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Riassunti di religione e filosofia dell’Asia orientale

Verso una teoria transculturale dei mostri e della mostruosità

Nel Giappone contemporaneo negli ultimi decenni si è verificato un grande aumento della divulgazione e della creazione dei mostri. Tale aumento attraversa ambiti più disparati: dai più informali e popolari a quelli più accademici e istituzionalizzati, fino ad attraversare i confini nazionali. Si assiste ad una proliferazione di nuovi mostri descritti nei manga, anime, videogiochi, nel cinema, nella letteratura; ma anche ai remake dei mostri ormai “classici” come il mostro radioattivo Godzilla e la sua progenie di kaijù (bestie gigantesche). Queste icone, proprio per il loro successo globalizzato, sono mobilitate dal programma governativo del Cool Japan che si occupa della promozione dell’industria culturale e dei suoi prodotti popolari.

Inoltre il repertorio dei mostri autoctoni premoderni o tradizionali è sottoposto a un revival senza precedenti: feste religiose dedicate al tengu (mostro demone della montagna) o al kappa (mostro folletto dell’acqua) per rianimare località rurali o montagne in declino; e in generale un mercato editoriale di fiction che raccontano e spiegano fenomeni occulti ed esoterici. Tutti questi elementi sottolineano un’attrazione collettiva per un mondo “altro”, “misterioso”.

Bisogna inoltre sottolineare che la passione crescente per i mostri e le creature fantastiche è un fenomeno globale che accomuna tutti i Paesi più industrializzati o tardo-capitalistici: la saga di Harry Potter, Il Signore degli anelli, i remake hollywoodiani delle favole europee, il successo di zombie, vampiri, lupi mannari... ne sono la conferma. Tuttavia l’attenzione che lo Stato giapponese dedica alla promozione dei nuovi prodotti mostruosi della propria industria culturale, conferisce a tali una legittimazione nazional-popolare che ha forse pochi analoghi in tutto il mondo. Progetti di documentazione, catalogazione e di ricerca sono finanziati dallo Stato e coordinati da studiosi di antropologia e di storia.

Interrogativi sui mostri giapponesi

Tutte queste questioni fanno nascere degli interrogativi di fondo: quali sono i motivi di tale ricchezza nel passato e nel presente? Perché tanta attenzione, anche istituzionale, rivolta ai mostri, che dal punto di vista accademico non sono di sicuro fra gli oggetti di studio più rispettati? E soprattutto, perché piacciono così tanto anche all’estero? Per rispondere ad alcuni di questi interrogativi è importante sottolineare che esiste già un corpus consistente di studi culturali sui mostri e sulla mostruosità.

In Giappone tali studi si devono al filosofo buddhista Inoue Enryo (1858-1919) che inaugurò già a fine Ottocento lo YOKAIGAKU (lo studio accademico dei mostri autoctoni); mentre gli studi definitivi e duraturi sono riconducibili a Yanagita Kunio (1875-1962) riconosciuto come il padre di MINZOKUGAKU (studi folclorici o etnologici giapponesi).

Studi transculturali sui mostri

In ambito anglofono gli studi e le teorie più recenti sui mostri vennero fatte ed esposte da Jeffrey Cohen nell’opera “Monster studies: reading culture” (1996). Lo scopo di fondo dell’autore è quello di aprire la strada a una teoria transculturale dei mostri, di oltrepassare i limiti disciplinari che fin ora tenuto separato lo studio dei mostri giapponesi da quelli non-giapponesi. Egli si serve di ambiti interdisciplinari quali la letteratura, le arti visive, il teatro, la filosofia, la psicoanalisi, la teoria critica.

In Italiano, in mancanza di un ambito unificato, si ricorre al termine “teratologia culturale” per distinguerlo dalla “teratologia scientifica” che si occupa delle anomalie e malformazioni genetiche, o da quella teoria pseudoscientifica della “cripto zoologia” tesa a dimostrare l’esistenza di creature non riconosciute dalla scienza ufficiale.

L'importanza dei mostri nelle culture

In Giappone, in Europa e in ogni angolo della Terra, sono sempre esistite delle creature ambigue, più o meno immaginarie e terrificanti capaci di suscitare al contempo orrore e meraviglia, ribrezzo e attrazione, paura e desiderio (sublime). I mostri hanno occupato un ruolo fondamentale nelle mitologie, nelle leggende e nelle credenze popolari, ma anche nella riflessione di filosofi, scrittori e intellettuali in generale.

Alla domanda “esistono i mostri”? Cohen risponde: “sicuramente devono esistere, altrimenti come faremmo ad esistere noi?” In altre parole, qualsiasi ordine culturale, compreso quello scientifico, ha partorito i suoi mostri. Non si tratta tuttavia di semplici deviazioni unilaterali della realtà ma soprattutto di esseri liminali (esseri che vivono sulla soglia della coscienza e della percezione) che vivono negli spazi indefiniti tra categorie tassonomiche differenti.

I mostri sono creature ibride che prosperano fra dimensioni distinte mentre è proprio la separazione controllata di categorie, persone e mondi a essere fondamentale per tenere unito un dato ordine sociale (es dimensione umana separata da quella animale, vegetale, divina; il mondo dei vivi da quello dei morti; il maschile dal femminile…). Ed è propria la liminalità dei mostri che rende difficile la loro definizione univoca, sistematica e universale.

Definizioni di "mostri" nel tempo e nello spazio

Esistono definizioni pressoché infinite di “mostri” che cambiano con i luoghi, i tempi, e soprattutto con i sistemi culturali: “i mostri sono definiti in relazione con i gruppi di persone e in base alle loro idee di cosa sia buono, accettabile, normale o naturale” (Atherton 1998). Tuttavia è impossibile pensare ad una scienza dei mostri quando l’oggetto di studio in sé è di così difficile definizione.

Buona parte degli studi sui mostri si concentra soprattutto nel documentare, descrivere e interpretare singole versioni di mostri in uno specifico contesto spaziotemporale facendo anche riferimento alle versioni canoniche descritte nella letteratura, nella mitologia, nella religione. L’aspetto che tende a unire studiosi contemporanei su un argomento di così difficile trattazione non è tanto cercare di dare una definizione condivisa quanto la cercare di definirlo sistematicamente o evitare di definirla in toto.

Questo non implica che non ci siano dei significati convenzionalmente condivisibili, a cominciare da quello più immediato: i termini stessi in uso. Sia il termine italiano “mostro” che l’inglese “monster” derivano etimologicamente dal latino “monstrum” (segno divino, fenomeno contro natura) e dal verbo “monere” (avvisare, ammonire) per indicare qualcosa di straordinario, al contempo meraviglioso e orribile, che si manifesta per ammonire o ostruire gli umani sulla volontà degli dèi.

Lo studio dei mostri in Giappone

In Giappone invece il termine “yokai” (mostro) è di uso comune più recente (periodo Meiji 1868-1912) e di connotazione meno peggiorativa. Si tratta di un termine convenzionalmente usato per indicare fenomeni o esseri misteriosi, inspiegabili e straordinari, in particolar modo in riferimento agli autoctoni premoderni. Nonostante l’origine recente il termine è un classico della storiografia cinese (I secolo d.C.) e giapponese (797 d.C.). I due kanji (sillabe) che compongono il termine yokai rimandano entrambi all’idea di qualcosa di misterioso, strano o bizzarro. Yokai sono mostri, folletti, spiritelli a metà strada fra divinità e demoni, fra umani e animali, fra gli esseri viventi e gli oggetti. Tra quelli più noti vi sono “l’oni” (l’orco), “tengu” (il mostro demone della montagna), il “kappa” (folletto dell’acqua).

Vi sono diversi termini, tra antichi e moderni utilizzati come sinonimi del termine “yokai” tra cui “bakemono” (cose che si trasformano), “henge” (cambiamento o metamorfosi – in relazioni con esseri zoomorfi come kitsune (volpe), nekomata (gatto) in grado di assumere sembianze umane), “mononoke” che rimanda all’idea di spiriti o anime in grado di possedere gli umani con esiti incontrollati, il “monsuta” che fa riferimento soprattutto ai mostri moderni come il Godzilla o anche a quelli di provenienza straniera.

Caratteristiche uniche dei mostri giapponesi

C’è quindi qualcosa di distintivo dei mostri giapponesi rispetto ai loro analoghi in tutto il mondo? Uno sguardo attento permette di confermare la loro non autenticità autoctona. Tutto ciò che poteva essere documentato (la religione, la letteratura, l’architettura, l’agricoltura…) nelle fonti scritte più antiche e classiche venne influenzato dalla civiltà cinese per dare avvio alla cultura giapponese (almeno fino agli albori della sua modernizzazione ossia fino alla metà del periodo Tokugawa (1603- on poté fare a meno dell’influenza cinese e coreana).

Lo studio moderno dei mostri autoctoni nasce con Inoue Enryo (1858-1919) che conio il termine yokaigaku. Egli cercava fervidamente di migliorare le sorti del Paese ed è per questa ragione che si indirizzò allo sterminio in termini psicologici delle credenze sull’esistenza reale o empirica dei mostri, ancora così diffusi a fine Ottocento tra i suoi connazionali. I mostri sono considerati da Inoue delle superstizioni causati dal terrore o dall’incomprensione di fenomeni misteriosi di origine naturale o umana, essi devono essere attentamente distinti dai veri misteri trascendentali che guidano le religioni mondiali. I mostri sono quindi prodotto dell’ignoranza o della facile suggestionabilità della gente comune o dei bambini, diventando quindi un ostacolo da superare per la formazione di uno stato-nazione rispettabile agli occhi della comunità internazionale.

La valutazione più influente dei mostri autoctoni avvenne nei decenni successivi grazie agli studiosi Ema Tsutomu e Yanagita Kunio considerati i padri fondatori rispettivamente della storia dei costumi sociali e degli studi folclorici giapponesi. Ema con la storia dei mostri mutaforma del 1923 è stato fondamentale nell’introdurre una prospettiva storica nello studio dei mostri, enfatizzando di volta in volta la continuità e la discontinuità delle singole versioni. Yonagita invece con la storia di Tono del 1910 è stato l’autore di un imponente raccolta desunta dalle credenze popolari orali delle zone rurali ormai in fase di estinzione a causa della modernizzazione.

Inoue, Ema e Yonagita condividono la convinzione che i mostri abbiano una natura costruita come prodotto psicologico, storico e culturale, ma divergono nel modo di intendere il rapporto fra modernità, identità nazionale e religione. Per Inoue i mostri sono il segno dell’arretratezza della gente comune, sono considerati quindi dei nemici della nazione in quanto contrari alla scia dell’Illuminismo diffusa alla fine degli anni Ottocento negli Stati-nazione euro americani. Egli ritiene fondamentale l’affermazione di una religione moderna – nel suo caso il buddhismo riformato – legittimabile anche dal punto di vista scientifico.

Per Ema, e soprattutto per Yanagita, che operano nella prima metà dell’Novecento e quindi nella piena industrializzazione, i mostri diventano preziose testimonianze delle credenze popolari della gente comune.

Nell’immediato periodo postbellico si assiste a un relativo declino dello yokaigaku come disciplina accademica, soprattutto nei decenni in cui il Paese incanala tutte le sue risorse verso la modernizzazione e l’industrializzazione.

La rinascita dello yokaigaku negli anni Novanta del XX secolo si deve soprattutto all’antropologo Komatsu Kazuhiko (1947). Nonostante egli continui ad evocare gli yokai come “anima”, ha contribuito in modo decisivo a far spostare l’attenzione dalla visione dei mostri autoctoni come specchio dello spirito giapponese ad una prospettiva più storico culturale. Komatsu suggerisce di concentrarsi sul vasto repertorio di espressioni e pratiche culturali relativo agli yokai che si è sviluppato in luoghi diversi lungo tutto l’arcipelago nipponico, in epoche diverse, e soprattutto attraverso un intreccio trasversale di forme materiali e immateriali: dalla letteratura scritta a quella orale, dai valori, le idee e le ideologie alle decorazioni e ai giochi.

Rappresentazione dei mostri nella storia culturale giapponese

Gli yokai come sono stati rappresentati nella storia culturale giapponese? Per rispondere Komatsu stabilisce una distinzione analitica fondamentale in tre parti: 1) yokai come “fenomeno”; 2) yokai come “entità”; 3) yokai come “figurazione”.

  1. Lo yokai come “fenomeno” rimanda in generale a quegli eventi misteriosi, senza apparente spiegazione, e incontrollabili dall’azione umana, che hanno stimolato l’immaginazione delle persone che vi hanno assistito o ne hanno sentito parlare. Tali eventi misteriosi, proprio per il loro carattere inspiegabile e imprevedibile possono rimanere inizialmente amorfe (senza caratteristiche ben definite) e senza un nome. In seguito, attraverso la diffusione scritta e orale tra diverse persone e luoghi differenti, si inizia a dare un nome generico al fenomeno per poi interrogarsi sulle sue cause (n’è un esempio “La raccolta di storie di un tempo che fu” XII secolo d.C.).
  2. Lo yokai come “entità” scaturisce invece in un momento successivo quando si focalizza l’immagine sulle possibili cause di questo fenomeno misterioso e amorfo, attribuendo al fenomeno connotazioni soprannaturali. Komatsu si concentra sulle credenze di tipo animistico che considerano gli esseri umani e non dimora di entità spirituali (reikon) che potevano avere un’azione sia positiva sia negativa nei confronti degli umani per cui venivano temuti e amati allo stesso tempo, riveriti con riti e cerimonie diventando con il passare del tempo delle “divinità”. Le entità yokai invece sono quelle entità spirituali non venerate, incontrollabili, spesso sgradite, che hanno il potere di mutare forma e impossessarsi degli esseri viventi e non.
  3. Lo yokai come “figurazione” nasce dalla diffusione di storie prima orali, poi trascritte e infine accompagnate dalle illustrazioni. Una svolta importante si ha con la diffusione degli EMAKIMONO (rotoli narrativi e illustrati) che non sono considerati oggetti di culto e non hanno una funzione apotropaica (che serve ad allontanare o ad annullare un influsso magico maligno) ma sono commissionati per documentare, raccontare e illustrare avvenimenti importanti diventando apprezzamento estetico e narrativo. Gli yokai quindi subiscono un cambiamento drastico passando da fenomeni ed esseri incontrollabili, temuti, paurosi a fonte di intrattenimento, piacere e divertimento.

Evoluzione della rappresentazione dei mostri

La svolta decisiva avviene durante il periodo Tokugawa (1603-1867) quando, grazie all’affermazione di una cultura e società urbana nelle grandi città di Edo, Osaka e Kyoto, si assiste ad una proliferazione creativa di nuove forme: TSUKUMOGAMI: mostro-artefatto. Si riteneva che qualsiasi entità particolarmente anziana o longeva possa diventare il ricettacolo di uno spirito. In questo caso gli oggetti quotidiani subiscono una metamorfosi fino ad assumere sembianze antropomorfe, zoomorfe o demoniache. Gli tsukumogami possono radunarsi di notte in un piccolo esercito di cento mostri e dare luogo ad una parata che attraversa le strade delle città terrorizzando i residenti. Queste credenze sono documentate in alcuni aneddoti illustrati come la “parata notturna dei cento mostri”.

Il nuovo modo grottesco, tra pauroso e ludico, di rappresentare i mostri secondo l’antropologo nipponista Michael Dylan hanno accompagnato lo sviluppo della storia naturale e degli studi farmacologici nel XVII secolo. Si assiste infatti alla diffusione di imponenti enciclopedie illustrate sul modelli appena citati come: “raccolta di illustrazioni per istruire i non-illuminati” del 1666; e la “raccolta sino-numerose schede illustrate sugli Yokai.

L’affermazione di un modo enciclopedico ha contribuito a isolare i singoli mostri, essi diventano delle unità a sé stanti che possono essere ricombinati diversamente rispetto al loro originario contesto, discorso o nazione.

Tra gli esempi più noti vi sono le opere illustrate (illustrazioni della parata notturna dei cento mostri) dell’artista Toriyama Sekien. La serie raccoglie nel complesso più di 200 mostri, alcuni classici altri rielaborati in modo personale, altri ancora inventati, ciascuno illustrato in modo dettagliato e raffigurato a pagina intera, accompagnato dal nome e/o dalla descrizione. La ricombinazione dei singoli mostri in termini ludico-ricreativi ha ispirato la nascita dei due giochi di società più in voga nell’epoca premoderna: “cento storie” e un gioco di carte.

Un ruolo fondamentale nel processo di figurazione degli yokai nel periodo Tokugawa viene attribuito allo sviluppo della stampa a matrice di legno che rese possibile la loro diffusione fra diversi ceti sociali in lingua giapponese e a basso costo fino a costruire un corpus di cultura yokai su scala “nazionale”.

Yokai e identità culturale

Se si intende la seconda metà del periodo Tokugawa come proto-industriale (organizzazione dei processi produttivi che ha preceduto e introdotto l’industrializzazione) allora si potrebbe considerare (Foster 2009) gli yokai come parte integrante della formazione di un senso di identità nazionale. Foster suggerisce che la cultura yokai sia da considerare non solo parte formativa di un’identità collettiva in senso sincronico-orizzontale (avviene nello stesso tempo) che unisce classi sociali diverse e regioni lontane, ma anche in senso diacronico-verticale (che si estende nel tempo).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/20 Archeologia, storia dell'arte e filosofie dell'asia orientale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ruslanadovganyuk95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Religione e Filosofia dell'Asia Orientale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Cestari Matteo.
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