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Dipartimento di economia e impresa

Corso di laurea in economia

Report

“Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”

Anno accademico 2014-2015

Università degli Studi di Catania

Oscar Wilde

Indice

  • Introduzione
  • Capitolo I: I consumi
  • Capitolo II: Determinanti
  • Capitolo III: Analisi dei dati
  • Capitolo IV: Nota metodologica
  • Conclusioni
  • Bibliografia

Introduzione

"Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla". Questo veniva citato nel lontano 1891 da Oscar Wilde nel "Il ritratto di Dorian Gray" e risulta molto attuale ai giorni nostri, dove la parola d'ordine è comprare.

Oggigiorno, si tende a consumare sempre di più, e questo dipende anche dalla numerosità del nucleo familiare. In Italia si assiste ad una rapida e rilevante trasformazione dei comportamenti di spesa.

Le recenti tendenze del consumo alimentare sembrano confermare il raggiungimento della cosiddetta “fase di sazietà”, in cui i “bisogni di base” sono ormai mediamente soddisfatti, generando contestuali esigenze orientate alla differenziazione dei comportamenti determinati da un insieme di fattori socioeconomici-demografici-culturali che generano differenti stili di consumo. Mentre, per quanto riguarda i beni non alimentari, che comprendono la spesa sanitaria, il tabacco ed altri beni e servizi non destinati al consumo alimentare, si è notato il mancato raggiungimento della “fase di sazietà”, registrando un notevole incremento della spesa destinata a questi beni.

I consumi e quindi la spesa delle famiglie italiane saranno al centro della nostra analisi statistica, che prenderà in considerazione dati ISTAT relativi ad un arco temporale di 38 anni (1977-2014) dove è stata analizzata la spesa di 36.000 famiglie all'anno. I consumi familiari subiscono variazioni di anno in anno che dipendono dalle condizioni economiche degli individui e della società.

Le determinanti prese in considerazione nel nostro progetto sono quattro: il tasso di attività, l'occupazione, la disoccupazione, il tasso di inflazione. Tutte queste determinanti influenzano i consumi delle famiglie in termini di qualità e quantità.

Il presente lavoro è strutturato in 4 distinte parti. Nel primo capitolo abbiamo rivolto uno sguardo generale al significato del termine “consumo”, individuando gli elementi che lo costituiscono. Il secondo capitolo è dedicato invece allo sviluppo di ogni singola determinante che ci ha permesso di effettuare l’analisi analitica mediante l’uso di excel. Il terzo capitolo è dedicato alla spiegazione dei dati ottenuti mediante l’utilizzo di excel. In particolare, ci soffermeremo sugli indici complessi, sugli indici semplici, sulle serie storiche delle nostre determinati, sulla correlazione, sulla regressione, sul livellamento esponenziale e sulle previsioni delle tendenze per gli anni futuri. Il quarto capitolo illustrerà la nota metodologica realizzata dall’ Istituto nazionale di statistica.

Capitolo 1: I consumi

Il consumo è il processo mediante il quale individui, imprese o pubblica amministrazione utilizzano beni economici e servizi per appagare un bisogno o semplicemente per produrre o non produrre nuova ricchezza.

In economia, il consumo è una componente fondamentale della domanda finale che determina il prodotto interno lordo (PIL); essendo quindi una variabile macroeconomica di grande rilevanza, è in grado di determinare le tendenze di crescita, stagnazione o recessione all'interno del sistema economico. Questa variabile può essere analizzata sotto due aspetti: attraverso un'analisi disaggregata, nella quale viene considerato il comportamento del singolo consumatore e le sue scelte riguardo a diverse categorie di beni, tenendo conto dei prezzi e del proprio reddito (normalmente, nel caso di beni normali, la domanda di un bene diminuisce se il suo prezzo aumenta); oppure, attraverso un'analisi aggregata, che considera la spesa complessiva per consumi.

La funzione di consumo aggregato viene posta in evidenza da Keynes che mette in relazione consumo e reddito disponibile, separando il consumo "autonomo" da quello "indotto" da variazioni del reddito disponibile. Secondo Keynes, gli uomini sono disposti ad accrescere i loro consumi all'aumentare del reddito, ma non tanto quanto l'aumento del reddito stesso; infatti, la propensione al consumo decresce all'aumentare del reddito, mentre aumenta il risparmio.

Nella teoria keynesiana, emerge il concetto di propensione marginale al consumo (PMC) che rappresenta l'ammontare addizionale che un individuo spenderà se riceve 1 euro in più. Maggiore è la PMC e maggiore sarà l'effetto sui consumi in quanto, si innescherà un processo moltiplicatore grazie al quale aumenterà la domanda iniziale, il benessere e la produzione di beni e servizi. La funzione del consumo, nei modelli macroeconomici, viene espressa attraverso una funzione lineare del tipo: C = C0 + C1Yd, dove C0 esprime il consumo autonomo; C1 è la propensione marginale al consumo, un valore compreso tra 0 e 1, ed è proprio a tal proposito che Keynes osserva che al crescere del reddito di una unità, il consumo aumenta meno; ed infine Yd, indica il reddito in termini reali.

Per ogni individuo o famiglia, esiste un livello minimo di consumo insopprimibile, un consumo di sussistenza, al quale corrisponderà, nonostante un reddito nullo, sempre un valore dei consumi positivo che può essere finanziato con l'indebitamento o con il ricorso all'assistenza pubblica. Gli individui nelle loro scelte di consumo devono tener conto, oltre che alle loro preferenze, ad un vincolo di bilancio intertemporale.

La vita di un individuo è scandita in due periodi, uno lavorativo e uno di pensionamento; a questi corrispondono due periodi di consumo che devono tener conto ovviamente del reddito disponibile. Le preferenze degli individui vengono espresse attraverso curve d'indifferenza, che rappresentano combinazioni di consumi di due beni tra cui un individuo è indifferente e dalla loro pendenza, scaturisce il rapporto attraverso il quale un individuo esprime la preferenza di rinunciare alla quantità di un certo bene, nel primo periodo o nel secondo, a favore di un altro bene. Tenendo conto che gli individui vogliono massimizzare il proprio benessere, essi sceglieranno la combinazione di consumo che li collocherà sulla più alta curva di indifferenza dato il vincolo di bilancio intertemporale. I consumatori non desiderano consumi volatili, quindi sceglieranno livelli di consumo più o meno uguali in ciascun anno.

Numerosi economisti dopo Keynes hanno sviluppato la sua analisi sull'andamento dei consumi, formulando nuove teorie. Tra queste:

  • La teoria del reddito relativo di Duesenberry, secondo la quale i consumi di un soggetto non dipendono tanto dal livello del suo reddito, ma dalla sua posizione all'interno della società. Ciò significa che, un consumatore, si lascia influenzare dal comportamento dei soggetti appartenenti alla sua stessa classe di reddito.
  • La teoria del reddito permanente di Friedman. Essa si fonda sulla distinzione fra reddito transitorio e reddito permanente. Il primo è dato dalla ricchezza disponibile in un determinato periodo di tempo, mentre il secondo, è costituito dalla media dei redditi che l'individuo ha guadagnato in passato e di quelli che prevede di conseguire in futuro. Quindi, per Friedman, le variazioni dei consumi dipendono sia dal reddito transitorio che da quello permanente.
  • La teoria del ciclo della vita, espressa da Ando e Modigliani, secondo cui i soggetti economici pianificano i loro acquisti con riferimento all'arco di tempo della loro vita, tenendo conto delle risorse disponibili nel presente, e delle aspettative di reddito futuro.
  • La teoria della propensione al consumo di Kaldor, secondo la quale, le variazioni dei consumi dipendono in buona parte dalla distribuzione funzionale del reddito nazionale. Egli constatò che la propensione al consumo dei lavoratori è più elevata di quella dei percettori di profitti, gli imprenditori. Ne deriva che un incremento del consumo globale può essere ottenuto distribuendo ai lavoratori una maggiore quota di reddito, riducendo la quota destinata ai profitti.

Nelle economie sviluppate, i consumi che incidono maggiormente sulla domanda interna sono quelli delle famiglie. Le scelte e le quantità di consumo variano da famiglia in famiglia e sono influenzate dalle condizioni economiche, dalla quantità del reddito disponibile, dall'occupazione, dal numero di componenti della famiglia, dall'età e dallo stile di vita.

Le scelte di consumo degli italiani sono molto cambiate negli ultimi 40 anni. Oggi si registra una spesa inferiore per consumi alimentari e un incremento di spese per alberghi, ristoranti, medicine, assicurazioni e servizi finanziari. Dal 1970 al 2010 la spesa complessiva è più che raddoppiata e i consumi hanno avuto degli andamenti differenziati in base ai diversi settori: la quota dei consumi assorbita dalle spese obbligate (bollette, affitti, servizi bancari, assicurativi, carburanti) è quasi raddoppiata, passando dal 23,3% sul totale dei consumi a poco meno del 40%. Si è ridotta invece la quota di consumi liberi, cioè quella destinata a beni e servizi commercializzabili, dal 76,7% al 61,2%, con una forte contrazione delle spese alimentari, la cui quota si è più che dimezzata, dal 36,1% (1970) al 15,1% (2010). Le maggiori quote di spesa sono destinate all'abitazione (54,4%) e ad assicurazioni e trasporti (25%).

Gli over 65 che vivono da soli, destinano ai consumi di base (spese fisse e alimentari) oltre i 3/4 della spesa media mensile; mentre le coppie senza figli, spendono più di 1/3 per i servizi (viaggi, pasti fuori casa, benessere, spettacoli), contrariamente alle coppie con 3 o più figli che dedicano i 3/4 della spesa all'acquisto di beni alimentari.

Il 2013 ha visto scendere i consumi medi mensili del 2,5%, a causa della recessione, iniziata nel 2007 con la crisi finanziaria. Le famiglie spendono meno di 2000€ al mese, a causa dell’inflazione che nel 2013 era all’1,2%, provocando una riduzione del 4,3% rispetto al 2012, con una spesa pari a 1989€ al mese. Maggiormente colpite da questa situazione, sono le famiglie operaie e le coppie con due figli che riducono la quantità e la qualità del cibo acquistato (65%) pur non riducendo la spesa alimentare che è rimasta sostanzialmente stabile dal 2012 al 2013 (da 468€ a 461€), in quanto sempre più italiani rinunciano a beni non di prima necessità, riducendo le spese per abbigliamento e calzature (-8,9%), tempo libero e cultura (-5,6%) e comunicazione (-3,5%).

Nonostante gli italiani spendano meno di 2000€ al mese, vi sono delle eccezioni, infatti al primo posto tra le regioni con la spesa media mensile più elevata vi è il Trentino Alto Adige dove un abitante di Bolzano spende in media 2968 € al mese. Al Trentino segue la Lombardia con una spesa media mensile pari a 2774€ e infine, con una differenza di 1400€ rispetto alla prima regione, si colloca la Sicilia con una spesa media mensile pari a 1580€.

Capitolo 2: Le determinanti

Con il termine determinate, viene indicato un fattore attraverso il quale una variabile viene influenzata da fattori esterni subendo delle variazioni. La variabile da noi presa in considerazione è la spesa per consumi familiari, influenzati da: tasso di inflazione, tasso di attività, occupazione e disoccupazione.

L'inflazione

L'inflazione è l'aumento continuo e generalizzato del livello dei prezzi, a cui fa seguito una conseguente diminuzione del valore della moneta (data la relazione: potere di acquisto = 1/P). Se l'aumento dei prezzi supera il 50% mensile si parla di iperinflazione. L'inflazione può essere considerata, cioè prevista, che comporta l'adattamento dei tassi d'interesse all'aumento generale dei prezzi con effetti negativi contenuti; non generalizzata, quando non si conosce la variazione del livello dei prezzi. Gli effetti dell'inflazione si ripercuotono su tutti gli altri paesi e dato che con l'inflazione i prezzi dei beni aumentano, i beni domestici perderanno quota diventando meno competitivi.

Con l'introduzione della moneta unica, l'inflazione dell'euro non costituisce un problema nazionale, ma bensì europeo. È evidente che un deprezzamento dell'euro avrebbe ripercussioni anche sulle economie degli altri paesi della comunità europea, quindi, il Trattato di Maastricht sottrae le funzioni di emissione alle banche centrali dei singoli paesi, affidandole alla Banca Centrale Europea, che governa la politica monetaria. Sempre per questa ragione, l'accesso alla moneta unica, è subordinato al possesso di rigorosi requisiti monetari e finanziari da parte dei paesi aspiranti ad entrare nell'unione monetaria.

L'inflazione può essere misurata attraverso degli strumenti, indici, che si calcolano attraverso medie aritmetiche ponderate e fanno riferimento a un determinato anno base:

  • L'indice dei prezzi all'ingrosso, si riferisce a quelli pagati nelle operazioni commerciali tra imprese. Dal momento che vengono negoziate anche merci provenienti da paesi stranieri, tale indice può essere utile per stabilire la posizione dello Stato nazionale nei rapporti commerciali con l'estero.
  • L'indice dei prezzi al consumo, fa riferimento ai corrispettivi pagati dalle famiglie alle imprese. Questo è lo strumento più frequentemente utilizzato per misurare l'intensità dell'inflazione.
  • L'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, detto anche indice del costo della vita, che riguarda i prezzi di un paniere di beni di consumo corrente da parte di famiglie di operai e impiegati.

Le cause dell'inflazione sono molteplici; secondo la teoria quantitativa della moneta, l'inflazione è dovuta all'eccesso della quantità di moneta in circolazione che eccede gli scambi; la teoria monetarista invece, sostiene che l'inflazione sia il frutto di un eccesso di offerta di moneta, che è considerata un bene come tutti gli altri. L'eccesso di offerta monetaria genererà un eccesso di domanda sul mercato degli altri beni con conseguente aumento dei prezzi. Keynes sostiene che l'incremento dei prezzi sia dovuto a un eccesso della domanda aggregata sull'offerta globale; quando tutti i fattori produttivi sono interamente utilizzati, le imprese, non potendo incrementare la produzione (offerta globale), aumentano i prezzi.

Alcuni economisti anglosassoni tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta del XX secolo formularono una teoria che, basandosi su rilevazioni statistiche riferite all’economia della Gran Bretagna nel periodo 1861-1957, evidenziava le relazioni tra inflazione e disoccupazione. Questa teoria, è comunemente conosciuta con il nome di "curva di Phillips”; fu l’economista A.W. Phillips, infatti, che nel 1958 pubblicò i risultati delle laboriose ricerche compiute su tale argomento. Questa tesi sostiene che, nel lungo periodo, il livello dei salari monetari decresce all'aumentare del tasso di disoccupazione. Vi sarebbe quindi una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. La spiegazione di questo fenomeno si fonda su due considerazioni:

  • Se aumenta la disoccupazione, ciò significa che diminuisce la domanda di lavoro rispetto alla sua offerta. Ne deriva una contrazione dei salari e quindi dei prezzi, che subiscono l'influenza della diminuzione del costo del lavoro. In altri termini, la disoccupazione consentirebbe una diminuzione delle spese di manodopera con un conseguente abbassamento del tasso di inflazione da costi.
  • Si potrebbe obiettare che sindacati, servendosi della contrattazione collettiva, non accetterebbero livelli salariali al di sotto di un certo limite. Ma è proprio questo il punto. Le esperienza insegna che quando aumenta il numero dei disoccupati (così almeno sosteneva Philips) il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali si affievolisce. Il tasso di crescita salariale viene dunque frenato. Esiste pertanto un dato livello di disoccupazione in corrispondenza del quale gli aumenti salariali si annullano e i prezzi risultano stabili.

L’esistenza di una relazione inversa tra il tasso di disoccupazione e quello di crescita dei salari lascia intendere la possibilità di scegliere, la parte delle autorità incaricate della politica economica, tra: una limitata disoccupazione (ma accompagnata da tensioni inflazionistiche, generate da aumenti salariali) e una relativa stabilità monetaria (ma associata ad un’elevata disoccupazione).

La tesi di Philips conferma la fiduciosa convinzione degli economisti filo-keynesiani degli Sessanta, secondo la quale:

  • È sempre possibile espandere la domanda globale, l’occupazione e il reddito, pagando il prezzo di una moderata inflazione.
  • È altrettanto possibile controllare il tasso attraverso limitati aggiustamenti in diminuzione della domanda, pur pagando il prezzo di una disoccupazione nei limiti della tollerabilità sociale.

La grande inflazione degli anni Settanta ha drasticamente ridimensionato l’ottimismo...

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Scienze economiche e statistiche SECS-S/03 Statistica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gioiloveshopping di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Statistica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Torrisi Benedetto.
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