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Henry James

Come per Stevenson (di cui James fu amico), anche per costui il motivo dell’esilio è centrale alla sua esperienza di vita e di scrittore. James nasce a New York nel 1843; a partire dal 1875 scelse come punto di incontro tra la vecchia Europa e l’anima sua eletta dimora Londra, che definisce anglosassone. Fu anche lui prototipo dell’uomo espatriato, non per motivi di salute e per volontà di entrare contatto con un paesaggio vergine, ma per amore di cultura e raffinatezze (più volte egli criticò la provincialità e i limiti della sua cultura). La scelta dell’espatrio va anche interpretata come una scelta di maggiore libertà che la vita in Europa gli consentiva (anche considerando la sua sensibilità omoerotica: James non si sposò mai e anche se non ebbe mai relazioni con uomini la sua sensibilità era omoerotica).

Infanzia e famiglia

James crebbe in un ambiente unico della società americana, saturo di stimoli intellettuali e anche spirituali. Il padre, Henry James Senior, era un pensatore, un intellettuale e teologo molto eccentrico che scelse di dedicarsi a una vita di studio, meditazione e grandi viaggi. Henry James Senior era stato educato secondo la rigida osservanza della dottrina calvinista e ad un certo punto della sua vita, a seguito di una crisi che lo colpì mentre era in Inghilterra, scoprì le teorie di Emanuel Swedenborg (che era uno scienziato e una sorta di mistico/teologo/medium che si definiva veggente che pensava di aver ricevuto da Dio il compito di reinterpretare le sacre scritture). Con le tesi di Swedenborg il padre di James diede una nuova impostazione alla sua vita e pensiero e iniziò a sviluppare una nuova dottrina che allontanasse dalla vita materialistica americana e che al tempo stesso lo liberasse dal terribile incubo di un Dio inflessibile e severo.

James grazie alla sua ricchezza economica non ebbe mai il problema di dover guadagnarsi da vivere, anche se la sua massima aspirazione era di poter vivere dei propri proventi di scrittore. Il nonno di Henry James era emigrato dall’Irlanda e aveva fondato un impero industriale e finanziario che ne fece uno dei più ricchi esponenti della classe imprenditoriale del New England. Per due generazioni i James poterono vivere delle ricchezze di famiglia, senza dover lavorare. Henry James decise che i figli fin dalla tenera età dovevano essere esposti all’arte, al bello, ai viaggi.

James e i fratelli fecero studi intermittenti, frequentarono scuole in molte città d’Europa; parlavano inglese, italiano, francese, tedesco. Al ritorno negli Stati Uniti nel 1862, James si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Harvard, che abbandonò dopo un solo anno. Fin da piccolissimo venne affidato a un esercito di quelle che lui chiamava le “signore pedagogiche”, queste governesses, ingaggiate dal padre per dare ai figli un’educazione poliglotta e cosmopolita. Sempre in viaggio e isolato dagli altri (come spesso sono i bambini dei suoi racconti), Henry era un hotelchild, figlio di nomadi incalliti impossibilitato a mettere radici in qualunque luogo. Quanto queste esperienze lo abbiano segnato è visibile nelle sue opere nella rappresentazione spesso amara dell’infanzia.

I bambini di James sono spesso ipersensibili, molto intelligenti e disperatamente soli, in balia di genitori assenti, affidati a precettori uomini e donne distratti, oppure capaci di attaccamenti profondi (dei quali i genitori stessi non sono capaci) oppure orfani (come i protagonisti Miles e Flora i cui genitori sono morti in India, che sono affidati a uno zio che rimane a vivere a Londra e che affida l’istruzione e l’accudimento a una giovane, inesperta e insicura istitutrice).

L'esperienza europea e la carriera letteraria

Nel 1869 James riparte per l’Europa; vi ritorna tra il 1872 e il 1874 dalle esperienze di questo periodo trasse i materiali della prima raccolta di racconti A passionate pilgrim. Scrisse anche degli appunti di viaggio pubblicati nel 1875. Dopo una permanenza a Parigi dove conobbe Zola, Flaubert e Turgenev, si trasferì a Londra dove visse quasi ininterrottamente, alternando la vita londinese con dei viaggi in Italia e dei brevi ritorni in patria.

La prima fase della sua carriera è contraddistinta dalla tipica invenzione jamesiana che si chiama “tema internazionale” di cui è espressione il romanzo Roderick Hudson. Questo tema è un confronto tra culture opposte che potremmo identificare con una rozza semplicità ma anche innocenza americana e dall’altro la raffinatezza, il senso del bello e la corruzione europea. Henry James già anticipa tutte le tecniche del modernismo. Tutti questi scrittori erano legati tra loro, soprattutto James e Stevenson, in un rapporto di reciproca stima e amicizia, anche se come scrittori sono diversi.

La prima fase della sua carriera s’incentra sul rapporto Europa-America, confronto-scontro fra opposti che uno potrebbe identificare con da una parte la semplicità, l’innocenza, l’esuberanza, l’ingenuità dell’uomo americano, l’altro la cultura, la raffinatezza ma anche la corruzione del vecchio mondo.

Uno dei temi che più stavano a cuore a James, e i suoi romanzi spesso descrivono questo graduale processo di sofisticazione, una sorta di educazione sentimentale dell’uomo americano a contatto con la vecchia Europa, è quello dell’arretratezza culturale dell’America, della limitatezza e dell’ingenuità di un paese ancora in processo di formazione. Nei romanzi successivi come The American (1877) e The Europeans (78) viene esplorata con incredibile sottigliezza psicologica questa contrapposizione di culture. Già in Daisy Miller e nel suo capolavoro di questa sua prima fase The portrait of a lady (79) il tema internazionale comincia ad assumere aspetti inquietanti: l’iniziazione alla vecchia Europa con la sua cultura può concludersi in un destino di morte.

Seconda fase della carriera e sperimentalismo

Nella seconda fase della sua carriera si collocano alcuni suoi romanzi brevi come The aspern papers (ambientato a Venezia. Qui è la letteratura a diventare oggetto di narrazione), The bostonians (resoconto lucido e ironico del nascente movimento femminista), The princess Casamassima (movimenti anarchici e la loro violenza).

Fra il 1890 e il 95 si dedica al teatro: Guy Domville, un fiasco inaudito, forse perché la densità introspettiva di James nella scrittura aveva difficoltà a tramutarsi ai ritmi brevi della rappresentazione teatrale. James si ritira, precipita in depressione, muoiono i suoi genitori, muore anche una scrittrice Constance Fenimore Woolson che era una lontana discendente di Cooper (L’ultimo dei mohicani), suicida per il rifiuto di James. Lascia il teatro, ma la riflessione sui metodi scenici lascia tracce sulle opere successive. Accentua il carattere sperimentale e proto modernista della sua scrittura.

Nei romanzi degli anni 90 come The spoils of Poynton e What Maisie knew, si accentua questo sperimentalismo tecnico. La piccola Maisie cresce contesa tra due genitori che si odiano separati e a prendersi cura di lei è una governess, che un giorno il padre decide di sposare. Un’altra istitutrice invece vuole bene in modo incondizionato con la bambina. La madre si sposa con un altro uomo. Maisie rimane presa in questi giochi e l’unico punto fermo della sua vita è l’istitutrice.

Il metodo sperimentale

È basato sulla costruzione del testo per scene drammatiche e sulla mediazione di un punto di vista circoscritto e interno alla vicenda. Viene quindi precisato il ruolo centrale di un narratore interno, che ha una visione limitata. I romanzi vengono costruiti sul montaggio di brevi scene, momenti significativi, nei quali l’analisi psicologica è ridotta al minimo e dev’essere inferta dal comportamento dei personaggi. Le parti descritte o preliminari vengono sacrificate a una maggiore compattezza drammatica.

Questi nuovi metodi da un lato garantiscono l’impersonalità del giudizio (tipico del modernismo), dall’altro aprono le porte al mistero e all’ambiguità tipici di molta letteratura moderna, come si vede in The turn of the screw. Se per cronologia appartiene all’800, James come sensibilità letteraria appartiene al successivo secolo. È un grande amico di Stevenson, ma a differenza sua non ha nulla di popolare. Non sappiamo se definirlo americano o europeo, ma è con lui che il fantastico dell’800 ha la sua ultima incarnazione, o disincarnazione, in quanto i fantasmi diventano più che mai invisibili, impalpabili, spesso sono soltanto una vibrazione psicologica.

Necessario qui mettere sullo sfondo l’ambiente intellettuale da cui l’opera di James si muove, in particolare del fratello William James, la teoria sulla realtà psichica dell’esperienza. I fantasmi delle ghost story di James sono elusivi, possono essere incarnazione del male, senza volto e senza forma come paiono alla governess, oppure possono essere apparizioni ben visibili che danno forma sensibile a un pensiero ossessivo. Nel corso della sua carriera scrisse 18 ghost stories. Il primo è The romance of certain old clothes e narra la vita puritana, nell’America prerivoluzionaria, imperniato sulla rivalità di due sorelle innamorate dello stesso uomo. L’evento occulto è tenuto in serbo solo per la conclusione. The jolly corner, in cui il fantasma è il se stesso che sarebbe stato se non fosse espatriato in Europa. Torna in America alla ricerca del se stesso che ha ripudiato andando a vivere in Europa.

The turn of the screw

La più celebre ghost story di James, secondo la critica il più riuscito. Si distingue per la sua irriducibile ambiguità che permane fino all’ultima battuta del racconto e per essere un testo aperto a nuove contraddittorie interpretazioni. Dietro l’apparenza di una semplice ghost story, James orchestra una quantità stupefacente di temi. Cala la narrazione in un’atmosfera tesa, allucinata, misteriosa. L’asse privilegiato su cui è fondata la narrazione è quello della ripetizione. I fantasmi sono i revenant, sono le ombre del maggiordomo e dell’istitutrice, che non sono altro la figura dietro la quale James nasconde e svela il problema di ciò che ritorna. Attraverso la tecnica sperimentale anticipa i processi del romanzo novecentesco. Vuole comunicare al lettore un messaggio spesso indecifrabile.

Come le ombre dei due fantasmi entrano in scena per poi sparire nel vuoto, le parole di James sembrano continuamente tornare su se stesse non per chiarire o risolvere il mistero, ma per ispessire il velo del mistero. Entrambi deceduti in circostanze misteriose (più vero per lei che per lui, che era probabilmente ubriaco). Quando la governante dice alla narratrice che l’istitutrice precedente era giovane e carina lascia anche intravedere qualcosa di torbido dietro la vicenda della ragazza. Il fantasma di miss Jessel appare vestita di nero. Il nocciolo della questione non è rappresentato dalla presenza o meno dei fantasmi, anzi ogni parola su questo punto finirebbe per ridurre il fascino del racconto che trae gran parte della sua forza dalla sua complessità e dall’ambiguità. L’astrazione prevale sulla concretezza, l’illusione/allucinazione sulla realtà. Da ciò risulta un mondo di mezze verità, di sfumature, di silenzi, di vuoti, di dubbi, di sospensioni, come quando ad esempio l’istitutrice si chiede se la colpa che vede incarnata nei bambini non sia il frutto della propria fantasia. La stessa storia arriva al lettore attraverso tutta una serie di filtri che possono essere anche mistificanti, che rendono ancora più fitto e impenetrabile il mistero che avvolge la vicenda.

Miles e Flora sono al centro del diario dell’istitutrice che costituisce l’enunciazione centrale del racconto, che a sua volta contiene l’enunciazione degli altri personaggi, dei bambini, della governante dell’altra casa. Oltre al narratore della governess un altro narratore figura nel prologo: Douglas, che legge a un gruppo di amici il diario della giovane istitutrice, che dice essere più giovane di lui di 10 anni e di cui forse era innamorato. La narrazione di Douglas racchiude il diario dell’istitutrice (ovviamente in prima persona) che costituisce la narrazione centrale del libro.

Tuttavia la stratificazione dei narratori è ancora più complessa, perché tra James, il vero narratore, e Douglas, si infrappone un altro narratore, che rimane anonimo. In questo modo James intensifica il carattere complesso di questa narrazione. Il titolo richiama l’imagery del mondo gotico, il giro di vite. Rivela che la presenza di un bambino costituisce un turn of the screw, un accrescimento del dolore e della pena, e per essere coinvolti i due bambini il racconto subisce l’effetto di un doppio giro di vite, di un accrescimento di orrore.

A una prima interpretazione il titolo, come spiegato dallo stesso autore nel prologo, anzi nell’antefatto, sta a simboleggiare una situazione aggravante, il dramma che si aggiunge al dramma, la goccia che fa traboccare il vaso: all’inizio della storia, troviamo un gruppo di persone riunite attorno al fuoco intente (come accadde alla famosa compagnia di Byron, Polidori, Percy e Mary Shelley) a raccontarsi storie per passare il tempo, storie intense, storie terrificanti, storie spaventose, insomma storie di fantasmi, e uno dei presenti esordisce dicendo, cosa ci può essere di più orrifico di una storia di fantasmi in cui sia coinvolto un bambino? Semplice: una storia di fantasmi in cui appaiono non uno ma ben due bambini. In pratica un giro di vite.

Altra interpretazione dice che rimandi all’immagine di qualcosa che gira su se stessa per fissarsi, ad esempio, in un muro, può fare allusione ad un atteggiamento umano e psicologico, ad una volontà ostinata e chiusa che vuole fissarsi su qualcosa. O ancora, si pensa che l’espressione richiami l’inesorabilità, mascherata da gradualità, del soffocante crescere della pressione causato dall'avanzamento della narrazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

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