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La globalizzazione economica e finanziaria e i suoi effetti sul sistema economico sociale

Significati della globalizzazione

  • Facilità degli scambi di merci e servizi e dei movimenti dei fattori produttivi: ciò è dovuto alla forte diminuzione dei costi di trasporto aereo e per quanto riguarda la vendita di servizi allo sviluppo dell’informatica e la comunicazione elettronica.
  • Globalizzazione dei mercati finanziari.
  • Globalizzazione con la rivoluzione informatica (internet, comunicazione elettronica).

La globalizzazione dei mercati riguarda la facilità dei movimenti di capitali, grazie ai processi di finanziarizzazione dell’economia mondiale e ai moderni sistemi informatici e della comunicazione elettronica, che rende questi movimenti più rapidi e difficili da controllare, e all’innovazione finanziaria che ha creato nuovi strumenti (fondi, derivati, opzioni,…). Tutti contribuiscono all’espansione incontrollata dei mercati.

Secondo il premio Nobel Tobin, non è saggio, prudente e opportuno lasciare una completa libertà, e bisogna cercare di rallentare l’attività delle multinazionali e questo può essere fatto con la tassazione dei profitti derivati dai movimenti speculativi di capitali, al fine di scoraggiarle, e introdurre controlli diretti su tali movimenti attraverso strumenti informatici. Tutto ciò per evitare destabilizzazioni dei mercati finanziari e sventare probabili azioni terroristiche sulla borsa.

Globalizzazione e politica economica

La dimensione di tale fenomeno non è maggiore di quelle del XIX secolo. Quasi sempre la globalizzazione viene paragonata al liberismo economico, ma la globalizzazione, dando luogo alla creazione di un mercato mondiale unificato, pone dei vincoli molto stretti alle politiche economiche dei Paesi o addirittura li inibisce completamente. Tuttavia, ciò può essere smentito dicendo che i Paesi non hanno modificato le loro politiche commerciali. Un passo importante è stato la globalizzazione degli scambi di merci soprattutto tra Paesi industrializzati come l’UE, anche se è ancora tanto presente il protezionismo in diversi settori, e ciò rappresenta qualcosa di diverso da un processo di unificazione.

Anni '90: evoluzione dell'economia americana e mondiale

Dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza e la loro maggiore preoccupazione è l’instabilità di aree strategicamente importanti. La loro intromissione fa crescere il terrorismo come strumento di lotta di piccoli stati con gli Stati Uniti e altri Paesi Occidentali, che hanno come obiettivo il controllo del petrolio e altre materie prime. Anche nel campo militare, gli Stati Uniti sono imbattibili e la NATO cerca di espandersi per realizzare un controllo politico e militare dei Paesi aderenti e scovare il nemico che col tempo è diventato difficile da individuare. È una superpotenza anche dal punto di vista economico con quasi la piena occupazione delle persone e la possibilità di attirare grandi cervelli presso di sé ed aumentare la new economy.

Incolpare gli Stati Uniti e i Paesi industrializzati in via di sviluppo è semplicistico oltre che falso. Ci sono molti Paesi come Iran e Iraq o India e Pakistan in conflitto tra di loro che causano loro i loro mali. Inoltre, il progresso degli anni '90 in comunicazione elettronica e nelle diverse forme, ha avvantaggiato i Paesi industrializzati perché in essi si sono creati questi prodotti e inoltre perché i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di case, strade, reti idriche, fognature e non di telefoni o posta elettronica.

Euro e dollaro nel contesto della globalizzazione

La globalizzazione degli anni '90 è stata usata come argomento per affermare la necessità, per i Paesi Europei e per l’Italia in particolare, di ridimensionare lo Stato sociale (pensioni, prestazioni sanitarie), di privatizzare le imprese pubbliche, rendendo più flessibile il lavoro. Queste politiche accrescono la competitività dell’economia e sono utili in un mondo globalizzato in cui il protezionismo non è possibile.

Disavanzo commerciale degli Stati Uniti e il ruolo dei mercati finanziari

Negli Stati Uniti lo Stato sociale è molto limitato, ma non per questo il sistema economico è il più competitivo, con una bilancia commerciale negli ultimi 30 anni sempre in disavanzo. Nonostante la globalizzazione e il WTO, il protezionismo resta elevato ma non riguarda i movimenti di capitali. Il disavanzo è finanziato dall’afflusso di capitali dall’estero, sia sotto forma di titoli del tesoro da acquistare da parte dei non residenti, sia di acquisto azioni di imprese americane. Ciò avviene per interessi più elevati e per i dividendi elevati.

Il funzionamento attuale dei mercati finanziari americani favorisce la distribuzione di dividendi elevati, e questo insieme all’innovatività e l’espansione della new economy ha determinato questi afflussi soprattutto nel 2000. Mentre dal 2001 ad oggi tali acquisti per i residenti, in titoli del tesoro americano, sono stati nulli.

Uno dei primi strumenti per combattere il disavanzo fu il protezionismo con i dazi e limitazioni volontarie delle esportazioni da parte di altri Paesi. Poi è stata usata la politica monetaria: gli interessi aumentano, più capitali esteri per finanziare il disavanzo (crowding in), infine, la svalutazione del tasso di cambio: il dollaro si è svalutato del 30% sull’euro, ma nonostante ciò il disavanzo è aumentato. Ma questa situazione non dovrebbe dare sfiducia al dollaro? Dal momento che gli Stati Uniti possono mettere in atto qualsiasi strumento della politica economica, mentre i Paesi europei non sono in grado di farlo, per questo il dollaro continua ad esercitare il suo ruolo di valuta internazionale.

Si potrebbe anche cercare di aumentare le esportazioni, ma si è visto che gli Stati Uniti preferiscono vendere all’interno del Paese invece che esportare. In questa situazione neanche una forte svalutazione del tasso di cambio del dollaro è in grado di rendere tali prodotti competitivi.

Se esaminiamo il meccanismo di sviluppo dell’economia americana gli ingredienti essenziali sono: l’enorme spesa pubblica nella ricerca militare, che ha consentito il traboccamento del settore civile dei prodotti della comunicazione elettronica; il boom dei mercati finanziari, che ha fatto aumentare l’effetto ricchezza il valore delle azioni. Ciò ha consentito un forte aumento dei consumi, finanziato largamente mediante indebitamento. Il basso tasso di risparmio e l’enorme deficit della bilancia commerciale sono stati compensati dall’afflusso di capitali esteri attratti dal boom della borsa e dei titoli della new economy in particolare, e dai tassi di interesse più elevati da quelli europei. Però, potrebbe avvenire in qualsiasi momento la crisi del dollaro e dovrebbe determinare una fuga di capitali dal dollaro all’euro.

Una grande pressione sull’euro potrebbe determinare una forte rivalutazione, che la BCE potrebbe contrastare solo immettendo moneta nel sistema economico internazionale. Ma ciò potrebbe esporre l’area euro a rischi inflazionistici o deflazionistici a causa degli afflussi o deflussi di capitali. Perché l’euro affianchi il dollaro bisogna che la BCE e i governi accettino che l’area euro abbia un deficit consistente della bilancia dei pagamenti, però ciò contrasta con i principi dell’UME.

Gli Stati Uniti utilizzano tutti gli strumenti di politica economica in tutte le direzioni, invece, i Paesi dell’area euro non usano tali strumenti affidandosi a regole automatiche come quelle di Maastricht e al ruolo di gestore di politiche monetarie della BCE in funzione solo della stabilità dei prezzi. Tutto ciò fa capire la potenza del dollaro. Bisognerebbe che l’UME utilizzi tali strumenti anche per conseguire lo sviluppo, l’occupazione, una distribuzione equilibrata del reddito.

Crescita economica e disavanzo estero: alcune riflessioni

Sull'economia degli Stati Uniti

L’evoluzione delle principali grandezze macroeconomiche e del disavanzo commerciale degli Stati Uniti dagli anni Settanta ad oggi è un vero e proprio enigma. Se consideriamo l’evoluzione dell’economia americana dagli inizi degli anni Settanta del secolo scorso ad oggi, rileviamo che le principali grandezze macroeconomiche (il PIL, la produttività del lavoro, gli investimenti, l’inflazione) hanno avuto evoluzioni diverse. Una grandezza però ha caratterizzato sempre lo sviluppo dell’economia americana in tutti questi anni: il disavanzo della bilancia commerciale.

È vero che il disavanzo commerciale in alcuni anni è stato più basso e in altri più alto, però non si è mai trasformato in pareggio (l’unica eccezione è l’anno 1991). Dal 1999 al 2004, mentre il tasso di crescita del PIL e della produttività del lavoro mostrano un andamento variabile, il disavanzo della bilancia delle partite correnti in percentuale del PIL cresce costantemente, tranne la lieve diminuzione nel 2001, che è un anno di recessione.

È interessante considerare l’evoluzione del deficit pubblico americano in percentuale del PIL, con riferimento alla teoria del twin deficit (disavanzi gemelli o doppio disavanzo), secondo cui il disavanzo pubblico sarebbe la causa principale del disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti. Anche la teoria del doppio disavanzo appare poco convincente.

Gli Stati Uniti vivono al di sopra dei propri mezzi e continuano ad indebitarsi con il resto del mondo a ritmi sempre più elevati. Gli Stati Uniti spendono molto più di quanto producono. Ciò significa che vi è un eccesso di importazioni sulle esportazioni.

Nel 1987 il deficit raggiunse un picco del 3,4% come quota del PIL e, dopo una forte svalutazione del dollaro, che stimolò le esportazioni e compresse le importazioni, si ridusse quasi a 0. Ma subito dopo, dal 1988, il deficit ha preso ad aumentare. La forte svalutazione del dollaro, che si è verificata a partire dal 2002, non ha corretto per nulla il disavanzo corrente, che ha continuato ad aumentare costantemente anno per anno.

I disavanzi commerciali sono sempre uguali alla differenza tra il risparmio nazionale e gli investimenti. I deficit sono la conseguenza di un aumento eccessivo degli investimenti o di una diminuzione del risparmio. Il Governo, quando aumenta in maniera eccessiva la spesa pubblica e/o diminuisce le imposte, genera un disavanzo fiscale, cioè un disavanzo pubblico, che stimola i consumi e/o gli investimenti a seconda delle specifiche misure di politica fiscale adottate: stimola in ogni caso la domanda interna, e ciò fa crescere il deficit commerciale.

Le svalutazioni del dollaro, che si sono verificate nel tempo, non sono mai riuscite ad eliminare il deficit commerciale e negli anni sono risultate uno strumento sempre meno efficace nel ridurlo.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher siyalu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Teramo o del prof Meliciani Valentina.
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