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Uno dei caratteri tipici della concezione dello spazio architettonico europeo è di rimandare

ad un’idea di sovrapposizione di eventi nel tempo che non cancellano le condizioni

precedenti ma ne rappresentano mutamenti di orientamento e di senso.

Quest’idea di spazio come distanza tra le cose tende a considerare importanti le posizioni

e i principi secondo i quali le cose stesse si insediano nel terreno.

Lo spazio europeo è per tradizione uno spazio che si oppone alla natura o che tende a

darne un’interpretazione storicizzata.

È necessario riconoscere che la bellezza della natura come paesaggio è qualcosa che

emerge alla coscienza europea solo nel Rinascimento che guarda allo spazio di natura

con l’occhio dell’artista oltre che con quello dello scienziato che vuole scoprirne i segreti.

Numerose sono le interpretazioni diverse dello spazio figurativo architettonico:

la dialettica tra permanenza e mutamento ha ritmi molto serrati e sensibili ai

• mutamenti dell’organizzazione sociale;

gli europei hanno sviluppato nel campo delle pratiche artistiche la loro curiosità nei

• confronti del nuovo costruendo diverse interpretazioni figurative della realtà.

Lo spazio ha per gli europei un valore figurativo in sé nel senso di possibilità di essere

conformato e dotato di significato,di strategia di collocazione, distanza e natura degli

oggetti che lo definiscono e infine della rappresentazione critica del reale sino

all’evocazione di ciò che non è presente.

Costruito, reale, virtuale

Negli ultimi trent’anni si è sviluppata un’altra idea di spazio architettonico, una concezione

dello spazio come metafora cibernetica, connessione tra spazio costruito e spazio virtuale.

Il gruppo inglese di Archigram all’inizio degli anni ’60 ha proposto la plugin city, spazio

urbano in continua mutazione come metafora dello spazio informatico in una forma di

libera interconnessione continuamente flessibile, adattabile, che si apre all’importanza

della simultaneità e dell’idea di spazio coincidente con la comunicazione istantanea a

distanza. Si tratta di un’idea di spazio per certi versi del tutto nuova rispetto alla sua

tradizione fisico – geometrica e che sviluppa a fondo l’importanza della connessione con il

problema della mutazione e della comunicazione informativa.

Questo tipo di spazio trova conferma nella tendenza alla disgregazione attuale della città

europea consolidata ed alla sua dispersione nella campagna combattendo contro la

costituzione di uno spazio collettivo e privato dotato di una definita e stabile specificità

figurativa. 23

Si può dire che lo spazio così immaginato sia quello definito dall’insieme delle merci e,

quindi, i suoi caratteri sono affidati alla densità e tipologia dei prodotti, alla loro capacità di

attrazione, di innovazione formale, di uso, di variazione.

Una prova ulteriore della natura alternativa di questo paesaggio è costituita dalla crisi dello

spazio aperto come spazio pubblico. Si può dire che lo spazio pubblico europeo abbia

inizio con l’agorà della polis greca, luogo della discussione collettiva e del paesaggio dal

mito al logos, alla scrittura come testo analizzabile, criticamente da parte di tutti. Poi

diventa lo spazio dei fori e, successivamente, lo spazio aperto dalla piazza comunale dove

si fronteggiano diversi poteri o ancora poli di espansione dello spazio urbano e di raccordo

tra nuovi e vecchi tessuti; infine, approdiamo agli spazi per le feste collettive, delle

rivoluzioni sociali o delle processioni religiose.

Lo spazio urbano aperto ha cessato oggi di essere spazio pubblico per divenire spazio

dello scontro e del pericolo ma soprattutto esso è stato privatizzato. La nostra esperienza

dello spazio è divenuta esperienza dell’immagine dello spazio con tutte le sue variazioni

possibile, non dello spazio reale la cui percezione è cosi condizionata sempre più

fortemente.

Naturalmente è la colonizzazione del mondo da parte di discipline atopiche come

l’economia finanziaria, l’informatica o la tecnologia a proporre un’idea di spazio del tutto

astratta dalla specificità dei luoghi al fine di produrre condizioni comparabili delle nostre

azioni in funzione del mercato.

Secondo Gregotti, l’errore presente in molti spazi architettonici è quello di tentare di imitare

con strumenti e modi del tutto impropri il tipo di immagine dell’esperienza spaziale che ci è

fornita da mezzi di comunicazione di massa tentando una mediatizzazione della nostra

stessa disciplina, cioè di avviare uno sradicamento dai suoi strumenti espressivi specifici.

Compito delle discipline dell’architettura dovrebbe essere quello di configurare spazi la cui

definizione, organicità, semplicità e capacità di durata si proponessero come

indispensabile piano di riferimento per la stessa accelerata trasformazione del reale per la

continua mutazione dei suoi significati per la molteplicità delle sue interpretazioni possibili.

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CAPITOLO 6

COSTRUIRE LA CITTA’

L’eccezione e la regola

La città è il luogo dell’architettura nel senso che essendo la città luogo intensamente

abitato e costruito, luogo della contiguità e del confronto, luogo della politica e delle

rappresentazioni della collettività è sempre stato, nella storia, lo spazio privilegiato per la

coltivazione dell’architettura.

Parliamo della città così come dell’idea stessa di città che si esprime anche nei piccoli e

nei piccolissimi agglomerati, nei microcosmi dei conventi o nei disegni delle utopie, nelle

parti stesse delle città quali racconti conclusi oppure nelle piazze, strade, luoghi sacri dove

la città si riconosce nel collettivo. Uno dei grandi problemi dell’architettura contemporanea

è l’estendersi di quello spazio incerto tra area urbana consolidata e campagna.

Lavorare in architettura è una condizione generale della nostra attività disciplinare. Chi

vuole diventare architetto è costretto a riflettere sulla condizione della città anche se oggi è

certamente più difficile che negli anni dell’avanguardia concepire il lavoro architettonico

singolare come frammento di ipotesi della città nuova.

Il dibattito tra i principi di disegno urbano e quelli che utilizzano il principio della

frammentazione e del caratteristico risale a tre secoli fa ma ha assunto oggi una

dimensione quantitativa.

Quando il principio della frammentazione si estende troppo diventa incomprensibile il

rumore ed il disorientamento perché le sorprese si susseguono con un ritmo troppo

serrato. Al contrario, quando si estende il principio della ricomposizione, il rischio della

ripetizione in ordine estraneo oppressivo come dimostrano le periferie post – belliche delle

nostre città.

Naturalmente, l’eccezione si fonda sulla esistenza della regola e la frammentazione vive in

quanto rottura di una unità conosciuta. La frammentazione è figlia naturale della

sovrapposizione dei tempi della storia, della successione degli eventi e dei cambiamenti

delle proprietà delle aree, degli interventi successivi di diversi architetti.

Secondo Gregotti, la parola regola suscita un rigetto istintivo in riferimento alla costrizione

ed alla mancanza di libertà. 25

Ideologia ed etica

Naturalmente, l’ordine può anche non coincidere con le geometrie elementari, può essere

un ordine complesso ma capace di dare forma alle cose. La forma, qualunque forma, è un

ordine; è ciò che permette alle cose di essere percepite.

Non c’è nulla di più ordinato di un borgo medioevale, dalle vie tortuose costruito sulla cima

della collina.

Il problema urbano pone in particolare evidenza per un architetto la questione dei

contenuti politico – sociali dell’architettura. Questo comporta due aspetti: il primo riguarda

una distinzione fra contenuto e forma difficilmente sostenibile. Il secondo riguarda il fatto

che anche ammessa quella provvisoria separazione, ogni forma architettonica porta

confitto il suo contenuto al momento della sua concezione anche se nel tempo sarà

interpretato diversamente.

La relazione con i contenuti apre un problema complesso per la progettazione

architettonica ed urbana: da un lato, quello della relazione con le ideologie politiche o

convinzioni religiose; dall’altro, problema etico che è nello stesso tempo problema di

convinzione e di responsabilità tra loro in conflitto.

La prima questione ha dato luogo a molte discussione riguardo alla relazione tra ideologia

e linguaggio se, cioè, il linguaggio, in quanto rispecchia la realtà sia dipendente dalle

convinzioni ideologiche compresa la loro attuale forma di opinione pubblica o se la sua

costruzione dipenda dalle sue stesse leggi costitutive specifiche e dalla capacità dell’opera

di rinnovarlo.

L’architettura in quanto pratica artistica lavora dialogando con le condizioni empiriche

come materiale ineliminabile ma il modo di essere architettonico delle questione dipende

solo dalla capacità di organizzare i problemi in figure dotate di senso.

Proprio perché la risoluzione di un problema urbano è ancora di più la risoluzione di un

problema collettivo, esso dispiega in modo evidente le questioni ed è, quindi, un problema

architettonico che nelle relazioni di oggi diventa prova eccellente per il mestiere

dell’architetto. Si deve ricordare che la fronte di un edificio è un problema collettivo, non

solo del proprietario ed in questo senso ogni architettura implica una diretta responsabilità

pubblica.

Progetto d’architettura e piano urbanistico

Le due attività guardano allo stesso soggetto ed hanno come scopo la costruzione di un

ambiente migliore e più significativo per la vita collettiva e dei soggetti.

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Il piano urbanistico è un contenuto importante di ogni progetto e quest’ultimo è la prova

concreta della bontà di quello. Le due questioni sono facce dello stesso foglio sino a

quando non prevalgono, da un lato, gli aspetti puramente formali e, dall’altro, quelli

solamente economico – politici.

Ricostruire più che fondare.

L’esperienza ci ha insegnato che la città è un organismo troppo complesso ed articolato

perché lo si possa racchiudere in un’unica forma.

Il campo più ampio di lavoro per un architetto europeo è oggi la modificazione di parti della

città esistente. La questione centrale della città europea è diventata quella della sua

ricostruzione critica, del miglioramento delle sue prestazioni e delle sue qualità e del suo

adattamento alle nuove condizioni di uso del tessuto urbano. Ma la parola città definisce

l’insediamento in modo ambiguo.

La campagna urbanizzata.

Molte sono le ragioni di questo fenomeno: per es. la diffusione delle comunicazioni della

televisione, dei sistemi informatici, il fenomeno delle cd. città globali, il costo dei terreni e

della casa, l’idea della convergenza tra libertà individuale e proprietà ecc.

Proprio perché la frammentazione e la flessibilità sono divenute forme dell’ideologia

collettiva, la diversità è diventata un ossessione del nostro mondo ormai del tutto

omogeneizzato. Tutto questo, oltre a mettere in questione, il ruolo della città, pone enormi

interrogativi alla programmazione del territorio.

Dare forma architettonica alla campagna urbanizzata è certo uno dei compiti più difficili per

un architetto di oggi. E’ probabile che i materiali che la compongono siano i materiali

grezzi su cui gli architetti dei prossimi anni dovranno provare le loro capacità. E’ probabile

che questi strumenti passino attraverso la riconquista da parte degli architetti di ruolo

decisivi anche nelle grandi opere di ingegneria, strade, ponti, ferrovie, porti, sistemazioni

del terreno. Il loro costo è tanto elevato da divenire tra i pochi elementi di relativa rigidità e

durata trasformandosi in potenziali punti strutturali del disegno del territorio e della città

dispersa. 27

La qualità dell’abitare.

L’altro elemento strutturale resta per la città e per il territorio europeo la propria storia.

Questo significa che non sono i grandi monumenti ma anche i tessuti urbani dotati di

personalità storiche, le piazze, i portici formano un patrimonio concreto su cui costruire il

presente ed il futuro delle città europee.

La città non è fatta tutta di monumenti, vi sono punti di accumulazione, spazi dal

particolare significato ed uso collettivo, edifici pubblici come musei ma anche stadi o luoghi

di lavoro. Poi c’è il tessuto delle abitazioni, aspetto necessario.

Chi vuole essere architetto deve affrontare problemi diversi: primo livello dinamica dei

micro mutamenti della città storica, secondo livello modificazione di scala importanti che

investono la periferia consolidata. Terzo livello suburbio, quarto livello trasformazioni che

seguono una logica insediativa extralocale (collocazione di un aeroporto, trasformazioni

della rete ferroviaria, ecc.). A ciascuno di questi livelli corrisponde un diverso

comportamento concettuale. La costituzione del tessuto urbano è il risultato di una grande

quantità differenziata e contrastante di spinte ed iniziative. Un tempo esse possedevano

una cultura del costruire diffusa, ordinata nei principi insediativi ed estremamente variata.

Oggi avviene il contrario: lo sforzo di variazione è diventato la rumorosa e confusa

costante che è del tutto omogenea nei desideri e nei comportamenti unificati dai mezzi di

comunicazione di massa ma che vuole allo stesso tempo mostrarsi come diversa e

particolare, costruire un privato contro la collettività.

Capitolo 7

Scrivere,comunicare,insegnare

Piccoli dettagli e grandi ragioni

Gregotti riflette sulla sua esperienza di architetto durante la quale si è interessato a molte

altre discipline che hanno arricchito il suo bagaglio culturale in particolare la storia.

Crede che l’ignoranza,infatti, non aiuti la creatività e si sorprende per l’assenza d’interesse

che manifestano i giovani di oggi per quel tipo di organizzazione,di elaborazione delle

esperienze passate. La storia ha come scopo quello di farci interrogare sulla nostra

condizione di oggi per indagare come siamo diventati quello che siamo,ci fa prendere

coscienza del terreno su cui camminiamo e sulle sue stratificazioni anche se poco ci dice

della direzione da prendere. È quindi una condizione necessaria ma non sufficiente.

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Oggi le informazioni che provengono dalla storia vengono organizzate in una sorta di

collage che fissa il nostro comportamento secondo quali parti del materiale informativo si

prendono in considerazione.

Gli obiettivi di questo collage sono il successo economico o di potere che deriva dal

possesso dell’informazione. Invece Gregotti ha difficoltà a capire se i criteri di scelta

provengono o meno da quel collage informativo tranne che non si pensi che tali scelte

siano autorizzate solo dal tentativo di occupare un posto dentro al capitale simbolico

ed è per questo che alcune volte vengono assunte le scelte estreme cioè quelle

circolante

che infrangono le regole. In realtà ciò che si dovrebbe capire è come costruire regole che

diano senso all’infrazione.

Tutte queste considerazioni hanno riflessi sull’attività dell’ architettura che necessita di

una disciplina che deve guardare lontano,si alimenta di processi lenti,economicamente

costosi e quindi difficilmente conciliabili con le leggi di mercato dal rapido consumo oggi

dominanti.

Questo porta a rivalutare la riflessione teorica dell’architettura a fondamento del progetto:

si tratta di una necessità che porta ad esprimere il talento del soggetto rispettando le

regole che essa ci dà nella realizzazione dell’opera o del frammento che la rappresenta.

Trattati di teoria e pratica

La teoria dell’architettura ha perduto il suo modo principale di organizzarsi che è stato per

molti secoli il trattato oggi sostituito da forme frammentarie come riviste,saggi o piccoli libri.

Del trattato nell’antichità rimane ben poco tranne il testo di Vitruvio e i principi estetici

come i fogli di Villard de Honnecourt. A partire dalla pubblicazione del De re aedificatoria

di Leon Battista Alberti intorno alla metà del XV secolo si è aperta per il trattato una

stagione fiorentissima nei secoli XVI, XVII e XVIII.

In ciascun trattato troviamo organizzate secondo un pensiero unitario le definizioni

generali di sapere tecnico dell’architetto,di quello geometrico e matematico,i principi

compositivi e costruttivi e le esperienze degli stessi architetti,il loro rapporto con le

conoscenze dei grandi modelli classici e i consigli sulla scelta dei luoghi per la costruzione.

Dal trattato si dipartono quattro diversi filoni:

1. quello del come il libro dell’abate Marc-Antoine Laugier.

saggio sull’arte

2. quello che si volge all’organizzazione storica dell’architettura.

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3. quello che cerca di organizzare in manuale il materiale dei vari problemi della

costruzione come per esempio il di

Trattato teorico e pratico dell’arte del costruire

Jean-Baptiste Rondelet.

4. quello che cerca di dare una regola ai problemi della composizione architettonica a

partire dalla tipologia come il trattato Jean-Nicolas-Louis Durand.

Poi ci sono degli scritti teorici e raccolte di documenti che non riguardano direttamente

l’edificio per esempio l’evoluzione,la concezione e costruzione dei giardini,dei grandi

parchi pubblici ecc.

La conoscenze delle esperienze compiute non ci deve porre nella posizione neutrale

dell’osservatore esterno ma abituarci a scegliere e a giudicare cioè capire il perché delle

scelte adottate e in che modo si adattano allo scopo.

Disegnare e discutere

Il mondo è formato di segni che appartengono a tempi storici molto diversi e che si

differenziano anche per le intenzioni.

Gli architetti del Rinascimento erano anche pittori,scultori,orafi e incisori:oggi l’architetto

deve sapersi muovere nel mondo della pubblicità,della fotografia,cinema,televisione.

Uno strumento importante per consentire agli architetti di questo mondo figurativo è oltre

all’osservazione il disegno,il contatto diretto con la carta. Ma questa esperienza con il

disegno serve solo come esercizio meccanico se non è accompagnato dalla

comprensione strutturale dell’oggetto in questione e questo riporta alla necessità di

conoscere le ragioni che hanno generato le cose.

A questo proposito Gregotti ricorda la presentazione di un progetto da parte di Le

Corbusier durante un Congresso Internazionale di Architettura Moderna e lo strumento

utilizzato era il dialogo che è certamente una delle forme di insegnamento-apprendimento

più efficaci. Per fare ciò è necessario che coloro che discutono abbiano raggiunto un

accordo che consiste nell’interesse all’architettura del presente,al modo di elaborarla e

farla evolvere a partire dalla discussione sui suoi principi.

Nei primi anni del Novecento si è compiuta una svolta nella concezione dello spazio

figurativo che ha coinvolto le arti figurative in modo determinante. Le arti come

l’architettura hanno utilizzato quelle svolte criticandole,modificandole,ampliandone i

principi.

L’architetto deve lavorare con modestia artigianale e con ambizione poetica per esprimere

il senso della sua opera e metterla al servizio degli uomini.

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Esercizio di dialogo e confronto

Secondo Gregotti scrivere è una riflessione che dà fondamento al progetto e per dar conto

di esso alla collettività.

L’insegnamento costituisce il modo per confrontarsi con le generazioni future e

apprendere attraverso il dialogo e permettere così agli altri di giudicare ed esprimere il

proprio punto di vista. Oggi assistiamo a un insegnamento universitario di massa che ha

spostato il baricentro della discussione intorno alla cultura architettonica fuori dalla sua

area specifica. Infine i movimenti artistici degli anni venti sono divenuti mobili e provvisori

e hanno assunto importanza le riviste di architettura che tendono generalmente a

diventare organi di informazione eclettica che seguono il variare delle mode e dei gusti.

Scrittura e architettura

Non solo un testo è frutto di un progetto e come in architettura esso procede da uno

schema a una sua articolazione nel continuo dubbio se seguire la stessa natura

processuale della narrazione o piegare ad esso uno schema prefissato ma anche la

scelta dei vocaboli,la punteggiatura,la collocazione reciproca delle frasi affinché diventi

coerente materiale letterario della narrazione,deve mantenere il precario equilibrio tra

tensione poetica ed esercizio dell’esperienza narrativa.

La scelta di ogni aggettivo,come la scelta di ogni dettaglio in un progetto può rimettere in

questione l’intero scritto.

Naturalmente nella mente di ogni architetto scorrono le immagini e le memorie di ciò che

altri hanno fatto prima di noi. È necessario procedere ad una trasformazione dei materiali

soggettivi ma anche quelli della riflessione teorica affinché diventino materiali per la

costruzione della cosa architettonica. Infine quando l’opera è compiuta si avviano le

interpretazioni,le critiche,le attribuzioni di significato. Allora l’architettura diventa

eloquente,narrativa e qualche volta monumento collettivo e materiale per nuove

architetture. Capitolo 8

Il mestiere quotidiano

Nello studio

Secondo Gregotti la pratica artistica dell’architettura è un’arte collettiva che richiede un

contributo nella fase della concezione e in quella dell’elaborazione. In ogni gruppo di

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lavoro ciascun socio ha un suo ruolo che non sempre identico ma varia per evitare che cali

l’efficienza.

Uno studio di architettura assomiglia ad un atelier d’artista o ad un ufficio o azienda:del

primo ha i caratteri della libertà di lavoro e i disegni attaccati ai muri,sparsi un po’

ovunque;del secondo invece segreterie,appuntamenti,amministrazione,elaborazione di

documenti ecc ed anche i modelli semicostruiti e dei calcolatori il cui uso oggi si discute e

si mantiene per fortuna ancora misto.

Ma occorre dire che il lavoro dell’architetto è un lavoro duro,faticoso,molto spesso messo

in crisi da un concorso non vinto eppure tutte queste caratteristiche rendono questo lavoro

interessante mettendo ogni volta alla prova le capacità di ognuno indipendentemente dai

risultati ottenuti.

Bottega e cantiere

L’organizzazione di uno studio professionale è passata attraverso forme diverse. Alla fine

dell’ottocento erano presenti studi professionali piuttosto ampi come Otto Wagner o Peter

Behrens. Il periodo delle avanguardie ha visto in primo piano studi di piccole dimensioni

talvolta in stretto collegamento con scuole sperimentali o studi tra loro interconnessi da

interessi culturali comuni. Nel dopoguerra si sono instaurati studi grandissimi che svolgono

un buon lavoro livello professionale ma di scarso interesse creativo e culturale. La

struttura aziendale prevale in questi casi sul carattere dell’atelier che necessita oggi di una

seria organizzazione e di media dimensione per affrontare progetti impegnativi.

Il cantiere è un luogo di prova dell’architetto sia che in esso si possa ancora adottare

l’antico sistema d’improvvisare al momento dell’esecuzione sia che esso rappresenti il

momento di verifica delle previsioni progettuali dal punto di vista spaziale e formale come

da quello costruttivo,delle capacità del progetto di adattarsi e insieme organizzare ai propri

fini i mezzi e la manodopera disponibili.

Qualche architetto teorizza che il progetto deve crescere insieme al cantiere ma quest’idea

risulterebbe troppo costosa. È più prudente prima di iniziare la realizzazione prparare il

progetto integrandolo con gli elaborati degli altri specialisti.

Qualche architetto ritiene che la realizzazione come perdita rispetto al progetto ma

secondo Gregotti quest’idea segnala più che altro la grande quantità di ostacoli e di

sorprese che un cantiere può presentare per esempio i cambiamenti di programma,le

necessità e i limiti specifici dei mezzi dell’esecutore ecc. i disegni di un progetto richiedono

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sia una tecnica speciale di comunicazione che una di coordinamento e rinvio interno tra

insieme e dettaglio e le varie parti,operazioni piuttosto complicate.

Spesso gli architetti si fanno affascinare dal contenuto estetico di un disegno e vengono

così distratti dalla sua funzione comunicativa principale. Infine si deve tenere presente che

le descrizioni scritte dei caratteri delle prestazioni e dei materiali non sono meno importanti

del disegno stesso.

Vincoli e compatibilità

Tutto richiede un duro lavoro di controllo della relazione tra le parti del progetto e una

visione chiara dei processi di esecuzione e delle gerarchie dei vari elementi che passa

attraverso l’acquisizione di un’esperienza delle pratiche differenziate del fare e delle

tecniche relative. Ma come avviene il processo di costruzione di un progetto? Gregotti

descrive ciò che avviene all’interno della sua bottega:quando qualcuno pubblico o privato

commissiona un progetto la prima fase consiste nel chiarire e nell’articolare il programma

che in genere si sviluppa intorno alla compatibilità tra esso,le condizioni fisiche e

istituzionali dell’area e i limiti economici di investimento.

Contemporaneamente vengono acquisite le informazioni sul problema specifico sulla base

di esempi già realizzati propri o di altri e la lettura dell’argomento. Difficile dire in quale

momento si produca l’immagine-struttura dell’insieme che non deve essere né troppo

anticipato perché in tal caso il rischio del pre-giudizio stilistico diventa preminente,né

troppo ritardato così da assumere il carattere della deduzione dalle componenti pratiche.

Il progetto non è un atto intuitivo,è un processo,una catena di sviluppi, assomiglia al lavoro

di una narrazione.

La stesura di un progetto deve poi misurarsi con la serie delle condizioni di fatto costituite

da un doppio ordine esterno:da un alto quello delle normative;dall’altro quelle connesse ai

sistemi di produzione e alle offerte di mercato entro le quali deve muoversi.

Buoni architetti e buoni clienti

Qualcuno ha detto che nel mondo moderno non mancano buoni architetti mancano i buoni

clienti. Quest’affermazione trova le sue eccezioni ma si deve ammettere che il problema

riguarda le difficoltà del cliente di comprendere che cosa sia la specificità dell’arte

dell’architettura. Alcuni la considerano forma dello splendore decorativo o della potenza

tecnica;per altri altri ancora di decorazione

engineering solution of a building problem;per

ambientale oppure di massimizzazione del profitto. In realtà il campo di lavoro

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dell’architettura è la ricerca di una verità nascosta agli occhi del pubblico e dello stesso

cliente.

È necessario che l’accordo con le forze esterne da cui dipende il progetto sia trovato sin

dall’inizio del progetto e che si presenti come organico nelle sue parti.

Secondo Gregotti sono due le ragioni che rendono il lavoro dell’architetto

indispensabilmente collettivo:

1. la funzione di trasmissione del sapere e dell’esperienza.

2. lavoro critico e dialogico così come è stato pensato dalla tradizione della modernità.

Capitolo 9

Esercizi

Sull’idea di costruzione

Per diventare architetti è necessario esercitarsi. L’esercizio è una serie di atti che

contribuiscono al consolidamento di una particolare facoltà intellettuale e allo svolgimento

di una specifica attività. È attraverso l’esercizio,nelle prove di risoluzione dei diversi aspetti

del mestiere che si trovano motivo e verifica dei principi e metodi che si stanno

elaborando.

Un primo esercizio è quello che ha lo scopo di interrogarsi sull’idea della costruzione e

fabbricazione delle cose. Le loro forme sono il risultato di un procedimento di costruzione

che deve organizzare connessioni fra cose diverse, trasformazione di materie, processi di

fabbricazione, operazioni, montaggio, che presentino una reciproca solidarietà costruttiva

atta a resistere nel tempo.

Il fine è che la cultura materiale che ci circonda diventi per gli architetti un naturale oggetto

di indagine intorno ai processi che vengono messi in opera per la costruzione delle diverse

cose costituenti l’ambiente fisico in cui viviamo.

Misurare gli oggetti.

Un secondo esercizio riguarda le misure ed i rapporti di misura, cioè quello che gli

architetti definiscono la scala dimensionale delle cose. Si tratta di abituarsi a misurare

mentalmente non solo la giusta dimensione degli oggetti per rapporto alle misure umane

ma anche la distanza tra le cose, la loro distribuzione nello spazio, il valore della relazione

reciproca e le possibili alternative per la loro collocazione. Di fronte ad un insieme

qualsiasi di oggetti grandi o piccoli, di architetture, di spazi urbani, non solo bisogna

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abituarsi a misurarne e memorizzarne le dimensioni ma bisogna interrogarsi sulla possibile

alternativa di collocazione reciproca e sull’effetto che questo diverso insieme di distanze

potrebbe avere.

Ogni architettura è soggetta ad un doppio sistema di misure: per rapporto all’uso ed alla

dimensione dell’umana manipolazione e per rapporto al senso della relazione tra le

diverse parti che la compongono, relazione tra forme che posseggono ciascuna una

misura finita.

Una delle questioni dell’architettura è, da questo punto di vista, la scala.

Scala dimensionale, materia, forma, uso, significato, sono sempre interconnessi nella

definizione di qualsiasi manufatto dal piccolo oggetto all’organismo architettonico.

L’individuazione della dimensione adatta ad uno specifico sito e funzione è uno dei

momenti più delicati della scelta architettonica. Contro l’assolutezza di questo principio vi

sono i casi della chiesa della Salute di Venezia o il Duomo di Orvieto o la Cattedrale di

Strasburgo diventati significativi per il salto di scala dimensionale, per la dimensione

gigantesca che essi rappresentano rispetto al contesto.

Ma gli elementi architettonici che definiscono questi organismi sono tra di loro in perfetta

scala, cioè il rapporto delle dimensioni delle parti, degli spazi interni, dei dettagli rispetto

all’insieme sono calcolati con grande organicità.

Dettagli e insieme.

Un esercizio importante è quello dell’osservazione intorno alla relazione tra dettaglio ed

insieme che è un’altra delle questioni decisive per la scala di un’architettura.

La prima possiede i limiti del decorativismo e del superfluo, la seconda della schematicità

e della povertà. Ma ciascuna delle due attitudine ha un ruolo essenziale nella costituzione

dell’insieme che si vuole ottenere.

I dettagli sono quasi sempre il frutto di lunghe esperienze e tradizioni tecniche oltre che

formali.

Uno speciale esercizio deve essere fatto quando le misure superano una certa grandezza

fisica e complessità quando cioè esse devono essere colte secondo la sequenza di un

occhio in movimento, quando devono essere misurate in quanto successione di ambienti

oppure per un rapporto ad una grande misura di paesaggio naturale o costruito o ancora

quando la memoria e la storia costringono a guardare alle dimensioni secondo un’ottica

non solo percettiva. 35

Un altro degli esercizi che si dovrebbe fare è quello di tracciare idealmente un muro su un

terreno, meglio se il terreno è inclinato cosicché si è costretti a fare i conti con le diverse

altezze del muro per rapporto al terreno. Poi dovrebbe considerare la posizione, la

lunghezza, il percorso affinché si ottenga il massimo effetto di cambiamento del paesaggio

circostante. Poi, provare ad immaginare con quale materiale possa essere costruito, con

quali tecniche rispetto a quel materiale e quali fondazioni il muro richieda. A questo punto

è necessario dargli una forma chiusa in pianta dividendola in due ragioni: una interna ed

una esterna e provare a bucarlo più volte e in più punti. Questo è un esercizio accademico

molto utile per costruire, formare, definire e separare gli spazi.

Percepire colori, materie, luci.

La percezione delle cose è anche influenzata dal loro colore, dalla loro materia e dalla

relazione che essi instaurano in quanto figure rispetto a sfondi diversi.

Per molti secoli le attività del pittore, dello scultore e dell’architetto sono state intimamente

unite. Anche se nei nostri anni sono professionalmente separate, questo non solo non

esclude le influenze reciproche ma estende tali influenze all’enorme dilatazione

contemporanea del mondo della visualità in moto o in quiete di cui è necessario avere

chiara coscienza.

Per tornare alla questione delle materie dell’architettura, esse posseggono ovviamente

differenti lucentezze od opacità, possono essere composte da elementi che producono nel

loro insieme effetti diversi di asprezza secondo la distanza dalla quale si riguardano

secondo la collocazione geometrica della loro superficie verticale, inclinata, orizzontale e

secondo la natura della luce che le rivela e ne pone in ombra delle parti.

Esiste in geometria una teoria delle ombre, un modo cioè di rappresentarle per mezzo del

disegno il cui esercizio è indispensabile per prefigurare l’effetto sotto la luce delle diverse

sporgenze e rientranze, dei vuoti e dei pieni ma anche delle diverse materie e

trasparenze. Ma poi bisogna esercitarsi a non farsi ingannare dalle proiezioni ortogonali e

dalla teoria delle ombre che sono gli strumenti di rappresentazione su un piano di un

volume; bisogna esercitarsi a girare l’angolo concavo o convesso, cioè cercare di

immaginare gli ambienti e gli edifici nella loro tridimensionalità così come appariranno

quando saranno costruiti. A questo scopo sono di grande aiuto gli strumenti offerti dal

calcolatore più facili delle complesse regole per la costruzione di prospettive ed

assonometrie. 36

Decifrare il progetto.

Un esercizio indispensabile connesso a questa riflessione è quello della decifrazione del

progetto. Come nella musica, anche nell’architettura occorre una visione delle cose

attraverso riflessioni creative costruite a partire dalla propria struttura richiedendo una

conoscenza specifica dei suoi strumenti propri. Ma come nella musica, anche in

architettura, questa conoscenza è volta a comprendere quel complesso passaggio dai

segni della notazione rappresentativa alla sostanza della cosa.

Questo richiede, da un lato, un esercizio di conoscenza dell’alfabeto, della

rappresentazione architettonica (le proiezioni ortogonali, la prospettiva, l’assonometria, la

lettura di una sezione o di un prospetto), dall’altro la lettura distinta delle loro ragioni

comunicative e del loro uso a diversi fini.

Naturalmente, esercitare questa comprensione significa impadronirsi e saper maneggiare

direttamente gli strumenti del disegno e le regole della rappresentazione che a loro volta

presuppongono un esercizio indipendente.

Riconoscere e connettere.

Un esercizio che avvicina al tema della composizione architettonica è certamente quello

dell’osservazione della distribuzione degli oggetti nello spazio e della capacità di

riconoscere le regole che ne istituiscono la connessione e la riconoscibilità. Vi sono due

aspetti che è necessario esercitare:

1. le sequenze e le forme della ripetizione e della differenza che da esse prendono

senso e quindi il valore della variazione che è uno dei modi di essere della

differenza;

2. la strategia della posizione e quella della distanza fra le cose secondo i limiti

dell’aria a cui la sequenza spaziale fa riferimento, secondo i suoi caratteri storico –

geografici, la storia della sua costituzione in quanto ambiente dotato di caratteri

riconoscibili. Si tratta, poi, di misurare la natura delle modificazioni – trasformazioni

che sono indotte dai nuovi oggetti architettonici introdotti e dalle loro sequenze. Va

osservata la relazione fra i modi di essere delle strategie di distribuzione degli

oggetti nello spazio ed il modo di formare che presiede a ciascuno degli elementi in

gioco che è composto da una serie di parti la cui fusione, distinzione, connessione

e distribuzione costituiscono lo stile. 37

Stile è una parola ambigua ma il cui uso è talmente diffuso che non si può evitare di

esercitarsi intorno ai suoi significati ed ai suoi caratteri distintivi. E’ una parola che

presenta diverse facce:

1. quella della classificazione;

2. quella del giudizio estetico che si pretende capace di raggruppare un certo numero

di opere attorno ad una personalità o ad un’epoca;

3. viene riguardata da chi lavora agendo nel campo delle pratiche artistiche o creative.

Essa è stata sinonimo di modello da imitare o da reinterpretare o, al contrario,

oggetto di ricusazione da parte del moderno. Il moderno sostiene la tesi che non

esiste uno stile ma un metodo e che l’architettura attribuisce alla discussione

intorno ai suoi stessi principi costitutivi un valore preminente e solo attraverso di

essi si riferisce alle condizioni storico – sociali, ne rappresenta simboli e gusti.

Secondo Wright, lo stile è ciò che verrà adesso e sarà ciò che noi siamo stati in tutto il

processo del progetto e della costruzione.

E’ chiaro che solo l’opera specifica possiede uno stile cioè un linguaggio il cui senso e le

cui regole costitutive sono le sole a costituire in modo più o meno coerente il carattere

dell’opera stessa. Tutti gli altri usi della parola stile sono estensioni abusive di questo

concetto, come quando si parla di stile gotico o barocco che per comodità di

classificazione si estendono ad un insieme di opere, caratteri sovente non riconoscibili in

ciascuna di esse.

E’ possibile parlare di stile di un’epoca ciò che riguarda l’insieme delle arti, dei costumi

sociali e delle convinzioni ideali un insieme nel quale si riconosce una serie definita di

corrispondenze formali e di comportamenti.

L’indagare e riconoscere queste connessioni è, per un architetto, importante quanto capire

i nessi che legano tra di loro gli elementi del linguaggio figurativo di un’opera specifica per

constatarne la contiguità di contenuti, la capacità della pratica artistica dell’architettura

rilevandone limiti e contraddizioni.

Ribaltare le ipotesi di risoluzione.

E’ un attitudine che un architetto dovrebbe far crescere attraverso l’esercizio e consiste nel

riguardare luoghi, ambienti, architetture come possibili di alternative, come aperti al

cambiamento ecc.

L’attitudine al progetto si esercita riformulando le questioni da un nuovo punto di vista che

offre al problema una soluzione nuova purché esso offra una migliore risposta. Bisogna

38

guardarsi dall’artificiosità di un nuovo ad ogni costo ma, al contrario, esercitarsi ad

individuare il piano di entrata, il punto di disgiunzione, il luogo strategico dove la nuova

cosa architettonica è in grado di mutare il senso dell’insieme accrescendone il valore

qualitativo. Questo esercizio è uno dei pilastri su cui si fonda l’azione architettonica. L’altro

pilastro riguarda la forma fisica che l’attitudine progettuale assume quando diventa

architettura, la sua capacità di proporre significati ed immagini attraverso di essa.

Alcuni di questi esercizi sono stati elaborati nel XX secolo a partire dalle esperienze delle

avanguardie artistiche, per es. la scrittura automatica, il bricolage, la composizione spazio

– temporale, ecc.

Questi esercizi, anche se di grandissimo interesse, devono essere rigorosamente

riguardati senza dimenticare l’integrità degli insiemi dei processi che conducono

all’architettura e che organizzano materiali complessi come le tecniche costruttive, le

funzioni e le loro necessità distributive. 39

CAPITOLO 10

I MUTAMENTI NELLA STRUTTURA DELLA PROFESSIONE.

Titoli e fiducia.

Gregotti ritiene che il modo migliore per cominciare la carriera di architetto è di non

abbandonare mai la condizione di apprendistato iniziando con il lavorare presso qualche

studio professionale dotato di una reputazione culturale ma anche capace di farci

scontrare con gli aspetti materiali del lavoro, di mettere alla prova la tenacia e la capacità

di imparare le piccole cose del mestiere.

In secondo luogo, consiglia di non mettere mai da parte le grandi ambizioni collocando le

piccole o grandi esperienze pratiche che ci vengono offerte, partecipando a concorsi,

misurandosi con temi importanti come occasioni di ricerca e congiungere mestiere e idee.

Oggi si assiste ad una mutazione profonda della professione dell’architetto. E’ una

mutazione strutturale che trasforma la base stessa su cui poggia l’idea di professione

almeno così com’è stata concepita negli ultimi due secoli.

Le professioni liberali sono emerse lentamente. Come altre organizzazioni sociali, è

possibile che oggi esse siano giunte al termine delle ragioni funzionali che le hanno

storicamente sostenute e ciò deve essere razionalmente affrontato.

Le professioni sono in larga parte concepite su alcuni fondamenti:

1. il titolo ad esercitarle: titolo universitario o di istruzione, titolo garantito dallo Stato e

dall’organizzazione corporativo della professione stessa;

2. la fiducia che si fonda, a sua volta, sulle garanzie che il professionista è in grado di

offrire. Queste garanzie sono essenzialmente due: la prima è il grado di scientificità

o, meglio, di capacità tecnico – specifica e di qualità complessiva del risultato. La

seconda è l’imparzialità o meglio la tendenza all’obiettività nel giudizio che il

professionista è in grado di offrire nei confronti dei terzi. Questo determina questioni

di comportamento morale che in realtà è semplicemente fedeltà all’opera

professionale che si sta conducendo. Queste garanzie sono offerte sia al

committente pubblico che privato, sia che le responsabilità delle sue azioni abbiano

conseguenze pubbliche e private. Nel caso particolare della professione di

architetto, le conseguenze dell’opera professionale rivestono sempre una

responsabilità pubblica. 40

Verso la prestazione di servizio.

La professione è sempre più definita nei contratti, nei concorsi e nel giudizio comune

prestazione di servizio.

Non c’è dubbio che le professioni da molti anni si stiano organizzando per far fronte ad

una domanda più anonima e più concentrata come vere proprie imprese articolate nelle

prestazioni interne con forme di collaborazioni specialistiche interdisciplinari. Poi c’è

l’aspetto che riguarda la professione in particolare della mutazione non tanto degli

strumenti di lavoro con il mondo del calcolatore quanto del fatto che la sua influenza sul

linguaggio si è fatta più larga e diretta.

Nel caso del calcolatore, la sua espressione visiva, ampliata dalla pubblicità e dai mezzi di

comunicazione di massa, ha una presa più diretta e sembra evocare l’idea che lo

strumento è la soluzione. Ciò ha ampliato, da un lato, le possibilità di comunicazione

rapide ed esatta e dall’altro ha reso tanto più facile la rappresentazione delle superfici

complesse tanto da rendere manieristico il loro uso.

Poiché il calcolatore rappresenta il disegno in scala al vero, ciò richiede una definizione

nella concezione che deve essere pensata a priori in tutti i suoi dettagli ma rende difficile

ogni procedimento per approssimazioni successive dove la figura si precisa ed emerge

nella lenta modificazione delle parti per rapporto all’insieme, procedimento tipico della

pratica artistica dell’architettura.

Nella tradizione della disciplina dell’architetto si è fatto, per esempio, largo uso dell’istituto

del concorso.

La forza della tradizione e la scarsità di lavoro hanno consolidato queste abitudini per la

professione. Ne discende un grave danno quando ciò diventa obbligo burocratico, rottura

radicale del rapporto di fiducia su cui la prestazione professionale si fonda.

La quantità e l’articolazione delle prestazioni che caratterizzano un progetto edilizio

tendono a marginalizzare sempre più la qualità architettonica per esempio le tendenze che

pretendono di regolare in modo automatico attraverso sistemi combinatori le scelte nei

concorsi di architettura assicurando così non l’obiettività ma l’esclusione di ogni

discussione intorno al senso ed alla qualità architettonica.

Mobilità, generazioni, sapere professionale.

Ci sono tre elementi determinanti per la trasformazione della figura professionale e sociale

dell’architetto negli anni futuri. Il primo è la mobilità. Sempre più le giovani generazioni

allentano il legame con le località di origine come campo di lavoro che si tratta della

41

necessità positiva di acquisire esperienze in condizioni culturali e di lavoro diverse. Questa

mobilità è, per ora, un’esperienza temporanea ma in futuro la prospettiva è che la carriera

di un architetto si possa svolgere in luoghi diversi per lunghi periodi.

Il secondo elemento è il rapporto di indipendenza generazionale. La generazione di

Gregotti ha guardato la precedente prendendo da essa una distanza critica che

manteneva una continuità culturale; quella ancora precedente aveva trovato

nell’opposizione ideale all’accademia la propria identità. La giovane generazione, invece,

sembra indifferente alle convinzioni e posizioni di quella precedente.

Il terzo elemento riguarda i metodi di trasmissione del sapere professionale che sembrano

non solo più incerti nella loro organizzazione istituzionale – universitaria ma anche più

esposti ad influenze informative esterne ad una specializzazione più spinta e ad una

costruzione della propria carriera fondata su un’accentuata preoccupazione di marketing.

Si assiste, inoltre, ad un certo indebolimento delle regole etiche che hanno governato la

professione. Alcuni indebolimenti sono imitativi della concorrenza, altri dipendono dalle

incertezze ideali esterne al lavoro dell’architetto.

Le organizzazioni professionali proprio nella prospettiva della trasformazione verso la

prestazione del servizio sembrano preoccuparsi di contenere gli squilibri prodotti dal

successo, di spartire in modo omogeneo gli incarichi e di costruire una difesa corporativa

della loro base. Questa è composta soprattutto in Italia da una popolazione con interessi

disomogenei e contrastanti proprio là si distaccano prestazioni di servizio del tutto nuove

dipendente e indipendenti, diversificati negli obiettivi, non regolabili nei termini tradizionali.

Da questo punto di vista ordini e collegi sono diventati organismi anacronistici rispetto alle

loro originali finalità disciplinari e devono essere profondamente riformati o del tutto

soppressi. Forse sarebbe necessario tornare alle accademie dove era lo stesso dibattito

disciplinare a testimoniare il livello di competenza come fondamento della trasformazione

necessaria delle idee assicurando la sedimentazione e l’accrescimento dei suoi membri.

Forse è necessario che la professione trovi le forme affinché la sua trasformazione in

prestazione di servizio anziché pura efficienza produttiva, anziché solo servire diventi

materiale di arricchimento delle qualità della propria pratica artistica che se seriamente

fondata costituisce sempre il miglior modo per divenire contributo critico anche al

rinnovamento dell’organizzazione sociale.

Questa operazione non è fattibile se non guardando l’architettura come servizio civile

ponendosi il problema del ruolo sociale della professione anche nelle diversità delle

condizioni in cui essa agisce. 42

Bisogna chiedersi qual è il compito dell’architetto in quelle società il cui sviluppo

vertiginoso ha messo in crisi gli ideali del moderno che pensava che la quantità come

egualitaria giustizia sociale potesse trasformarsi in qualità, quando invece i suoi principi

sono diventati periferia colonizzata e senza nome.

Per le domande vedi pag. 128. 43

CAPITOLO 11

INTERMEZZO SULLA PESANTEZZA E LA LEGGEREZZA

Sfida alla solidità.

La leggerezza sembra essere,con maggiore o minore continuità,un carattere

dell’architettura moderna.

Anziché fare appello all’idea della costruzione come solidità,essa diventa sfida alla solidità.

Si può parlare anche per il moderno,come per il gotico,di distinzione tra struttura e

riempimento invece che di continuità muraria bucata;anzi il muro del moderno si fa sempre

più sottile il più possibile sottile,diventa membrana,pura superficie di chiusura trasparente

che sottolinea la continuità di spazio fra esterno e interno.

Il sogno diventa potersi isolare dal mondo,osservarlo e anche farsi osservare,attraverso

l’intermediazione del vetro o della telecomunicazione;ridurre al minimo i contatti fisici.

Ciò che scompare è anche l’appoggio sul terreno o quanto meno si sottolinea la sua

eliminazione sul piano dell’espressione;la stessa idea della fondazione si trasforma in

astratto posizionamento.

In sostanza la leggerezza tende a trasformare l’edificio,quando questo è riconoscibile

come tale,in un’indicazione spaziale. Le terminazioni tendono ad essere del tutto

occasionali sia lateralmente,per ciò che consente il limite empirico dell’area,sia verso l’alto

dove non vi sono indicazioni di chiusura,né cornicioni,né variazioni,né gerarchie.

In alto l’edificio si confonde con il cielo.

Nella tradizione del moderno,quest’attitudine linguistica è accentuata da una grammatica

fondata sull’indipendenza dei piani che compongono la scatola muraria,sulla

smaterializzazione degli spigoli di connessione tra i piani che la definiscono,su un uso

ampio degli elementi a sbalzo anch’essi volti a sottolineare il ruolo formale indipendente di

ogni piano orizzontale.

Negli anni recenti si è compiuto un passo ulteriore che trasforma la tensione verso la

leggerezza e la trasparenza in una polemica contro la costruzione,la gravità,la

chiarezza,una polemica condotta sovente con gli strumenti impropri dell’arbitrarietà

linguistica puramente estetica.

Questo modo di pensare lo spazio risale all’inizio del secolo e alle esperienze delle sue

avanguardie artistiche;esso sembra aver preso slancio attraverso la rappresentazione

architettonica offerta dalle tecnologie informatiche.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Progettazione architettonica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Sulle orme di Palladio, Gregotti . con trattazione dei presenti argomenti: campo di lavoro architetto, Leon Battista Alberti, specialismi e complessità, idolatria dell’autore e principi del moderno, diventare architetto, relazione paesaggio ambiente storico – naturale


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di PROGETTAZINE ARCHITETTONICA 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Iuav di Venezia - Iuav o del prof Merlini Paolo.

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