Ideologia e società nel mondo globale
Prof. Sergio Belardinelli
La globalizzazione è l'effetto di un processo su scala mondiale che coinvolge l'economia, la cultura e le comunicazioni, acquisendo una dimensione globale. Economia, mercato, mezzi di comunicazione, rete, internet, telefono; la globalizzazione delle informazioni, quindi, ma anche il cinema e certi modelli culturali (come Hollywood) che ripropongono modelli culturali americani, diventando modelli per miliardi di altre persone. Il potere culturale dell'industria cinematografica è un elemento macro della globalizzazione.
Già con Marx e Weber si ipotizzava che determinati modelli tipici dell'Europa dell'epoca sarebbero diventati mondiali. Anche l'idea stessa dell'evangelizzazione cristiana implicava già il mondo come un villaggio globale. Anche l'Islam è una religione globale ed è orientata ad espandersi fino ai confini della terra.
La globalizzazione non è altro che una discussione su come finalmente certe forme culturali acquistano la loro vera dimensione mondiale, che in realtà avevano già in sé fin dall'inizio. L'idea degli economisti del Washington Consensus è quella dell'economia liberista che diventa mondiale. I globalisti vogliono che l'economia capitalista diventi mondiale. Mentre gli anti-globalisti dicono le stesse cose ma con pessimismo, non sono entusiasti che l'economia di mercato diventi mondiale. Sono ostili a questo processo perché, secondo loro, ciò costituisce un'omologazione del mondo a tutti i livelli (culturale, politico e non solo economico). Sono preoccupati che ciò che l'economia e il mercato capitalistico stanno producendo sia vandalico nei confronti di ciò che le culture hanno elaborato nel corso dei secoli.
Le due posizioni, globalisti e non, condividono però l'assunto di fondo per cui si capisce la realtà solo se si guarda il livello economico. Ciò non vuol dire che il modello uguale che circola ovunque nel mondo produca la stessa reazione ovunque (vedi il capitalismo in Cina dittatoriale, è una novità assoluta). Non è vera l'affermazione secondo cui promuovere le condizioni economiche e liberare i mercati globali in determinati paesi avrebbe favorito la nascita delle democrazie politiche (vedi BRICS).
La crisi in Italia viene imputata al "liberismo selvaggio", ma ciò è erroneo in quanto di libero mercato in Italia non c'è niente, è interamente colonizzato dalla politica, è un paese della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei guadagni, è ingessato dalla politica.
La globalizzazione costringe a tornare a pensare alle cose che credevamo di aver accantonato. Huntington con "Lo scontro di civiltà": se è vera la sua tesi, allora l'omologazione di civiltà non è più pensabile o lo stesso modello economico ha effetti diversi in differenti parti del mondo.
Dopo l'11 settembre si inizia a parlare del ruolo pubblico della religione e prima il multiculturalismo era una teoria ottimista, si credeva in una convivenza pacifica. Il registro cambiò dopo il crollo delle torri gemelle, un po' per paura, un po' per l'inatteso. Il problema risorge in modo ancora più evidente negli ultimi tempi col tema della massiccia immigrazione. Dal punto di vista economico non è un grosso problema, in quanto bussano alle porte di un intero continente e non un Lichtenstein.
Non si può restare indifferenti di fronte a tale situazione. Sotto il profilo culturale si assiste sempre di più al dibattito tra chi "accogliamoli tutti" e "rimandiamoli tutti a casa". Questo è un esempio di un fenomeno che ci sta risvegliando e ci costringe a cercare le categorie più adeguate per gestire un fenomeno non nuovo ma differente da come lo era prima. Questo fenomeno costringe a porsi delle domande.
Forse Weber aveva ragione: è l'Occidente che diventa mondo. Ciò che stava dietro le grandi forme culturali dell'Occidente (economia, scienza, tecnica) c'era una certa idea di uomo di matrice religiosa. L'elemento religioso potrebbe anche essere sfondato, c'era una certa idea dell'uomo della grande tradizione filosofico-politica dell'Occidente (non solo come uomo cristiano), c'erano certe idee occidentali che nel momento in cui l'Occidente inizia a dispiegare su scala mondiale le proprie forme e diventa potente/mondo coincide col momento in cui vanno in crisi i presupposti culturali e religiosi di quelle forme. Il momento di massima potenza pratica, economica e politica dell'Occidente coincide con la sua crisi culturale, i presupposti di quella potenza.
L'arcano della globalizzazione e dei suoi problemi sta proprio qui. È pensabile che la democrazia sia possibile da esportare con i carri armati? Difendibile forse sì, ma non esportabile. È un forte stravolgimento di valori!
Seconda lezione 23.09.15
Nocciolo segreto della globalizzazione → Il vero problema della globalizzazione è comprensibile tenendo conto del prodotto culturale dipendente dall'Occidente (secondo l'espressione weberiana). L'Occidente si fa veramente mondo (da un'idea molto ristretta della concezione del mondo si espande a tutto il globo). Ciò che era latente nell'occidente (tecnica, industria, informazione, rete, cioè elementi che globalizzano veramente) si è espresso concretamente di questi tempi, hanno iniziato a esprimere il loro potenziale globale molto recentemente, sono caduti i confini statali, diffondendosi la cultura cosmopolita.
Per comprendere i problemi che assillano il mondo globale bisogna vedere la crisi delle condizioni culturali che resero possibile la globalizzazione. Questa crisi riguarda soprattutto il cristianesimo, il quale va in crisi proprio nel momento in cui la globalizzazione si espande su scala mondiale.
Questo fenomeno si manifesta su diversi piani come quello politico. Di quanto la crisi dell'Occidente sia profonda si capisce dall'assenza della consapevolezza di quale sia la vera forza del sistema politico democratico. Emerge soprattutto nella forma culturale che produce la globalizzazione, ovvero l'economia. Qui si trova la crisi (vedi Weber: relazione stretta tra un certo modo di produrre e la religione). Se si perde di vista le condizioni religiose che hanno permesso la globalizzazione economica che conosciamo, si rischia di trovare i gusci vuoti, che se si espanderanno su scala mondiale non è detto che produrranno gli stessi effetti economici.
Ad esempio, come si può pensare di espandere la democrazia con la forza militare? Se si perdono i valori base del sistema democratico, non basteranno i caratteri strutturali, bensì necessita delle risorse culturali (es: la fiducia reciproca della comunità è fondamentale in una democrazia perché la democrazia è un sistema politico che si basa sulla fiducia reciproca dei cittadini, necessita che tutti i cittadini riconoscano una comune appartenenza).
I sistemi totalitari non hanno bisogno della fiducia, anzi fanno di tutto per distruggerla tra i cittadini. Uno degli intenti principali era quello di distruggere i legami di fiducia, non si era abbastanza comunisti/nazisti. Una democrazia ha bisogno della fiducia tra cittadini, soprattutto tra i cittadini e le istituzioni.
Sociologi negli anni '90 fanno ricerca sulla fiducia dei cittadini e la quota più alta era quella nella Chiesa e Magistratura (due nuclei del totalitarismo). Le leggi e le istituzioni hanno bisogno di una cultura corrispondente affinché questi funzionino, affinché i cittadini sentano fiducia, abbiano un senso di responsabilità e del bene comune. Sono tutte risorse culturali che si creano indirettamente e non si possono di certo essere imposte. Ci vuole tempo inoltre per costruirle. Non si può imporre l'idea del bene comune sopra quello individuale da un momento all'altro.
Ci siamo disabituati a guardare l'economia nella sua dimensione non economica, umana e basta, dimenticati del fatto che il grande sistema chiamato mercato capitalistico non è che funziona ovunque automaticamente, bensì ha bisogno di certi modi di pensare, di fiducia di nuovo.
Luhmann scrive oggi sull' "improbabilità dello sviluppo capitalistico": passare da un sistema di scambio in cui i "beni" sono equivalenti (ti do x in cambio di y) ad un sistema in cui in cambio di x si dà un qualcosa di simbolico. Ci vuole fiducia incredibile secondo l'autore che quel simbolo sia di valore. Scrive sulla necessità che più una società diventa progressiva e complessa, più ha bisogno di certe risorse come la fiducia, il senso del rispetto dell'altro, senso del bene comune. Sono le società moderne che hanno più bisogno delle risorse culturali per generare una vera comunità.
Crisi dello stato sociale
Alla base dell'attuale crisi economia è possibile che ci siano gli stessi criteri della crisi dell'Occidente: se coltiva solo gli interessi economici, il sistema entra in crisi. Anche nel discorso economico ci vuole la dignità umana. Riflessione sullo sviluppo economico: è qualcosa di più del semplice aumento di ricchezza. Va a pari passo con lo sviluppo umano, vi è una ricerca della qualità di vita e ci si rende conto che i beni materiali sono solo una parte (meno significante) per il benessere umano. La fiducia è un bene immateriale, anche l'educazione e la formazione.
Ciò che dimostra l'efficienza di un sistema economico-politico è il fatto che la gente migliori le proprie condizioni di vita (lo diceva già Smith). Oggi queste condizioni non dipendono più dall'economia, ma il paradosso è che l'economia stessa non pensa ad altro che ai propri interessi.
Terza lezione 29.09.15
Immigrazione e crisi dello stato sociale
Siamo molto contrari all'immigrazione perché si tende a pensare che questa costituisca un attacco forte alle nostre prestazioni sociali (ecco perché la Danimarca chiude i confini).
La crisi dello stato sociale è indotta anche dalla globalizzazione. Ma è più corretto parlare di altre crisi che la globalizzazione induce su alcuni capisaldi dello stato sociale. Il professore non crede che gli Stati nazionali siano messi in crisi dalla globalizzazione perché il mondo degli stati è ancora forte e dirimente in ordine delle questioni più ostili (come Isis). Sorprende quasi la "nullità" dell'Europa. Gli Stati impegnano le forze materiali contro le crisi, mentre l'UE non ha l'esercito, per cui è quasi inutile come istituzione. Ma ciò che conta, ciò che può usare l'UE è la strategia politica (esprimere il suo volere, imporre quasi le proprie scelte).
La globalizzazione denazionalizza l'economia. Non esiste più un'economia nazionale (se non in Cina, in cui lo Stato detiene l'economia in virtù della politica).
Il vecchio stato nazionale (territoriale, sovrano, ecc.) aveva anche una fisionomia identitaria/culturale, era non a caso uno stato identificato con le lingue. Le lingue sono uno dei luoghi privilegiati in cui si depone la radice di una nazione. Basti guardare i vessilli dell'ideologia nazionalismo dell'800: il sangue, il territorio e la lingua. Il nazionalismo era un fenomeno straordinario dal punto di vista storico.
Lord Acton nel suo saggio "Nationality": "uno stato nazionale deve essere uniforme nella stirpe e nella razza" è un'idiozia spaventosa in quanto è tipico degli stati decrepiti il fatto di puntare sull'unità di razza. Davanti a lui aveva come modello l'UK coloniale, uno stato dove dentro c'erano tante etnie diverse, in quanto la pluralità delle etnie arricchisce la cultura di uno stato. Fa l'esempio delle famiglie ricche in cui ci si sposa tra di loro.
Parlando degli immigrati di oggi: potrebbero essere una grande opportunità, ma per diventare tale un paese dovrebbe avere una certa cultura che è svanita. La vera crisi quindi e la vera novità della globalizzazione è l'erosione ulteriore del patrimonio culturale dell'occidente. Com'è possibile che la rivoluzione francese, nata all'insegna dei valori universalistici, abbia prodotto i nazionalismi ottusi? La stessa rivoluzione industriale. Chi rivendica l'indipendenza locale, l'autonomia e il nazionalismo, lo fa in modo belligerante. È solo una tendenza, non una condanna.
La cultura quindi è molto importante per capire le dinamiche di un popolo/nazione, tanto quanto il potere militare ed economico. C'è uno svuotamento progressivo del ruolo delle culture non per mano del carro armato o del denaro, è stata un'altra cultura, forse quella che va più di moda oggi (vedi McCrew: l'insistenza sull'idea del cosmopolitico, sull'insignificanza dell'appartenenza culturale non universalistica produce la crisi dentro cui stiamo).
Il professore non pensa che il cosmopolitismo sia sbagliato, anzi è una grande conquista. Si tratta di un cosmopolitismo che ha bisogno che le identità vengano coltivate all'altezza di altri valori. Per far questo ci vuole una certa antropologia, il modo di pensare sugli uomini, e quella che conta veramente è quella che vede l'uomo come animale comunitario. Nascere in un determinato luogo o ambiente fa differenza. Ciò vuol dire che gli uomini nascono come animali comunitari, tendono ad assorbire quello che c'è nella comunità in cui sono nati, guardano il mondo con gli occhi della gente che li circonda.
Questo non è un aspetto marginale, non lo si può emarginare, non si possono tagliare le radici. Se l'uomo è animale comunitario, allora i cosmopoliti/universalisti non si nasce, ma si diventa e ciò è grande al "culo" da dove si nasce. Per un occidentale è più facile diventare cosmopoliti che per uno che nasce in Congo, ecc. Quindi il ruolo giocato dalla cultura è davvero fondamentale.
Dire questo è politicamente sbagliato in quanto la politica afferma che tutte le culture sono tutte uguali. Il fatto che uno rivendica le differenze non vuol dire che sia migliore o peggiore di un altro. Ciò ha a che fare con l'idea dell'uomo che sia più esigente rispetto ad altre culture.
Ricordare i gusci vuoti esportati. L'ideale esportato dall'Europa è l'idea dell'uomo. Però per valorizzarla andrebbe coltivata e invece non lo si è fatto. La globalizzazione ha prodotto un'ideologia che dal punto di vista politico è corretto, ma ciò che conta dal punto di vista culturale non ha più valore. Ecco perché, quando si parla del multiculturalismo, il professore vorrebbe mettere la mano sulla pistola.
Se non si trovano dei luoghi dove la prospettiva cosmopolita possa essere coltivata, le nuove generazioni abituate alla neutralità non potranno diventare aperti, universalisti e cosmopoliti. Esperti di tecnologia già in minore età, ma incapaci di comunicare con l'altro umano, c'è un deficit nei nostri sistemi culturali. La rete non è un elemento di educazione e ciò di cui ci si preoccupa adesso è come usare meglio questo strumento per i bimbi.
Per avvicinare il cosmopolitismo bisogna diventare cosmopolita, chi ha acquisito una certa identità (si sente a casa da qualche parte) e va ovunque, ritornando arricchito e capace di poter poi trasmettere questa ricchezza.
La globalizzazione ha universalizzato il denaro, il potere, l'informazione, ma non il nucleo sul quale soltanto si costruisce un cosmopolitismo umano, cioè un'ideale antropologico (idea dell'uomo che è anche prodotto del luogo in cui nasce pur non essendo determinato da quel luogo). Le differenze culturali vanno messe sullo stesso piano, secondo la globalizzazione, con risultati deludenti. Finché gli uomini nasceranno in un luogo piuttosto che un altro, perfino ciò che siamo è influenzato da dove nasciamo.
L'universalismo vuoto non è l'unico prodotto della globalizzazione! Ci possono anche essere delle reazioni culturali, come il terrorismo. Culturalmente non siamo più nella condizione di porre il problema tra certi fenomeni e degenerazioni. Certamente, nell'immediato, si nota di più un cambiamento economico portato dalla globalizzazione, mentre quello culturale è più visibile solo dopo un po' di tempo.
Crisi stato sociale
Indotta certamente anche dalla globalizzazione. Il lato che si vede di più di questa crisi è quello economico, non ci sono più risorse per finanziare lo stato sociale. Si tratta di un'invenzione di Bismarck (1883 assicurazione per la malattia e per la vecchiaia). Si tratta di un premio assicurativo, una garanzia (se si paga si avrà una cosa in cambio). Ciò (lo stato sociale di Bismarck) potrebbe aiutare a capire meglio la crisi di oggi, non è sensibile ai bisogni dei cittadini ma fa solo dei conti sui doveri di uno stato (e cioè l'ordine sociale).
Habermas → Negli anni '80 parlando dello stato sociale denunciava il fatto che di questo passo si stava riducendo i cittadini a clienti. I cittadini: stare sulle piazze e discutere con criteri che hanno come riferimento la polis/comunità politica, farsi anche carico di alcune responsabilità non solo dei diritti. Nelle nostre liberal-democrazie, invece, si assiste sempre di più alle figure di clienti, ciò distrugge l'etos/costume civico e morale di una comunità, si persegue cioè l'interesse personale piuttosto che il bene comune.
Anche qui è importante la cultura di un popolo! Anche se a primo impatto sembra che la cultura in certi ambiti conti poco. La crisi dello Stato sociale è un tema complesso.
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