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Il nostro campo di lavoro

Etica e tecnica

Il campo di lavoro dell’architetto oscilla tra due estremi: essere considerato spazio di lavoro tecnico-esecutivo o estetico-decorativo su oggetti edilizi oppure comprendere e regolare a vari livelli di definizione tutto ciò che occupa spazio e definisce ogni ambiente fisico.

Secondo Leon Battista Alberti, "Architetto è colui il quale saprà per mezzo di certe ragioni e regole con la mente e con l’animo divisare e con l’opera recar a fine tutte quelle cose le quali si possono accomodare all’uso degli uomini; per fare ciò egli deve avere cognizione di cose ottime ed eccellentissime e che le possegga fondatamente".

I campi d’azione dell’architetto sono definiti da molte condizioni storiche e sociali; un tempo erano scalpellini, scultori e decoratori mentre oggi si occupano anche di grafica, di paesaggio, di manufatti, etc. Questa pratica si è organizzata secondo le regole delle professioni mettendo il lavoro a disposizione della risoluzione dei problemi di propria competenza, eseguendo l’opera nell’interesse del proprio cliente e per realizzare la quale occorre una conoscenza morfologica e tecnica ma anche economica e persino giuridica e amministrativa.

Occorre precisare che l’architetto è al servizio dell’opera ancora prima che del cliente e ne deve rendere conto portandolo molto spesso ad essere arbitro nei confronti degli esecutori. Talvolta questo porta a contrastare anche con il cliente e se non si risolve determina la remissione del mandato.

Invece, per quanto riguarda le tecniche di costruzione, il costruire è il fondamento stesso dell’architettura ma la questione del luogo sul quale deve realizzarsi il progetto non è tecnica ma metodologica ed ideale. Le tecniche che attengono alle costruzioni sono un insieme di tecniche a diversi livelli di avanzamento a cui si deve dare forma organizzata e significativa.

Contrariamente alla tradizione volgare che vede nel moderno il risultato di un’involuzione, Gregotti ritiene invece che bisognerebbe guardare ai vantaggi e alle contraddizioni che il loro sviluppo induce senza identificare subito le tecniche con l’idea del progresso. Il progresso tecnico deve rappresentare la base non l’obiettivo. L’architettura non rappresenta oggi come per le cattedrali gotiche nel XIV secolo un miracolo tecnico.

Gli architetti quando vogliono avvicinarsi ad un oggetto di tecnologia avanzata lo fanno di solito simbolicamente che per effettive prestazioni però questo non vuol dire che non debbano preoccuparsi di costruire un oggetto tecnicamente efficiente ed economico in rapporto alle intenzioni e ai significati. La questione dell’economia non riguarda solo la quantità di denaro impiegata ma si rivolge agli strumenti espressivi adoperati che devono essere spesi nel modo più economico possibile rispetto al risultato voluto cioè devono essere nella giusta misura.

Specialismi e complessità

Nei nostri tempi ciò che è andato perduto per la complessità dei processi è quella continuità di intenti che legava l’architetto ed esecutore nei secoli passati e questo ha anche comportato la questione dei mezzi che si presentano come diverse opportunità più che strumenti necessari.

Il processo di specializzazione e scientifizzazione dei vari aspetti della costruzione ha aumentato la dialettica tra le componenti che intervengono con diversi punti di vista nel processo di costruzione limitando una parte del campo di lavoro dell’architetto però rendendo più sicuro il suo cammino.

Anche nel caso dei prodotti industriali semilavorati cioè dotati di una propria forma e tecnicità che l’architetto deve conoscere, criticare ed organizzare essendo componenti della costruzione, si può fare la stessa riflessione. Ne discende un problema al tempo stesso di limiti delle diverse competenze e insieme la necessità di uno spazio comune di intesa o almeno di un linguaggio tecnico comprensibile ma anche durante la collaborazione un problema di prevalenza delle ragioni diverse che provengono dalle varie discipline che intervengono nella costruzione.

L’importanza dei campi d’azione tecnica ed economica degli specialisti in strutture aumenta di solito con la complessità e la rilevanza funzionale dell’opera ma anche per ciò che appare come una pura opera tecnica (ponte, strada, diga etc.) la responsabilità dell’architetto non cessa di esistere né rimane confinata nell’area della decorazione. Il compito dell’architetto è mantenere il controllo complessivo dell’opera attraverso l’acquisizione di conoscenze di principio nei diversi campi che gli permettono di discutere con i diversi specialisti e lavorare con essi al progetto stabilendo insieme sin dall’inizio una base culturale e di obiettivi.

Oggi si sono sviluppate organizzazioni che integrano le varie specializzazioni professionali per fornire al cliente pubblico o privato tutti i servizi necessari. Tali organizzazioni cercano di armonizzare le ragioni di progettazione, di realizzazione e di gestione evitando che il vasto interesse economico delle seconde prevalga sulle prime rendendole dipendenti.

Dal problema alla forma

Tutte le professioni dovrebbero partire da un centro comune che consiste nella questione di come produrre una forma dotata di significato oppure come dar forma visibile e significativa alla risoluzione di un problema, come passare dalle questioni al loro modo di essere architettonico. Questo non vuol dire che l’architetto è uno "specialista della forma" ma certamente deve esercitarsi nel dare ai problemi una forma ed è un’operazione che significa qualcosa di più che estetizzare o decorare un prodotto.

Non è solo questione di gusto cioè capacità di cogliere la bellezza così come concepita dal presente ma frutto di una scelta arbitraria e soggetta al senso comune per essere attendibile. Sono necessari invece un giudizio che provenga da una competenza o da un esercizio specifico e da un interesse profondo e fondato sulle cose dell’arte. La forma architettonica comunica valori, si esprime attraverso simboli e allegorie, memorie personali o collettive, etc. Ma soprattutto essa discute del proprio costituirsi, del processo attraverso il quale funzioni pratiche, costruzione, modo di insediarsi si sono organizzate in una forma coerente ed organica.

È questo carattere speciale che ha fatto definire da molti l’architettura un’arte applicata e che fa credere a molti nella separazione tra attività pratiche e attività dell’arte. Secondo Gregotti per architettura s’intende pratica artistica cioè di un’attività creativa che fonda la propria necessità sull’unione dell’attività teoretica, estetica e di quella tecnica. Oggi assume rilevanza l’opinione pubblica anche nelle operazioni private. Ci sono opinioni discordanti:

  • C’è chi la considera il vero autore del progetto a cui l’architetto dovrebbe fornire il vero supporto tecnico-professionale. Secondo Gregotti questa opinione deresponsabilizza all’architetto che dovrebbe fornire proprio quelle soluzioni che l’opinione pubblica non è in grado di immaginare poiché è conformata ai comportamenti dettati dalle comunicazioni di massa e da giudizi esterni ad essa.
  • C’è invece chi ritiene che si sia fatta sospettosa a causa dei cattivi architetti nei confronti di ogni progetto e gli amministratori pubblici hanno interesse a mantenerla dalla parte del consenso. Invece l’architetto dovrebbe essere dalla parte del dissenso cioè in un’attitudine critica in funzione dell’interesse reale di cui spesso l’opinione pubblica non prende coscienza.

Autonomia ed eteronomia

Il filosofo Theodor Wiesengrund Adorno parlando del funzionalismo disse: "Un’architettura degna dell’uomo ha degli uomini e della società un’opinione migliore di quella corrispondente allo stato reale. Non tutta la ragione è dalla parte dell’architettura né tutto il torto da quella degli uomini che subiscono il torto di venir mantenuti in uno stato di minorità e non hanno la possibilità di identificarsi con il loro stesso interesse. Proprio perché l’architettura oltre che autonoma è anche legata a uno scopo, non può negare gli uomini come sono; anche se in quanto autonoma deve farlo".

Il territorio dell’architetto è dominato anche da questa contraddizione: in quanto prodotto creativo l’architettura deve rispondere solo alle leggi costitutive dell’opera ma essa si forma come risposta ai bisogni e agli interessi degli uomini anche a quegli interessi di cui essi non hanno piena coscienza. Ne porta il peso, ma quest’ultimo è materia costitutiva dell’architettura. Questo problema che attiene all’autonomia e all’eteronomia è una questione largamente discussa con diverse opinioni. Secondo Gregotti, carattere strutturale dell’architettura in quanto pratica artistica è di lavorare con le condizioni empiriche quale materiale ineliminabile del progetto, ed attribuisce alla discussione sulla gerarchia, sulla natura e sui significati di queste condizioni una grande importanza nella costituzione dell’architettura.

La molteplicità delle risposte pratiche e teoriche possibili offerte dall’architettura incrementa il fascino della carriera di architetto cui si aggiungono le varie articolazioni del mestiere anche se queste ultime hanno allentato nell’ultimo mezzo secolo l’unità ideale metodologica e di tradizione del campo di lavoro, per specializzarsi in nuovi mestieri e con l’incontro con altre discipline come la moda, la pubblicità, la politica o il lavoro organizzativo o immobiliare. Questo darà luogo a campi di lavoro e di apprendimento separati con una sempre più difficile convergenza culturale.

Se poi i modelli di comportamento della politica hanno trasmesso una censura ideologica invece che un’etica della responsabilità, se quelli della moda sono risultati per l’architettura corrosivi invece che produttivi, è colpa degli architetti. Questi ultimi, nel primo caso, sono stati sedotti dal senso del potere e dalla sua rappresentazione e, nel secondo caso, dall’inutilità inventiva delle morfologie della moda e dalla sua capacità di presentarsi come comunicazione immateriale aderente ai desideri degli uomini moderni, cioè bellezza, fascino, denaro, notorietà.

Idolatria dell’autore e principi del moderno

Il processo di idolatria dell’autore è cominciato prima nel campo delle arti visive da quando l’artista si è sostituito all’opera nella sua materialità artigianale. Nel suo saggio "La definizione dell’arte" il critico d’arte americano Harold Rosenberg sosteneva: "Di contro, alla povertà dell’arte, l’artista ha assunto di colpo, proporzioni gigantesche: si è fatto, per così dire, segno immateriale, personaggio di cui si giudica il comportamento prima dell’opera. D’altra parte, la ripetizione indebita dell’idea di vedere le cose comuni come quadri o sculture, legittima qualsiasi riconoscimento: siamo diventati tutti artisti, il problema è solo quello della capacità di convincere gli altri che lo si è".

La scuola del Bauhaus prese le mosse nel 1919 da una dichiarazione di unità di tutte le arti, di non distinzione tra lavoro artigiano e lavoro artistico, nell’impegno politico-sociale di costruire "la cattedrale del socialismo" e con lo scopo di fare acquisire all’architettura i principi della produzione industriale, secondo un’estetica ad essi coerente e nel nome della liberazione dell’uomo dal lavoro. L’uso di oggetti e case ben disegnate doveva essere misura della civiltà di un gruppo sociale invece che contemplazione estetica.

Un metodo unitario permetteva, secondo questi principi, di passare dall’essenza del problema alla sua forma in modo indipendente dalla scala del problema stesso. Queste idee sono un vero manifesto del principio che ciò che vale è proprio l’opera indipendentemente dalle discipline e dalle personalità che vi confluiscono.

La possibilità delle discipline dell’architettura di aprirsi a diverse discipline è favorita dalla sua posizione che le consente di guardare con curiosità produttiva sia i campi delle scienze umane che quelli delle tecnologie. Nello stesso tempo questo fa correre all’architettura il rischio della perdita del proprio centro che è necessario possedere saldamente per muoversi verso le altre discipline, dialogare con esse per metterle in discussione ed accoglierne i suggerimenti.

Al di là del ruolo sociale dell’architetto, un progetto è fatto per un cliente preciso, quindi c’è uno stretto rapporto tra il campo di lavoro dell’architetto ed il potere pubblico o privato, economico o politico rappresentato dalla committenza (se vuoi vedi esempi del libro).

Al servizio del potere

Alcuni considerano questo aspetto così rilevante da concepire l’architettura come un puro servizio del cliente, altri ad esagerare la capacità che gli spazi ed il costruito hanno nell’influenzare il comportamento umano come nel periodo della prima avanguardia e prima ancora nell’utopismo socialista del XIX secolo, a pensare di potere rivoluzionare la società attraverso l’architettura o almeno a simularne la radicale trasformazione. Proprio a causa del suo alto costo economico, della sua fisicità e soprattutto del suo valore collettivo, l’architettura è destinata a durare al di là delle ragioni funzionali e contestuali che l’hanno generata anche quando tali ragioni sono state dimenticate.

Ma queste ragioni non cessano di essere quelle che hanno fondato la costituzione dell’opera ma, solo dopo essere stata compiuta, essa vive nel giudizio degli altri, giudizio che può mutare nel tempo ma il cui riferimento muove dalla cosa architettonica concreta costruita a partire dalle condizioni e ragioni originarie.

Si è consolidato in questo secolo un contrasto tra il senso del tempo e della sua progressiva accelerazione ed il carattere duraturo delle opere d’arte. Il lavoro dell’arte richiede una lentezza speciale che comprende accelerazioni improvvise ma anche lunghe elaborazioni. Gregotti ritiene che quest’elogio della lentezza sia una sorta di stratificazione del pensiero fatta di aggiustamenti, cancellazioni e rifacimenti a partire dal dubbio intorno anche ad un piccolo dettaglio che obbliga a rifare l’intera maglia tessuta sino a quel momento.

Anche per questo il campo di lavoro dell’architetto è dominato da quello che Le Corbusier definiva "la essa necessita di una particolare tenacia ed insieme di una ricerca paziente": disponibilità a mettere continuamente ogni cosa in discussione di fronte ad un nuovo problema, ma nello stesso tempo di una particolare capacità di difendere il senso complessivo dell’opera e di ascoltare le regole che l’opera stessa impone.

Capitolo 2: Diventare architetto

Passioni e mestieri

Piuttosto che di lavoro come obbligo, dovrebbe sempre trattarsi, quando scegliamo un’attività, di una scelta passionale che dobbiamo coltivare e far crescere. Il lavoro dovrebbe essere una passione insieme ad altre passioni, magari conflittuali tra loro, come amore, amicizia, convinzioni ideali e religiose, ecc. Però ci sono tante difficoltà pratiche come quelle dettate dalla povertà e dall’ingiustizia in tutte le sue forme che impediscono e limitano l’accesso al lavoro stesso oppure costringono a forme di lavoro scelte per obbligo di sopravvivenza o per semplice sete di denaro o di potere.

Queste difficoltà non devono impedire i tentativi per trasformare il lavoro in parte integrante della nostra vita. Secondo Gregotti, anche coloro che rifiutano il lavoro lottano perché esso prenda forme nuove, perché diventi diverso il rapporto tra il suo modo di svolgersi e la vita. Come tutte le passioni, anche il lavoro può essere soggetto a declini o possono esserci passioni sbagliate o false e allora diventa necessario cambiare. Un lavoro, per essere appassionante, deve potersi rinnovare affrontando sempre nuovi problemi la cui risoluzione diventa verifica delle nostre attitudini e capacità.

Gregotti parla di attitudini perché il talento non è altro che un’attitudine ben coltivata cui devono accompagnarsi altre doti, cioè la pazienza, la perseveranza e l’intelligenza. Tutte doti che crescono con l’esercizio del mestiere. Nel linguaggio quotidiano, il mestiere è un’attività per lo più manuale contrapposto alle professioni e alle arti. Solo quando esso giunge ad un alto livello di qualità e ci regala significati, lo si definisce arte. Possedere un mestiere significa sapersi misurare con le condizioni del reale che si pongono di fronte ad ogni riflessione intellettuale, teorica e spirituale.

Vi sono mestieri nuovi che appassionano per il senso dell’avventura, per l’impegno innovativo che richiedono per farli crescere ed anche per la precarietà con cui si presentano.

Vocazione, tradizione, opportunità

Gregotti parte dalle incertezze che presiedono alla scelta stessa di fare l’architetto. Sino a 50 anni fa, scegliere questo mestiere, in Italia, era una decisione poco comune perché gli architetti erano pochi e spesso venivano confusi con gli ingegneri o con i decoratori. Perché si sceglie di fare l’architetto? Si dice per vocazione che potrebbe esprimersi con un talento naturale per...

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/14 Composizione architettonica e urbana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di PROGETTAZINE ARCHITETTONICA 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Iuav di Venezia o del prof Merlini Paolo.
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