degli studi di Modena e Reggio Emilia
CHIMICA – VEICOLO
Corso di studio in Ingegneria del Veicolo
Riassunto da Christian Cobellini
Sommario
CAPITOLO 1: STRUTTURA DELL’ATOMO, PERIODICITÁ E LEGGI PONDERALI ............... 3
L’ATOMO ....................................................................................................................................................... 3
STUDI SPETTROSCOPICI ............................................................................................................................. 4
MODELLI DELL’ATOMO ................................................................................................................................. 6
CONFIGURAZIONE ELETTRONICA ................................................................................................................. 8
LA TAVOLA PERIODICA ............................................................................................................................... 10
LE LEGGI PONDERALI DELLA CHIMICA ........................................................................................................ 12
CAPITOLO 2: I LEGAMI CHIMICI ................................................................................ 14
IL LEGAME CHIMICO ................................................................................................................................... 14
LEGAME IONICO .......................................................................................................................................... 16
IL LEGAME COVALENTE ............................................................................................................................... 17
CHIMICA ORGANICA ................................................................................................................................ 22
LEGAME METALLICO ................................................................................................................................... 24
I SEMICONDUTTORI .................................................................................................................................... 26
I LEGAMI DEBOLI ......................................................................................................................................... 28
CAPITOLO 3: I GAS .................................................................................................... 30
I GAS IDEALI E REALI.................................................................................................................................... 30
Miscele reattive .......................................................................................................................................... 33
EQUILIBRIO IN FASE GASSOSA ................................................................................................................... 34
EQUILIBRIO TERMODINAMICO ................................................................................................................ 34
LEGGE D’AZIONE DI MASSA ..................................................................................................................... 35
IL QUOZIENTE DI REAZIONE ..................................................................................................................... 37
EQUILIBRIO ETEROGENEO IN FASE GASSOSA ............................................................................................ 39
CAPITOLO 4: I LIQUIDI .............................................................................................. 40
I LIQUIDI ...................................................................................................................................................... 40
LE SOLUZIONI .............................................................................................................................................. 44
PREPARAZIONE DELLE SOLUZIONI ............................................................................................................. 45
EQUILIBRIO DISSOCIAZIONE IN ACQUA ..................................................................................................... 46
EQUILIBRIO OMOGENEO IN FASE ACQUOSA, ACIDI E BASI ...................................................................... 48
EQUILIBRIO OMOGENEO IN FASE ACQUOSA ............................................................................................. 53
ACIDITÁ-BASICITÁ E STRUTTURE MOLECOLARI ......................................................................................... 55
EQUILIBRIO ETEROGENEO IN SOLUZIONE ACQUOSA ................................................................................ 57
CAPITOLO 5: TERMOCHIMICA .................................................................................. 59
1
PRIMO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA E ENTALPIA ......................................................................... 59
CINETICA CHIMICA ...................................................................................................................................... 60
ENTROPIA (funzione di stato) ..................................................................................................................... 63
ENERGIA LIBERA DI GIBBS (funzione di stato) ........................................................................................... 64
TERMOCHIMICA E LAVORO UTILE .............................................................................................................. 65
2
CAPITOLO 1: STRUTTURA DELL’ATOMO, PERIODICITÁ E LEGGI PONDERALI
L’ATOMO
Al giorno d’oggi è possibile raccogliere immagini di atomi con microscopi ad altissima risoluzione. Dalle
immagini si vede che le previsioni immaginarie dei chimici di atomi come sferette erano vere.
Le immagini che mostrano sferette molto ordinate mostrano la struttura tipica dei solidi cristallini. Dove non
sono ordinate (centro dell’immagine di sinistra) abbiamo solidi non cristallini o amorfi. Nell’immagine di
destra si nota un tipo di sferetta diverso dall’altro. Quando sono uguali appartengono allo stesso tipo di
atomo.
LE PARTICELLE SUBATOMICHE
Si riteneva che gli atomi fossero indivisibili, invece con degli esperimenti fatti tra l’inizio del 1800 e l’inizio
del 1900 si scoprì che sono composti da particelle subatomiche, chiamate anche particelle elementari. Il
protone ha carica positiva, ed è identica e di segno opposto a quella dell’elettrone, per questo a parità di
numero di questi due la materia è neutra. Il neutrone non porta carica, ma ha massa molto simile al protone
e maggiore, mentre la massa dell’elettrone è talmente piccola da poter essere considerata trascurabile.
Particella Massa (u.m.a) Carica elettrica (C)
+ −19
) 10
Protone ( 1.00728 +1.602∙ (+e)
Neutrone (n°) 1.00867 0
− −19
) 10
elettrone ( 0.00055 -1.602∙ (e)
In questi esperimenti che portarono alla scoperta delle particelle subatomiche, si evidenziò che un elemento
qualsiasi era comunque composto da queste particelle, solamente in numero diverso.
SCOPERTA DELL’ELETTRONE
Predisposero un tubo sottovuoto e due placche di metallo alle quali era applicata una differenza di
potenziale, un catodo e un anodo con un foro al centro. Qualunque fosse la natura del catodo, le particelle
che venivano emesse da catodo ad anodo erano le stesse, che poi venivano concentrate dal foro dell’anodo
ed evidenziate su di una superficie fluorescente posta all’altra estremità.
3
Per capire che erano le particelle erano le stesse provarono a deviare il fascio di raggi catodici con dei magneti
o con delle placche caricate elettricamente: la deflessione era sempre identica, indifferentemente dalla
natura del catodo. Scoprirono anche che avevano massa posizionando una piccolissima elica in lamine d’oro
sottilissime e osservando che veniva messa in movimento dalle particelle. Riuscirono poi con esperimenti
successivi a calcolare il rapporto tra carica e massa e successivamente a calcolare i due valori separatamente.
Questi tubi a raggi catodici sono gli stessi utilizzati nei televisori fino a pochi anni fa (l’esperimento risale al
1800). Le deviazioni dei raggi catodici iniziarono ad essere interessanti per proiettare delle immagini a partire
da segnali elettrici.
I PRIMI MODELLI ATOMICI
Sapendo che la materia era neutra e composta di particelle negative, vennero formulati i primi modelli
atomici.
Il modello Thomson vedeva le particelle negative immerse in una zona carica positivamente che però non
venne assolutamente definita. La massa era distribuita su tutto l’atomo.
Durante esperimenti successivi messi a punto in particolare da Rutherford venne evidenziata la natura della
massa positiva. Bombardò con radiazioni α, cioè particelle di elio, uno strato sottilissimo costituito da una
lamina di oro. Secondo Thomson queste particelle avrebbero dovuto più o meno deviare in base alla quantità
di elettroni che incontravano. Invece le evidenze sperimentali, in accordo con i modelli più moderni,
mostravano che non subivano quasi mai deviazioni, ma quelle che venivano deviate subivano deviazioni
molto importanti, questo significa che incontravano masse molto elevate.
Venne quindi adottato il modello di Rutherford che prevede la massa concentrata in un punto piccolissimo
(nucleo) all’interno di una zona vuota in cui ruotano gli elettroni in orbita circolare, senza mai cadere nel
nucleo. La massa è composta dalle particelle più pesanti, protoni e neutroni. Questo modello è detto anche
modello nucleare, cioè dove la massa si concentra nel centro detto nucleo e gli elettroni in periferia. Da
−
questi esperimenti di Rutherford vennero fuori due dati importanti: il diametro del nucleo m e il
−
diametro dell’atomo m.
Vennero fatte prove con fogli di magnesio, fogli d’oro, e si notò che la numerosità di particelle del nucleo e
di elettroni erano diverse. Si osservarono le masse e visto che la materia è neutra si attribuirono gli elettroni.
STUDI SPETTROSCOPICI
Il modello Rutherford presenta però delle limitazioni, cioè che se applichiamo la fisica classica vediamo una
carica negativa che ruota intorno a una carica positiva senza collassare in essa. Per questo il modello per
poter essere accettato necessitava di ulteriori indagini.
I fisici studiarono i segnali luminosi che provenivano dagli atomi di elementi puri. Veniva inserito un gas puro
in un tubo, veniva applicata una differenza di potenziale e veniva emessa una luce. Poi veniva cambiato il gas.
Oppure veniva fatto il test alla fiamma. Ogni elemento dava un segnale luminoso caratteristico.
Le tecniche vennero affinate. Nell’immagine
abbiamo una lampada ad elio che emette un segnale
luminoso che viene fatto passare attraverso un
prisma che separa le frequenze. Si ottennero spettri
sempre più dettagliati. Gli spettri sono queste
raccolte di bande luminose. Il caso appena descritto,
con un tubo a scarica di gas e otteniamo uno spettro
di emissione. Possiamo però anche osservare che 4
troveremo una assenza delle stesse bande luminose in uno spettro di assorbimento. Le frequenze vengono
assorbite dalla materia ad una luce bianca, in questo caso e vediamo i colori mancanti. Se la sostanza è la
medesima avremo un riscontro perfetto tra i due spettri. Questi studi sono detti studi spettroscopici, dei
segnali provenienti da atomi puri (quindi l’elemento va purificato).
I raggi luminosi portano dei fotoni di una certa energia e dagli studi compiuti da Plank si conosce la formula
= ℎ.
per ricavare l’energia del fotone nota la frequenza: Questa quantità è l’energia che viene emessa o
assorbita dagli atomi. Gli studi furono fatti prevalentemente in fase gassosa e gli atomi erano composti da
queste tre particelle, si iniziò a pensare a una relazione tra questa emissione di luce e l’energia degli elettroni.
Bohr e Sommerfeld proposero una correlazione tra l’energia delle linee spettrali e gli elettroni contenuti
negli atomi. Fu complicato perché l’energia veniva fuori per singole bande (quantizzazione dell’energia). Ci
fu una rivoluzione enorme perché si passò dalla fisica classica, che prevedeva delle grandezze energetiche
che si spostavano in un continuo, a quantità ben definite frapposte al niente.
Il postulato di Bohr dice che quando gli elettroni saltano da un’orbita all’altra a scendere emettono un fotone,
viceversa quando salgono assorbono energia e il tutto avviene con una quantizzazione.
Sia nel visibile che nel non visibile si trovò una correlazione tra lunghezza d’onda, numero d’onde (il suo
inverso) e numeri interi piccoli. Ci furono degli scienziati (Balmer, Rydberg) che accettarono la quantizzazione
e riuscirono a razionalizzarla e successivamente a riversarla nel modello di Bohr.
Gli elettroni che ruotano su un’orbita rimangono su un’energia costante finché non cambiano orbita,
emettendo o assorbendo una quantità di energia esattamente uguale alla differenza dei livelli (prende
energia da un fotone o emette un fotone).
NATURA CORPUSCOLARE/NATURA ONDULATORIA
Negli stessi anni (primi del 900) si compresero innanzitutto la natura corpuscolare della luce (la luce è
composta da corpuscoli chiamati fotoni), e si scoprì la natura ondulatoria della materia. Quest’ultima si scoprì
su un fascio accelerato di elettroni, che genera appunto fenomeni tipici delle onde, come ad esempio la
diffrazione. Quando nel 1923 De Broglie scoprì che a ogni particella in movimento c’era associata un’onda,
si iniziò a pensare di spiegare l’atomo inserendo questo concetto.
PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE DI HEISENBERG
Studiando queste particelle si scoprì che l’interazione tra particelle piccole portava a uno scambio di quantità
di moto, quindi erano urti anaelastici. Quindi quando si osserva da molto vicino l’urto di un fotone su un
elettrone della stessa energia, abbiamo il fotone che sposta l’elettrone. Quindi Heisenberg formulò il
principio di indeterminazione, secondo cui di una particella piccola, o si conosce l’energia o si conosce la
posizione, non entrambe. Il prodotto dell’errore sulle due è uguale a 2h, h costante di Plank.
Tra posizione ed energie i chimici scelsero di conoscere l’energia. Anche perché dagli spettri si leggeva
l’energia. 5
MODELLI DELL’ATOMO
Abbiamo quindi visto che c’è una correlazione tra gli spettri e le energie degli elettroni che si muovono sulle
orbite. Inoltre la successione delle linee spettrali, o emissioni di energia del fotone sono correlate da
1 1 1
= ( − )
equazioni semplici legate a numeri interi piccoli. con n1<n2 e R costante di Rydberg, colui
12 22
che ha razionalizzato la sequenza di queste bande, ovvero i segnali che provengono da atomi puri. Quando si
è voluto collegare con il postulato di Bohr i salti di energia dell’elettrone, si è notato che si conosce il salto
energetico, non l’energia dell’elettrone e si riconobbe che era un salto quantizzato.
1 1 −18
= ( − ), = −2.18 ∗ 10
L’equazione che lega le righe spettrali è J, questa è l’energia
ℎ ℎ
2 2
1 2
che viene emessa o assorbita dall’elettrone quando si sposta tra i livelli energetici. Si diede il valore di energia
a ogni orbita e questa è uguale a una frazione della costante di Rydberg proporzionale a un numero intero
piccolo. Si diedero i diversi valori partendo da n=1 a cui corrispondeva un numero negativo e si arrivava a un
valore di energia=0 per un numero n che tendeva a infinito, cioè all’infinitesima orbita l’energia dell’elettrone
diventava zero. Per spostarsi a orbite superiori prendevano energia dal fotone e scendevano rilasciando
energia in forma di fotone. Queste orbite non sono equidistanti ma vanno ravvicinandosi man mano che
l’energia cresce. A energia 0 significa che l’orbita è lontanissima e abbiamo livelli talmente ravvicinati di
energia che si raggiunge la fisica del continuo. La particella abbandona l’atomo e si muove in uno spazio in
cui ha un moto descritto dalla fisica classica.
EQUAZIONE DI SCHRODINGER
L’atomo dovette incorporare il concetto di natura ondulatoria e il principio di indeterminazione. A quel punto
l’atomo di Bohr divenne l’atomo di Schrodinger-Born che spiegava il movimento dell’elettrone con una nuova
funzione che descriveva il moto ondulatorio dell’elettrone intorno al nucleo. L’equazione di Schrodinger è
una funziona complessa che viene definita imponendo 3 parametri numerici più un quarto che non descrive
propriamente il moto dell’elettrone intorno al nucleo, ma il moto di rotazione su sé stesso, detto spin. Questa
funzione è detta anche funzione d’onda, visto che descrive un moto ondulatorio, può essere descritta in
coordinate polari o cartesiane. Descrive il moto dell’elettrone intorno al nucleo nello spazio tridimensionale
in funzione di 4 numeri quantici: n, l, m, s. questi sono numeri ben definiti, n prende il valore di un numero
intero piccolo, l prende tutti i valori da 0 a n-1, m tutti i valori da -l a l saltando di unità in unità, s ha valore 1
o -1 e descrive lo spin dell’elettrone.
Il numero di orbitali su un livello energetico è uguale a n^2. I numeri n sono gli stessi citati per l’atomo di
Bohr e individuano l’energia dell’elettrone in quella orbita.
Si parla ora di orbitali perché per il principio di indeterminazione abbiamo rinunciato a conoscere la posizione
dell’elettrone. Per n=1 abbiamo un solo tipo di orbitale, per n=2 abbiamo 4 tipi di orbitali descritti da insiemi
di numeri quantici, il secondario (l) e il magnetico (m).
6
ORBITALE DI TIPO s
Per ogni terna di numeri quantici la funzione d’onda prende una
forma differente. Le forme che si vedono in figura sono funzioni
numeriche che corrispondono al quadrato della funzione d’onda
).
(
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Chimica generale, Riassunto Guida
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Riassunto Chimica
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Riassunto chimica generale ed esercitazioni
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Chimica Generale - Quaderno Riassunto - Con esercizi