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Il romanzo inglese

William Congreve, nella prefazione a L'incognita (1692), traccia le differenze tra romances e novels. I romances sono i poemi cavallereschi e la narrativa in prosa che ne condivide le caratteristiche (romanzi d'amore e d'avventura), e sono costituiti “dagli amori costanti e dal coraggio invincibile di eroi ed eroine, re e regine”, tutti personaggi di rango elevato; anche il linguaggio è alto, elevato, poiché racconta di eventi miracolosi, imprese impossibili, storie fantastiche che finiscono per sorprendere il lettore.

Tuttavia, finito il libro, questi eventi che prima lo avevano sorpreso, “lo fanno precipitare al suolo”, motivo per cui il lettore è costretto a convincersi di essersi divertito ed essersi addolorato al racconto di vicende che non sono altro che menzogne. I novels, invece, “sono di natura più familiare, stanno vicino a noi e ci mostrano vicende concrete, ci dilettano con casi e avvenimenti singolari, ma non del tutto insoliti o senza precedenti […] e non essendo molto lontani da quanto crediamo sia vero, rendono il piacere della lettura più vicino a noi”: si tratta di un nuovo genere letterario, che intrattiene il lettore raccontando vicende che, anche se possono avere qualcosa di straordinario, sono comprensibili, non lontane da ciò che il lettore vive; inoltre, il romanzo presenta al lettore dei personaggi grosso modo simili a lui, personaggi mortali, forse eccezionali e particolari per certi aspetti, ma che si scoprono importanti all'interno del mondo reale. Soprattutto il romanzo ci fa credere che le vicende narrate siano vere.

Aphra Behn e il primo romanzo inglese

È curioso che a definire la natura del romanzo e a scriverne uno (Congreve definisce la propria opera “a novel”, anche se si tratta più che altro di una novella “esotica”, ambientata a Firenze) sia stato un autore di teatro, William Congreve (1670 – 1729). Ma ancora più curioso è il fatto che il primo romanzo in lingua inglese, intitolato “Oroonoko”, sia stato scritto da Aphra Behn (1640 – 1689), anche lei autrice di teatro.

Suo padre era stato nominato governatore del Suriname, all'epoca un possedimento inglese nel Sudamerica tropicale, una terra caratterizzata da estese piantagioni di canna da zucchero e che rappresentava, dunque, un inferno per gli schiavi che vi lavoravano. Effray Johnson – questo il nome originario di Aphra – aveva seguito lì il padre, ma, alla sua morte, tornò in Inghilterra, dove sposò il signor Behn (da cui prese il nome), rimase vedova, divenne la spia di sua Maestà con il nome di Astrea, e iniziò a scrivere testi teatrali, riscuotendo anche un certo successo. Di lei parla con grande stima Virginia Woolf, che la ricorda come la prima donna che è riuscita a mantenersi da sola con il proprio lavoro di scrittrice.

“Oroonoko or the royal slave”, pubblicato nel 1688, è il romanzo in cui l'autrice fa una sintesi dei suoi ricordi del Suriname, dei feroci maltrattamenti subiti dagli schiavi, dell'ipocrisia dei loro cristianissimi padroni. Il romanzo si presenta come “a true history”, come la vera storia di Oroonoko, principe africano catturato e deportato in America, dove era stata deportata anche la sua innamorata (che poi sposerà).

A raccontare le vicende di Oroonoko, di per sé già così affascinanti che per divertire il lettore non c'era nessun bisogno di «aggiungere alcunché di inventato», è un'anonima giovane donna inglese che lo aveva conosciuto e che aveva potuto apprezzarne la nobiltà d'animo (un'anticipazione del mito del “buon selvaggio”); lei racconta del suo coraggio, delle sue imprese, della rivolta degli schiavi da lui promossa. Oroonoko verrà alla fine catturato e giustiziato brutalmente. “Oroonoko” non è tanto un romanzo, quanto una lunga novella o un romanzo breve, nonostante le caratteristiche della forma narrativa, che sa di memoriale, di diligente rapporto di fatti accaduti.

Che in realtà non sono mai accaduti, ma la peculiarità del romanzo è quella di presentare i fatti come se fossero veri. I fatti sono dunque racchiusi in un racconto di avvenimenti che – per quanto straordinari per ambientazione, protagonista e vicende stesse – appartengono al mondo reale. Senza altro l'ambiente è esotico, come lo sarà trent'anni dopo per il primo grande romanzo inglese, “Robinson Crusoe”: entrambi questi romanzi sono legati alla nuova realtà della potenza britannica, delle colonie, dei commerci, delle imprese coloniali ed economiche inglesi, delle nuove ricchezze. La grande protagonista di tutto questo era la borghesia, quella classe sociale che nel corso del '600, e poi in modo istituzionale con la Gloriosa Rivoluzione del 1688, aveva assunto un ruolo centrale nella società inglese.

Il romanzo inglese e la borghesia

In Inghilterra la nascita del romanzo e l'ascesa della borghesia sono due fenomeni fortemente legati tra di loro: non a caso il filosofo Hegel definiva il romanzo come “moderna epopea borghese”. Si può avere qualche riserva sulla tendenza a far nascere il romanzo con il romanzo inglese nel '700; si può anche constatare che vi erano state delle forme di narrazione precedenti fatte da personaggi per certi versi un po' diversi da quelli del romanzo, ma che avevano anche qualche affinità.

In ogni caso, non possiamo dubitare sul fatto che i valori espressi dai romanzieri inglesi del '700 fossero i valori della classe borghese e che il realismo (“true story”) dei loro romanzi era perfetto per il pubblico, che si aspettava di essere intrattenuto da storie che potessero essere vere, radicate nel mondo in cui stavano vivendo, che potessero avere come personaggi dei tipi vicini alla loro esperienza, che esprimessero la loro morale.

Dunque al suo nascere il romanzo inglese non parlerà di re e regine, ma della vita di tutti i giorni, non userà un linguaggio elevato, ma sfrutterà la ricchezza del linguaggio quotidiano, non narrerà storie stupefacenti (ex. cicli dei poemi cavallereschi), ma, come dice il sottotitolo, “a true story”, raccontate come se fossero realmente accadute. In questo modo il lettore viene catturato e attirato dentro le storie, e le percepisce come facenti parte del mondo in cui vive: le vicende non appartengono al vissuto del lettore, ma potrebbero essere state vissute da uomini e donne del suo tempo e della società a lui contemporanea.

Michail Bachtin, filosofo e critico letterario russo, nel saggio “Sulla metodologia dello studio del romanzo”, scrisse che «il romanzo è il genere letterario contemporaneo che per sua natura costantemente muta e si rinnova con il mutare del tempo storico e si apre alla realtà contemporanea per darsi nuove forme che ad essa corrispondono». Si tratta cioè di un genere in divenire: non esiste un canone preciso del romanzo, ma viene costantemente reinventato.

Il romanzo e il realismo

I romanzieri inglesi del '700, dunque, raccontano la vita e le avventure di un personaggio reale, che appartiene al mondo contemporaneo e che vive vicende percepite come vere (tant’è che, per esempio, il narratore Defoe dice “io”: io Robinson, io Moll Flanders, etc; invece, Richardson si presenta come il curatore delle lettere e delle pagine di diario della cameriera Pamela nell’omonimo romanzo e poi di Clarissa). Romanzo e realismo paiono presentarsi come due termini inscindibili, anche se non sempre coincidono (d’altronde il romanzo è cambiato profondamente nel corso degli anni, e la sua forma è diventata sempre più ricca e articolata: questo probabilmente per rispecchiare una realtà che andava facendosi man mano più complessa).

Tutti i primi romanzi inglesi si presentano come histories, non come stories: a differenza delle stories, che sono il racconto di fatti inventati, le histories rappresentano il racconto di fatti veri. Già Richardson, autore di “Pamela” e “Clarissa”, si poneva il problema: se racconto fatti veri, non sono un romanziere, ma un giornalista; se suggerisco al lettore che la storia raccontata è frutto di fantasia, allora il romanzo non può essere il racconto di fatti realmente accaduti.

Oggi questo problema non si pone più, perché per noi il romanzo è fiction: è una parola inglese che ha perso il suo significato originario di finzione, falsità, e ha assunto il significato di creazione letteraria. Attraverso l’invenzione romanzesca, a cui il lettore crede anche se non vi crede, l’autore racconta al lettore che così è la vita. È vero che quei fatti non sono realmente accaduti, ma questo non ha importanza, perché potrebbero accadere.

Il pubblico del romanzo inglese

Dato che gli scrittori scrivevano per guadagnare, per vivere di letteratura era necessario soddisfare il pubblico di lettori. Non è semplice stabilire quale fosse il livello di alfabetismo nell'Inghilterra del '700: all'epoca i romanzi costavano molto, quindi erano appannaggio di una parte ristretta della popolazione, in particolare le donne della upper/middle class, che restavano più tempo a casa. Il romanzo rappresentava per le dame e le loro cameriere personali un motivo di interesse perché parlava del presente, del mondo reale: non si trattava di personaggi mitologici, di letteratura greca, latina o italiana, quindi non si richiedeva un grande livello culturale, ma solo di saper leggere.

Daniel Defoe (1660 – 1731)

Scrittore e romanziere, Daniel Defoe era l’incarnazione dello spirito borghese nella sua originale versione rivoluzionaria: egli era a favore della sovranità popolare e dell’uguaglianza tra uomini e donne, e sosteneva che le differenze tra uomo e donna siano dovute a delle imposizioni di natura culturale e che non ci fosse alcun fondamento oggettivo della supremazia dell’uomo sulla donna. Credeva che le proteste contro gli immigrati fossero miopi e meschine, poiché essi rappresentavano forza-lavoro per l’Inghilterra ed erano portatori di conoscenze, e che i poveri delinquono non perché sono malvagi, ma perché sono indotti dal bisogno: egli diceva che l’uomo non è ricco perché è onesto ma è onesto perché è ricco. Inoltre, secondo Defoe, l’istruzione è fondamentale per tutti e doveva andare al di là del censo.

Defoe era dunque un “dissenter”, cioè colui che dissentiva in materia liturgica e ideologica dalla Chiesa Anglicana: in quanto tale, gli erano negati gran parte dei diritti civili. Era un uomo dotato di grande ironia, tant’è che scrisse un pamphlet, un piccolo opuscolo intitolato “The shortest way with dissenters”, in cui proponeva la soppressione di dissenso e dissenzienti; ovviamente si trattava di una proposta ironica, forse troppo ironica, tanto che venne prima redarguito e poi messo alla gogna non solo dalle autorità anglicane, ma anche dai dissenters stessi, che non lo avevano capito.

Londinese, era figlio di un macellaio, per un certo periodo fu un commerciante, viaggiò molto in Europa, probabilmente anche in Italia e fu una spia (era stato mandato a raccogliere in giro per la Gran Bretagna delle informazioni politiche per conto di un primo ministro inglese); allo stesso tempo, scrisse migliaia di pagine sugli argomenti più disparati, per i quotidiani e i giornali in generale. Il filo rosso di questa sua estesa produzione è la promozione dei valori borghesi: Defoe è l’apostolo dell’egos capitalista. Egli credeva nel corollario del capitalismo: intendeva abbattere il privilegio di classe e voleva che il merito fosse premiato; auspicava la creazione di un nuovo ordine sociale che avesse alla base i valori morali espressi dalla figura del merchant (= borghese).

Robinson Crusoe

Questa idea di Defoe si ritrova nel suo romanzo Robinson Crusoe (1719): è la storia di un naufrago, sopravvissuto al naufragio della sua nave, che viene trascinato dalle onde sulle rive di un’isola deserta. Robinson è la quintessenza dell’homo economicus, colui che è definito da ciò che possiede: prima che la nave, arenata vicino alla riva, affondi del tutto, Robinson porta via tutto ciò che riesce a portare, comprese le 36 sterline che trova nella cassaforte, anche se sa che non gli serviranno a nulla, e fa un elenco dettagliato di tutto ciò che ha recuperato e un inventario di tutti i suoi beni (“io sono quello che posseggo”).

Robinson rischia di annegare, viene catturato dai pirati e tenuto in schiavitù per due anni, sopravvive tra mille avversità, si trova a combattere contro dei cannibali e contro i marinai della nave inglese che approda sull’isola, con la quale poi riuscirà a tornare in Inghilterra. Alla fine, diventerà un ricco proprietario di piantagioni e schiavi nel Nuovo Mondo. Robinson narra ciò che gli è accaduto in prima persona: sin dalla prima pagina egli vuole che il lettore sappia che si tratta di una storia vera (per questo parla di “history”, non di “story”).

Defoe aggancia la propria storia a un fatto realmente accaduto nell’Inghilterra dell’epoca a un tale Alexander Selkirk, che aveva vissuto un’esperienza simile a quella di Robinson, esperienza che aveva trovato voce in giornali e altri testi. Questo però è solo il punto di partenza, il resto è tutto frutto della fantasia di Defoe: egli scrive la supposta autobiografia di Robinson per far sì che il lettore si immedesimi nelle vicende di Robinson, ma soprattutto per dare al lettore degli insegnamenti. Defoe tiene presente la vasta letteratura protestante, che molto spesso, attraverso il racconto biografico, offre al lettore un avvertimento.

Il linguaggio usato da Robinson è un linguaggio nuovo: si tratta del linguaggio usato dai predicatori, dai giornalisti, dai commercianti, coloro che si rivolgevano a un pubblico di artigiani, commercianti e borghesi. È un linguaggio popolaresco, l’inglese parlato; la sua narrazione ha una concretezza affidata a delle parole che il lettore di allora poteva riconoscere e comprendere senza sforzo. Fu questo che determinò il grande successo di pubblico riscosso da Defoe, non solo con Robinson Crusoe, ma anche con gli altri suoi romanzi.

Il fascino del racconto stava nel fatto che Robinson è solo per 12 anni su un’isola deserta e nonostante questo riesce a sopravvivere, creando delle condizioni di vita civili: ad esempio, il lettore riconosce come civiltà il fatto che l’indigeno dell’isola vicina che Robinson salva dai cannibali diventa suo schiavo. Robinson è l’esempio di ciò che un uomo borghese è capace di fare da solo.

Moll Flanders

The fortunes and misfortunes of the famous Moll Flanders è un altro romanzo di Defoe, che mostra ciò che una povera fanciulla può fare all’interno della nuova società borghese, nella quale la povertà è vista come un peccato e in cui dal denaro dipende la salvezza o la dannazione di un uomo. Moll Flanders è una fanciulla che vive a Londra e pecca di povertà. Sua madre era stata condannata a morte per aver rubato 3 pezzi di stoffa, ma, poiché era incinta, la pena era stata sospesa e, una volta partorita la bambina, era stata deportata in America per lavorare nelle piantagioni. Aveva quindi dovuto abbandonare la figlia Moll a Londra, dove, dopo varie vicissitudini, viene affidata a una “brava donna”, che istruiva le ragazze a diventare delle buone domestiche.

Tuttavia, Moll non ha alcuna intenzione di fare la domestica; quando la sua educatrice le chiede cosa vuole diventare, lei afferma di voler diventare una gentildonna (Richardson, vent’anni dopo, in Pamela, sarebbe riuscito a immaginare, attraverso l’invenzione romanzesca, un movimento sociale; tra l’altro Defoe probabilmente leggeva racconti di malavita, cioè le trascrizioni dei processi dei criminali nelle prigioni inglesi tra il '500 e il '600, che venivano venduti come piccoli racconti per intrattenere).

Paradossalmente, costretta dalle necessità, Moll diventa ladra e prostituta: ha 5 mariti, uno dei quali è suo fratello. La vita di Moll, una vita dedita al vizio, al crimine e al peccato, si conclude con la libertà e il benessere: la stessa Moll si chiede come mai la provvidenza sia stata così generosa nei suoi confronti, proprio come Robinson alla fine del romanzo: egli conclude che la provvidenza ha tante vie e queste vie sono imperscrutabili. In questo atteggiamento non si può non scorgere la teoria della predestinazione e della grazia, tipica dei dissenters, che la ereditavano dai calvinisti. Moll è un personaggio che affascina il lettore come affascina gli uomini che seduce nel romanzo: lei usa tutto quello che ha, il suo corpo, la sua bellezza, come un operaio usa le sue braccia, per sopravvivere e per non diventare proprietà di un uomo.

Roxana e altri romanzi di Defoe

Questo vale anche per un altro romanzo di Defoe, “Roxana or the fortunate mistress” (1724), la cui protagonista, lady Roxana, non parte dal basso come Moll, ma sposa un uomo molto ricco, che però sperpera subito tutta la sua fortuna, dopodiché la abbandona.

Altri romanzi di Defoe: Colonel Jack, Captain Singleton, A Journal of Plague Year (resoconto di un londinese sull’epidemia di peste avvenuta 60 anni prima).

Leggendo i romanzi di Defoe, tuttavia, il lettore vede i personaggi disperarsi, ma non riesce a capire perché: la psicologia del personaggio in Defoe è praticamente inesistente. Ciò non toglie che i personaggi siano comunque vivissimi e ugualmente veri.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AlessiaC18 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Rizzardi Biancamaria.
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