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Filologia germanica

Introduzione al concetto di filologia germanica

Filologia significa 'amore per la parola scritta'; germanica si riferisce ai popoli germanici. In questo concetto di germanico c'è tanto di ricostruito. Queste popolazioni parlavano una lingua comune, prima che ci fosse un disgregamento. Il germanico è una lingua ricostruita, ad opera di studiosi e linguisti dall'Ottocento, attraverso metodi simili a quelli dell'archeologia sui manoscritti. Questa lingua comune ha dato origine ad un intero ramo di lingue, quelle germaniche, tra quelle moderne più conosciute ci sono inglese, tedesco, olandese, norvegese, svedese, danese, islandese, yiddish, ecc.

Caratteristiche linguistiche e distribuzione geografica

Queste lingue tradiscono ancora oggi delle isoglosse, delle caratteristiche linguistiche in comune, un po' come il francese con italiano e spagnolo. La particolarità è che il germ. comune non ha delle attestazioni archeologiche, perché i Germani non avevano una cultura scritta e la assumono quando vi erano già molte comunità differenziate tra loro e avevano perso l'identità unitaria. Avevano però un sistema di scrittura epigrafico (rune).

Queste popolazioni venivano dalla cosiddetta "cerchia nordica" - ipotesi non accettata all'unanime - che comprendeva gli attuali paesi della Danimarca, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi. Hanno poi cominciato a diffondersi in altre zone, a sud, a est e ovest. Al sud si scontrano con il potente Impero Romano, dando vita a secoli di scorrerie e battaglie, portando alla costruzione del limes.

Fonti storiche: Cesare e Tacito

I primi a riportare informazioni sui Germani sono Tacito e Cesare. Cesare ne ha una conoscenza diretta (le Guerre galliche), distingue quelle germaniche dalle popolazioni celtiche. Infatti, nel De bello gallico (52 a.C.), dice che i Celti, in un determinato periodo, erano più forti dei Germani. Cesare si ritrova ad avere a che fare con i Germani in maniera accidentale (le guerre con Ariovisto) e annota sul suo diario di viaggio molte informazioni sulla loro cultura.

Tacito, nella sua Germania (98 d.C.), contrariamente a Cesare, riporta informazioni sui Germani senza esperienze dirette. Attraverso l'interpretatio romana, parla degli usi di questi popoli e si sofferma in particolare sui riti religiosi. L'interpretatio faceva in modo che alcuni elementi di una cultura straniera venissero raccontati attraverso il filtro della propria cultura, per cui il dio principale non era Wotan ma Mercurio, accomunati da caratteristiche ritenute dall'autore molto simili. Tacito parla prima di una serie di usanze, poi passa a parlare dei diversi popoli.

Descrizioni e interpretazioni di Tacito

Il desiderio di Tacito era quello di descrivere un popolo diverso da quello romano, mescolando sdegno e ammirazione. Un elemento che lo ha colpito particolarmente è il forte legame di fedeltà tra capo e vassallo, elemento che non ritrova più nella società decadente e corrotta in cui vive, quella romana. Tacito individua nei Germani una serie di valori arcaici che ormai Roma ha perso, e sono questi elementi che, secondo lui, costituiscono la vera minaccia. I Germani non si sono mai mescolati, non hanno mai costituito regni ma sono rimasti sostanzialmente in uno stato tribale.

Questo è un elemento, per Tacito, molto negativo. Roma stessa è il frutto di continue ibridazioni con altre popolazioni italiche. Paradossalmente, questo elemento negativo, è stato poi sfruttato dalla propaganda nazista che inneggiava al mito della "razza pura". I Germani, è stato dimostrato da alcuni studiosi, sono più che altro un'unità culturale più che etnica, perché rappresentavano una minaccia per i Romani.

Dettagli sulla cultura e società germanica

Tacito dà informazioni sulla loro collocazione geografica e in un passo della sua Germania dice:

4. Personalmente inclino verso l'opinione di quanti ritengono che i popoli della Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente, con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d'intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all'assalto. Non altrettanta è la resistenza alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo.

Li descrive come delle bestie, sono imponenti ma sono bravi solo a combattere. Non dice molto del loro modo di combattere.

Armi e tattiche militari

6. Neppure il ferro abbonda, a giudicare dal tipo di armi. Pochi usano spade e lance d'una certa lunghezza: portano delle aste o, per dirla col loro nome, delle framee, dal ferro corto ma tanto aguzze e maneggevoli che possono impiegare la stessa arma, secondo occorrenza, in combattimenti da vicino e da lontano. Anche i cavalieri si limitano ad avere scudo e framea; i fanti lanciano anche proiettili, molti ciascuno, e li scagliano a grande distanza, a corpo nudo o coperti d'un mantello leggero. Non ostentano ornamenti militari; soltanto gli scudi li tingono di colori vistosi. Pochi indossano corazze, pochissimi poi un elmo di cuoio o di metallo. I cavalli non spiccano né per bellezza né per velocità. Neppure li addestrano a fare volteggi, come da noi: portano i cavalli in linea retta o fanno eseguire loro una conversione a destra con un allineamento così compatto che nessuno resta indietro.

Ad una valutazione globale, è più forte la fanteria; e per questo combattono mescolati, perché si uniforma armonicamente alla battaglia equestre la velocità dei fanti, scelti fra tutti i giovani e disposti in prima fila. Anche il loro numero è prestabilito: cento per ogni distretto, e appunto questo è il nome che li indica fra loro, sicché quello che dapprima era un numero diventa un titolo d'onore. La schiera si dispone a cunei. L'indietreggiare, purché si contrattacchi, lo considerano saggia tattica piuttosto che segno paura. Anche nelle battaglie d'esito incerto, portano indietro i corpi dei caduti. L'onta peggiore è abbandonare lo scudo e a chi così si sia disonorato non si concede più di presenziare ai riti o di intervenire alle assemblee, tanto che molti scampati alla guerra posero fine al loro disonore con un laccio al collo.

Valori e organizzazione sociale

Tacito sembra criticarli, ma in realtà li ammira per la loro scarsa vanità, perché non tendono alla bellezza ma alla forza (alludendo ai Romani, che invece tendono a fare il contrario). In un altro passo si legge:

7. Scelgono i re per nobiltà di sangue, i comandanti in base al valore. I re non hanno potere illimitato o arbitrario e i comandanti contano per l'esempio che danno, non perché comandano, facendosi ammirare, se sono coraggiosi, se si fanno vedere innanzi a tutti, se si battono in prima fila. D'altronde, mettere a morte, imprigionare, sferzare è concesso solo ai sacerdoti e ciò non per punizione o per ordine del comandante, ma come per imposizione del dio che credono presente fra i combattenti. Portano in battaglia immagini di belve e simboli divini tratti dai boschi sacri, e - cosa che più d'ogni altra sprona al coraggio - la formazione di uno squadrone di cavalleria o di un cuneo avviene non per casuale raggruppamento, ma in base alle famiglie e ai clan; i loro cari stanno nei pressi, da dove possono udire le urla delle donne e i vagiti dei bambini. Questi i testimoni più sacri; da loro la lode più ambita: presentano le ferite alle madri, alle mogli, che hanno l'animo di contarle e di esaminarle; ed esse recano ai combattenti cibi ed esortazioni.

14. In battaglia poi è disonorevole per un capo lasciarsi superare in valore ed è disonorevole per il seguito non eguagliare il valore del capo. Inoltre costituisce un'infamia e una vergogna, che dura per tutta la vita, tornare dal campo di battaglia, sopravvivendo al proprio capo: difenderlo, proteggerlo, attribuire a sua gloria anche i propri atti di valore è l'impegno più sacro: i capi combattono per la vittoria, il seguito per il capo. Se la tribù in cui sono nati intorpidisce nell'ozio di una lunga pace, molti giovani nobili raggiungono volontariamente le tribù che al momento sono impegnate in qualche guerra, sia perché la gente germanica non ama la pace, sia perché più facilmente si acquista fama in mezzo ai pericoli, e si può mantenere un grande seguito solo con la forza e la guerra. Dalla generosità del capo pretendono quel cavallo adatto alla guerra o quella cruenta framea vittoriosa; infatti cibo e imbandigioni, non raffinati ma abbondanti, valgono come paga. I mezzi per largheggiare in doni derivano dalle guerre e dai saccheggi. È ben più difficile indurli ad arare la terra e ad aspettare il raccolto dell'anno che a provocare il nemico e a guadagnarsi ferite; pare anzi loro pigrizia e viltà acquistare col sudore quanto possono avere col sangue.

Il mondo guerriero germanico

Tacito dice cose qui molto importanti. Ci fa immaginare un mondo guerriero differente da quello solito del mondo antico. Tra il capo e il vassallo vi è un grande legame di fedeltà. Il sovrano funge da esempio da seguire e si dimostra riconoscente con il guerriero con i doni, e il guerriero, a sua volta, si impegna a difenderlo (principio della Gefolgschaft). È un aspetto della società che si trova spesso in molte formule della poesia germanica medievale (es. Beowulf). La cosa più brutta per un guerriero è non avere un capo, e se egli sopravvive ad una battaglia lasciando morire il capo è ritenuto ignobile. Le loro ricchezze sono frutto di saccheggi e non sono frutto del loro sudore.

Tradizioni e scrittura runica

Tacito fa riferimento ad alcuni canti che venivano trasmessi oralmente nei secoli. I Germani in realtà avevano una cultura scritta, quella delle rune. Per gli studiosi hanno origine greca, per altri latina o nord-italica (iscrizioni alpine tra il IV e il III sec. a.C, area retica): quest'ultima è l'ipotesi più accreditata. Le rune sono dei segni alfabetici, perché a un segno grafico corrisponde un fono. Si usa però il termine "serie" runica, perché non è costruita come l'alfabeto latino di a, b e c etc. È denominata fuþarc, facendo riferimento ai primi segni della successione. Il termine runa è presente in tutte le lingue germaniche ed è collegato etimologicamente a -run, 'bisbigliare' (vd. ted. rauen, 'bisbigliare'). Questo infondeva alla scrittura una natura quasi magica, spirituale, e la riservava ad una cerchia scelta di destinatari. Per la tradizione nordica, le rune hanno addirittura origine divina (mito di Odino che si sacrifica all'Yggdrasil).

Nella serie più antica del fuþarc vi erano 24 segni, che si dividono in 3 gruppi da 8, e ciascun gruppo si chiama "ætt" (pl. ættir). Questa successione di segni è attestata in epigrafi tra il V e VI sec. d.C, ritrovate in luoghi diversi e risalenti a diverse epoche (es. Masso di Kylver). Poiché sono incise sul legno, metallo, pietra o osso di animale, assomigliano a delle linee rette. I reperti in legno sono poco numerosi perché questo è un materiale fibroso e deteriorabile. Le rune possono essere scritte in tutte le direzioni. Se si pensa al verbo ing. write (it. 'scrivere'), questo in passato significava 'incidere'. È possibile che queste incisioni venissero successivamente dipinte con colori, soprattutto il rosso.

Il fenomeno runico

Il fenomeno runico è cominciato probabilmente non prima del II sec. d.C (le prime attestazioni, però, risalgono al IV sec.), soprattutto in area scandinava, in particolare Norvegia e Svezia meridionale e Danimarca. Nell'arco di circa 1500 anni di produzioni, sono stati ritrovati ca. 6500 iscrizioni runiche (Svezia 3600, di cui 1500 nell'Upplönd, Norvegia 1600, Danimarca 850, Groenlandia 100, Islanda 96, Inghilterra ca. 90, Germania 80, Frisia ca. 90). È probabile in Germania queste iscrizioni siano state distrutte perché considerate pagane. Alcune iscrizioni sono incomprensibili persino per gli studiosi, in quanto riportanti delle formule magiche.

Importanti iscrizioni runiche

Tra le iscrizioni runiche più antiche e interessanti c'è quella di raunijaR ('che saggia'), ritrovata su una punta di lancia in Norvegia; tilardis ('che colpisce'), ritrovata nell'attuale Ucraina; sutil, dal Brandeburgo. Erano scritte su lance usate non per la guerra ma per scopi rituali. Uno dei gesti che dava inizio alla battaglia era lo scuotere la lancia. È caratteristico della tradizione runica più antica quella di essere effettuata su oggetti piccoli e non destinati all'uso rituale. Su un pettine di osso in Danimarca c'è scritto harja, probabilmente il nome del proprietario. Altri oggetti che presentano iscrizioni sono spade, fibbie. Il Collare di Pietroasa, ritrovato in Romania e risalente al 250 d.C, probabilmente apparteneva al tesoro di un re. Sulla base delle trascrizioni fatte prima del suo danneggiamento, si è arrivata alla sequenza gutaniowihailag. Secondo alcuni studiosi si può dividere in:

  • Gutani (dei Goti)
  • O (odan, runa della proprietà privata)
  • Wih (sacra)
  • Hailag (sacra) ('proprietà dei Goti sacra e inviolabile', è la proprietà di un re in quanto rappresentante di un popolo)

Per altri studiosi è:

  • Gutani - iowi - hailag ('consacrato al Giove dei Goti', il che alluderebbe ad un Giove come il dio principale dei Goti)

Altre testimonianze runiche

I Goti sono una popolazione di probabile origine scandinava, discesa nel continente fino a formare un regno indipendente sul Mar Nero e successivamente nell'attuale Romania. Altra testimonianza è il Corno d'oro di Gallehus, dallo Jutland (Danimarca), risalente al 500 d.C, perduto in quanto fuso e pervenutoci su un disegno che lo ritrae. Si tratta di un corno potorio, quindi usato in determinati rituali. Questo corno avrebbe avuto un'iscrizione (ek hlewagastiR holtijaR horna táwi) e figure ritraenti animali, uomini con archi e altre scene di caccia. L'iscrizione può essere tradotta così: 'io Hlegawastir figlio di Holti feci il corno', è la firma dell'artigiano che l'ha costruito. Vi sono anche dei segni di allitterazione (nei suoni [h]). Simili firme si trovano abbastanza frequentemente, come nella Scatola di Stenmagle, dove si legge hagiradaR tawide ([questa scatola] Hagiradar fece). In alcuni casi, questa firma può espandersi, ad esempio nell'Amuleto di Lindholmen, dove si legge ek erilaR sawílagaR háteka | | aaaaaaaaRRRnnn x bmuttt alu ('io mi chiamavo Erilar Sawilagar'). Vi è poi una sequenza misteriosa che non ha alcun significato. Erilar indica una professione (in ted. Runenmeister, 'maestro delle rune'). Ci sono diversi reperti runici in cui si legge "io Erilar".

Influenza e utilizzo delle rune

Sappiamo che i Germani non avevano l'interesse nella scrittura, e quando l'hanno adottata hanno fatto sì che ad ogni suono corrispondesse un segno. Una cultura scritta di questo tipo era una competenza sofisticata. Il runenmeister è colui che scolpisce, un artigiano che trascrive ciò che gli viene detto, o colui che sa interpretare le rune, oppure colui che domina la scrittura in un senso più profondo, che sa usare le rune per alcuni riti. Di questo ultimo punto ci perviene un riferimento nell'Edda poetica. L'erilar quindi usava le rune per ottenere un determinato effetto.

La sequenza aluc la si ritrova su altre iscrizioni, come la pietra runica di Elgesem, e probabilmente era una formula apotropaica, cioè che invocava la fortuna e allontanava il male (in effetti pietre runiche simili sono state ritrovate nelle vicinanze di tumuli funerari). Questa interpretazione può essere provata dal Bratteato Bjørnerud, una lamina che veniva usata come fibbia, dove si può leggere "alu". Si può quindi ritenere questo reperto una sorta di portafortuna.

Il carattere magico delle rune

È possibile che con questo carattere magico delle rune sia collegato al principio della acrofonia. Si tratta del principio per il quale il segno grafico (runa) assume due funzioni: quella di grafema e quella di nome. La prima runa è fehu (ᚠ), e se lo si trova inciso può sia rappresentare la lettera che il nome stesso, cioè 'ricchezza, benessere'. Fehu è la parola germanica per "pecora" (vd. it. pecunia < lat. pecus 'pecora'). In molte attestazioni vi erano dei segni runici simboli che non davano alcun significato, per poi essere scoperti rappresentare essi stessi dei significato. Lo stesso vale per la (ᚦ othila, 'proprietà') trovata nell'iscrizione della Collana di Petroasa. Altro segno è la thorn (ᚦ) - che compare anche in molti manoscritti, soprattutto di area anglosassone, accostato a grafemi latini - che si riferisce ai giganti, che nella mitologia norrena sono simbolo di distruzione e caos. Successivamente il segno è stato tramutato in inglese in "th".

Nell'iscrizione ek hlewagastiR holtijaR horna táwi (ᛉ R), la R maiuscola si differenzia dalla minuscola perché la prima ha funzione etimologica, la seconda era anticamente una (/z/) che ha subito il rotacismo (> /r/).

Fu notata una somiglianza di alcune rune con i segni dell'alfabeto greco e latino. Alcune rune sembrano ricordare la capitale romana (secondo Wimmer), alla corsiva greca (von Friesen), di matrice etrusca ma con elementi latini (Marstrander-Hammartröm).

Conclusioni sull'alfabeto runico

Identità → R I B - adattamenti → F V (valore /u/) C (valore /k/) H S T L (L romana capovolta).

  • Forme del tutto incoerenti per le rune g w j p.

L'alfabeto più vicino alla serie runica è quello di origine etrusca-alpina. I germani probabilmente hanno avuto contatti con queste popolazioni. Tuttavia, le prime iscrizioni runiche in ambiente germanico si hanno soprattutto...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/15 Filologia germanica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mikyjuventino2000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia germanica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Digilio Maria Rita.
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