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Seconda parte

Il libro della Genesi

Osservazione:

Tutto ciò che vale per la composizione del Pentateuco come tale vale anche per il libro della

Genesi. La suddivisione dei libri del Pentateuco è una cosa un po’ relativa; per un ebreo la

Toràh è una sola, è come se avesse cinque grandi capitoli. Probabilmente nella storia questo

era legato ai rotoli più che altro: questa suddivisione che noi abbiamo oggi in cinque libri

poteva anche essere legata all'ampiezza di un rotolo. Tradizionalmente si è poi affermata

questa usanza di chiamare questi grandi capitoli della Torah con le parole con le quali

iniziano. La Genesi comincia con una parola ebraica che vuol dire "inizio"; qui il nome

latino "genesi" corrisponde alla prima parola di tale primo capitolo della Toràh. Non sempre

accade ciò per gli altri libri.

L'aspirazione del libro della Genesi è sostanzialmente quella di rispondere a due obiettivi:

1. Ricostruzione della preistoria del popolo: questo è sostanzialmente il ciclo di

Abramo. Questo è l'obiettivo principale e anche cronologicamente primario. Viene

riservata grande attenzione ai patriarchi. Per capire come mai accade ciò leggiamo in

Esodo 3:6: "Poi aggiunse: <<Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio

d'Isacco e il Dio di Giacobbe>>. Mosè allora si nascose la faccia perché aveva paura

di guardare Dio." In tale verso Dio si presenta a Mosè. Questa attenzione rivolta ai

patriarchi ci suggerisce che un po’ ritorna la teoria dei frammenti: in quella fase in

cui tutto si sta formando, in cui il popolo sta prendendo coscienza del suo essere

popolo circa questa confessione di fede di cui si parla in Esodo 3:6. Quindi c'è da un

lato una descrizione metafisica "Io sono colui che sono" che però non è

immediatamente comprensibile; molto più semplice è la frase <<Io sono il Dio di

tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe>>. Il padre è un

personaggio quasi irrilevante nella narrazione biblica ma l'espressione "tuo padre"

presente in tale verso si riferisce al padre di qualunque ebreo e quindi ai padri o

patriarchi del popolo. Così si comincia a ricostruire le storie intorno a tali nomi.

2. Rispondere alle grandi domande esistenziali che ci tormentano: è un obiettivo

secondario ma solo sul piano cronologico e non sul piano dell'importanza.

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Consideriamo tutta la parte del libro della Genesi che precede la storia di Abraamo cioè

consideriamo i capitoli da 1 a 10. Infatti dal punto di vista narratologico possiamo fissare il

tutto fino al capitolo 10. Poi c'è un inciso rappresentato dalla Torre di Babele e poi subito

comincia il ciclo di Abraamo con la sua genealogia.

Ripercorriamo ora i grandi temi teologici dei primi 10 capitoli della Genesi. In altre parole

vogliamo sapere qual è l'obiettivo, qual è il messaggio, quali sono i contenuti che si

vogliono trasmettere attraverso questi 10 capitoli.

La prima affermazione è quella sulla creazione; tale affermazione è molto semplice: tutto

ciò che esiste è stato creato da Dio. Dalla definizione "Io sono colui che sono" scaturisce la

seguente affermazione. Dio è Colui che ha chiamato all'esistenza tutto ciò che esiste e

quindi i racconti della creazione che poi collegati al nome di Dio fanno pronunciare la

seguente asserzione: Dio non soltanto ha chiamato all'esistenza tutto ciò che esiste ma

mantiene in esistenza tutto ciò che esiste. Si tratta di una cosa di grande profondità. Esistono

due racconti della creazione; il primo si trova in Genesi 1-2:3 (riguarda tutto il capitolo 1 e

una parte del capitolo 2) mentre il secondo è in Genesi 2:4-25. Tale secondo racconto risale

senz'altro allo Javista e quindi è un racconto antichissimo. Invece il capitolo 1 della Genesi

è senz'altro frutto della composizione P; pertanto viene elaborato già durante l'esilio e

perfezionato dopo l'esilio. Entrambi i racconti affermano che anche l'essere umano (cioè

l'uomo nel senso della creazione) è sottomesso a Dio. Infatti il primo pensiero naturale che

viene all'uomo e alla donna è che noi siamo i padroni della creazione. Questo pensiero c'è

anche nei racconti della creazione e conduce ad una delle tentazioni più forti che consiste

nel considerarsi sovrani assoluti su tutto ciò che esiste. Un'altra cosa che la Genesi mette in

evidenza è che anche l'uomo è semplicemente creatura ma non creatore; infatti poiché un

uomo e una donna insieme sono in grado di dare vita ad un altro essere umano, la

tentazione che potrebbe sorgere è quella di considerarsi alla stessa stregua di Dio. Ciò non è

possibile perché siamo sottomessi a Dio.

Qui abbiamo poi il problema della disobbedienza originale o la caduta iniziale o il peccato

originale. Questa seconda cosa che vuole affermare il libro della Genesi e che è

perfettamente in sintonia con le nostre esperienze esistenziali sottolinea la perenne

inclinazione al male, alla disobbedienza; è un filo rosso che attraversa tutto l'Antico

Testamento: il popolo è sempre ribelle. Però mentre l'Antico Testamento mette tutto ciò in

una prospettiva più collettiva riguardante il popolo, l'originalità della narrazione della

Genesi presente nel capitolo 3 è che parla di una responsabilità di una disobbedienza

iniziale. Adamo ed Eva, per esempio, rappresentano l'umanità intera però sia la

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trasgressione sia la mancata assunzione di responsabilità, sia la punizione sia la promessa

toccano tale aspetto individuale. Dal punto di vista cristiano in questo si vuole vedere

qualcosa che realmente annuncia l'Evangelo e quindi la Buona notizia nonostante la cattiva

notizia sulla nostra fallibilità, sulla nostra inclinazione al male.

Il primo racconto della creazione illustra ciò che abbiamo visto sulla condizione di creatura

dell'essere umano ma, essendo un testo legato comunque alla scuola e al pensiero

sacerdotale, mette l'accento sul settimo giorno come giorno di riposo. Accade ciò perché in

Babilonia questo era il segno distintivo degli Ebrei (il calendario babilonese non prevedeva

una scansione regolare tra lavoro e riposo; esisteva una scansione irregolare legata alle

festività babilonesi e poi alla natura, alle loro divinità): lavoravano per 6 giorni e si

riposavano il settimo giorno a prescindere se era un giorno di festa per i babilonesi o non lo

era.

Continuando ad esaminare il libro della Genesi ci accorgiamo che qui si confondono due

piani. Innanzitutto è presente il piano esistenziale; a tale proposito abbiamo la storia di

Caino e Abele e quindi il fratricidio che di nuovo è una denuncia forte di una prassi legata

all'uso dell'omicidio per risolvere le questioni.

Caino dà origine ad una linea genealogica che in qualche modo non è quella principale.

Infatti in Genesi 4:25 è scritto che Adamo conobbe ancora sua moglie ed ella partorì un

figlio che chiamò Set. Da Set comincia un'altra linea genealogica.

A proposito della storia di Caino e Abele, da un lato c'è il fratricidio e dall'altro c'è una sorta

di riflessione critica e valutativa al tempo stesso sugli altri popoli. E' come se si volesse

spiegare l'origine dell'esistenza degli altri popoli specialmente quelli ostili al popolo

d'Israele. Qui non intervengono spiegazioni razionali, non intervengono spiegazioni

storiche, siamo nella metastoria cioè stiamo esaminando ciò che precede la storia nel libro

della Genesi.

Un grande tema che viene in qualche modo fissato qui è il Patto; arriva il diluvio preceduto

da una meditazione sulla corruzione umana, sulla purezza, sulla fatica del lavoro quotidiano,

sul dolore anche fisico del parto.

I primi 10 capitoli della Genesi possiamo definirli come metastorici perché se da un lato

precedono la storia ma dall'altro lato, se li leggiamo con un occhio della fede e

dell'esperienza, sono racconti in grado di interpretare la nostra esistenza; lo è anche la storia

di Abraamo però in un altro senso. La metastoria è quindi anche uno specchio in cui anche

noi oggi troviamo risposta agli interrogativi di sempre. In questo si nota la grandezza della

Bibbia che non risponde solo alle esigenze di un'epoca in particolare.

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I primi 10 capitoli della Genesi non sono collocabili nella storia dell'umanità ma proprio il

fatto che non sono identificabili con un determinato momento, con un determinato popolo,

con un determinato luogo li rende ancora più importanti rispetto a tutti i racconti, a tutte le

narrazioni preistoriche o storiche.

L'altro concetto che viene introdotto in questi 10 capitoli è proprio la questione del Patto. In

Genesi 9:8-17 è scritto:"Poi Dio parlò a Noè e ai suoi figli con lui dicendo:<<Quanto a me,

ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi e con tutti gli esseri

viventi che sono con voi: uccelli, bestiame e tutti gli animali della Terra con voi; da tutti

quelli che sono usciti dall'arca, a tutti gli animali della terra. Io stabilisco il mio patto con

voi; nessun essere vivente sarà più sterminato dalle acque del diluvio e non ci sarà più

diluvio per distruggere la terra>>. Dio disse:<<Ecco il segno del patto che io faccio tra me e

voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni future. Io pongo il mio

arco nella nuvola e servirà di segno del patto tra me e la terra. Avverrà che quando avrò

raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l'arco apparirà nelle nuvole; io mi ricorderò del

mio patto tra me e voi e ogni essere vivente di ogni specie, e le acque non diventeranno più

un diluvio per distruggere ogni essere vivente. L'arco dunque sarà nelle nuvole e io lo

guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente, di qualunque

specie che è sulla Terra>>. Dio disse a Noè: <<Questo è il segno del patto che io ho

stabilito fra me e ogni essere vivente che è sulla terra>>. In tali versi compare da un lato

questo concetto teologico altissimo del patto ma dall'altra parte notiamo come il problema

dell'acqua, soprattutto in prossimità del mare e dei grandi fiumi, veniva percepito come

minaccia continua.

Tornando un po’ indietro possiamo osservare che il secondo racconto della creazione punta

anche sull'acqua, legata ad esempio all'agricoltura.

Di nuovo in queste narrazioni si sovrappongono due piani: da un lato quel piano molto alto

della teologia e dall'altro quello dell'esperienza. Accade ciò perché la rivelazione di Dio è

strettamente legata all'esperienza che noi facciamo solo che la fonte della rivelazione non è

l'esperienza bensì Dio stesso. L'esperienza genera paure e speranze, angosce e gioie; ciò

accade sia sul piano individuale sia sul piano collettivo. Quindi i primi 10 capitoli della

Genesi ci dicono che l'esperienza da sola non basta perché ha bisogno di essere affiancata

dalla rivelazione di Dio; solo la rivelazione spiega il significato profondo e nascosto

dell'esperienza. 12

Poi c'è ancora un altro aspetto: quello genealogico. Infatti nel capitolo 9 della Genesi, dopo i

versi letti in precedenza si vede che subito dopo Noè compaiono i suoi figli: Sem, Cam e

Iafet. Sem è fondamentale per la genealogia di Abraamo.

Muovendoci all'interno dell'Antico Testamento noi crediamo che il redattore ha messo

benissimo in ordine tutti gli argomenti e di conseguenza non c'è un netto distacco tra la

metastoria (che risponde alle domande fondamentali), la preistoria (cioè la storia dei

patriarchi, di Abraamo e della sua discendenza) e la storia (è la storia di chi legge i testi). E'

questa l'esperienza in cui si muovevano coloro che, senza nessuna consapevolezza di essere

un popolo, sono stati condotti da Mosè fuori dall'Egitto; questi testi, queste narrazioni

parlavano già a loro e dicevano loro qualcosa di importante.

Segue poi la storia molto curiosa della Torre di Babele. Il termine Babele ci fa pensare alla

Babilonia; questa è senz'altro una collocazione storico-redazionale corretta perché quel

racconto in qualche modo viene elaborato in Babilonia. Però si trova ancora in quella parte

che si pone un altro problema esistenziale ed esperienziale, non di grande livello teologico

ma di importanza pratica. Nel racconto della Torre di Babele è presente una chiara allusione

alla Babilonia; infatti si parla di una costruzione tipicamente babilonese. Ciò rappresenta

quasi una satira politica nei confronti di coloro che cercano di costruire una torre che arrivi

fino al cielo; tale satira politica prende in giro i Babilonesi perché possedevano un livello

culturale e architettonico altissimo. Dall'altra parte però c'è questo interrogarsi su un

problema esistenziale che ci rende la vita difficile: "Perché non riusciamo a capirci tra tanti

popoli?".

In Genesi 11:10 comincia con Sem la genealogia di Abraamo. Si nota un chiarissimo

collegamento con Genesi 9:18 e con Genesi 10:1. Anche questo ci fa pensare che qui

abbiamo più frammenti che in qualche modo si ricompongono in un'unica narrazione.

Spendiamo ancora alcune parole sulle genealogie, non solo nel Libro della Genesi ma in

generale nell'Antico Testamento. C'è un'ipotesi senz'altro molto valida in base alla quale le

genealogie sono i frammenti probabilmente più antichi dei vari corpus degli scritti

dell'Antico Testamento. C'è una cosa molto evidente: quando noi incominciamo ad

interrogarci sul nostro passato, il primo strumento che usiamo sono le genealogie. Nella

mentalità semitica di tutti i popoli del Vicino e del Medio Oriente (o forse del Mediterraneo

in generale) la genealogia è il modo più semplice ma più efficace al tempo stesso di fissare

in qualche modo la propria storia. Spesso la narrazione nasce da una semplice lista di nomi

che però ci aiuta a fissare il nostro passato. Attraverso i nomi noi impariamo il nostro

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passato. Ovviamente la fase successiva, come nel caso di Abraamo, è costruire intorno a

questi nomi dei racconti, delle narrazioni.

Infine nei primi 10 capitoli della Genesi (precisamente fino alla storia della Torre di Babele)

è presente anche un altro importante concetto: le narrazioni sono anche confessioni di fede

(tale concetto sarà utile per l'analisi del Pentateuco e dei Profeti Anteriori). Nell'Antico

Testamento ci sono vere e proprie confessioni di fede; esempi di ciò sono: "Ascolta, o

Israele", il cantico di Midia (si tratta di un testo poetico che però è quasi un riassunto della

storia della liberazione e quindi riassume in sé la confessione di fede, la narrazione e la

poesia), il Decalogo (sono le dieci parole che Dio disse. Esso non è solo un codice giuridico,

ma per un ebreo queste dieci parole (cioè "Io sono il Signore……") assumono il valore di

un simbolo di fede. Per un ebreo, infatti, professare la fede significa osservare i precetti,

mettere in pratica la Legge. Per noi invece la professione della fede è legata alla

testimonianza, all'evangelizzazione e ad altro).

Quindi la narrazione contenuta nei primi 10 capitoli della Genesi non è altro che una

confessione di fede.

Torniamo ora ad Abraamo. Abbiamo definito la storia di Abraamo come preistoria perché

noi possiamo avere qualche riscontro storico della sua esistenza però se noi analizziamo tale

grande viaggiatore (inizialmente il suo nome è Abramo; poi gli viene cambiato il nome

convertendolo in Abraamo) ci accorgiamo del fatto che siamo nella preistoria cioè siamo

molto vicini alla storia nel senso più scientifico del termine. Abramo, prima che gli venga

cambiato il nome, si muove già in posti ben delineati nel senso che noi siamo in grado di

ricostruire il suo itinerario o comunque l'area geografica che in qualche modo riguarda

Abramo.

Non ci sono altri riscontri scritti e neanche prove archeologiche in grado di fornirci

informazioni su Abramo. Ma non ci interessa ciò perché la storia di Abramo e soprattutto la

storia della sua discendenza non è altro che una grande narrazione costruita su quella

aggiunta al nome di Dio (che caratterizzerà poi il suo nome); i nomi dei patriarchi

precedono in qualche modo tutta la storia.

Nella storia di Abramo prima di tutto contano Isacco e Ismaele; qui abbiamo di nuovo un

tentativo di riflettere sui popoli relativamente vicini imparentati: qui ci muoviamo nell'ottica

di Canaan e quindi ci muoviamo nell'epoca ancora di Davide e Salomone quando questo

piccolo regno è circondato da popoli ostili che però paradossalmente sono come se fossero

dei parenti nel senso che ci si capisce, si riesce a comunicare. Con la figura di Ismaele,

figlio di Agar che non è proprio la moglie legittima di Abramo in quanto voluta da Dio

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bensì è un tentativo di Abramo di mettere in pratica la volontà di Dio; Agar è una schiava

giovane che secondo un certo quadro giuridico poteva partorire un figlio che a sua volta

poteva essere riconosciuto come erede legittimo. Sui suoi diritti di eredità si pone un grande

interrogativo fino al punto che poi sia la madre che il figlio spariscono dalla scena; però ci

sono poi i discendenti di Ismaele. Isacco è un personaggio simbolico perché noi vediamo

nella storia di Abraamo un paradigma di convergenza quasi cieca e incondizionato, vediamo

in Abraamo l'esempio di colui che ha posto una fiducia totale in Dio. In Romani 4 è

presente una riflessione che Paolo fa su Abraamo come modello di fede e su noi come

discendenti di Abraamo in forza della nostra fede.

Abraamo è anche una figura simbolica per un popolo che è tutt'altro che fedele, fiducioso,

obbediente. Se infatti leggiamo il libro dell'Esodo notiamo l'immagine di un popolo ostinato

e ribelle. Se leggiamo i primi capitoli di Isaia notiamo che emerge un'immagine particolare

per gli abitanti di Gerusalemme: sono idolatri, omicidi, disonesti. Invece Abraamo è l'esatto

opposto di tutto questo. Sicuramente Abraamo ha il suo tormento e la Genesi non vuole

trascurare il tormento, il dubbio di Abraamo. Da un lato quindi Abraamo diventa il padre

del popolo ma dall'altro diventa anche una figura ideale sul piano della fede e della totale

fiducia posta in Dio. La prima sezione interessa il nome che viene dato a Giacobbe ma al

tempo stesso accanto a Giacobbe abbiamo Esaù; qui c'è una cosa che ci lascia perplessi

perché la primogenitura non era di Giacobbe ma la benedizione che spettava al primogenito

la riceve Giacobbe.

Poi si apre un'altra sezione: si tratta dei figli di Giacobbe. Questi ultimi non sono altro che

una raffigurazione, una personificazione delle tribù di Israele. Al tempo stesso però la figura

di Giuseppe ci porta in Egitto. Se noi fissiamo come l'inizio della vera storia del popolo

d'Israele proprio l'Egitto dove questo popolo comincia a prendere coscienza di essere tale ci

accorgiamo che nel libro della Genesi, relativamente a tale periodo, c'è senz'altro una vaga

memoria dei nomi; infatti vivendo in Egitto essi si chiamano con tali nomi strani quali ad

esempio Ruben, Levi (spesso borgate e cumuli di capanne avevano nomi diversi in posti

diversi). Intorno a questa piena consapevolezza della varietà dei nomi (soprattutto se

andiamo più avanti dopo la scomparsa del regno del Nord e quindi delle dieci tribù; il regno

del Sud era la tribù di Giuda; la tribù di Levi ha membri sparsi un po’ ovunque) si cerca, con

la scomparsa di Giacobbe, di riflettere sulla propria storia, sui nomi che compaiono, sulle

genealogie che sono fissate profondamente nella memoria, su tutto ciò che precede la

memoria veramente trasmessa. Senz'altro con Mosè, inteso come figura simbolica ma anche

come personaggio storico che riconduce il popolo fuori dall'Egitto, che dà a questo popolo

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rgrilli

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Corso di laurea: Mnistero cristiano
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rgrilli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione all'Antico Testamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose o del prof Gajewski Pawel.

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