Gli yomihon più tardi e i quartieri di piacere
Tra i due filoni di yomihon, i più interessanti sono forse i più tardi perché si avvicinano all’idea di romanzo così come lo intendiamo noi. Infatti, in Giappone non esisteva ancora il romanzo, o meglio c’era qualcosa di assimilabile al romanzo ma non quello che noi chiamiamo “romanzo”. La letteratura europea arriverà in Giappone nel 1868 e, dall'epoca moderna in poi, il romanzo (l’ottocento è il secolo del romanzo europeo) avrà una grande influenza in Giappone.
Il genere Ninjou Bon
Un genere molto interessante è il Ninjou Bon (人情本 - ninjou: sentimento + bon: libro) poiché si configura per la prima volta come una letteratura per donne. Nella letteratura classica abbiamo parlato di 女手 (onnade), una letteratura indubbiamente “femminile” poiché scritta da donne, ma che tuttavia aveva spesso lo scopo politico di rappresentare una visione degli uomini di potere che le cronache storiche non potevano riportare, mettendone in evidenza gli aspetti più umani; in più questo elemento rende evidente che i nikki venissero letti anche da uomini. Quindi l’onnade era una letteratura femminile poiché scritta da donne, ma era letta anche da uomini. Con i ninjoobon abbiamo invece per la prima volta delle vere e proprie strategie editoriali, che utilizzano le donne come target ideale.
Le circostanze del tardo periodo Tokugawa erano piuttosto favorevoli: le donne avevano cominciato a lavorare (ovviamente non avevano accesso alle cariche importanti) e soprattutto erano alfabetizzate, grazie alla promozione Tokugawa di un’alfabetizzazione ad ampio raggio. Quindi le donne erano in grado di leggere e questo creava la domanda per un tipo di letteratura di intrattenimento che le attirasse. Cosa poteva attirare le donne in questo periodo storico specifico? Naturalmente le storie d’amore; questo perché all’epoca erano rari i matrimoni per amore, il sistema del matrimonio voleva che all’amore venissero anteposte altre priorità, come per esempio le esigenze familiari, e il matrimonio combinato era la norma, (e lo sarebbe stata fino a tempi molto recenti).
Il manuale fa riferimento ai “koikekkon” (恋結婚), matrimoni d’amore, e il fatto stesso che ne esista una definizione ci fa capire che non era la norma. Tuttavia non sarebbe giusto interpretare questo tipo di matrimonio come qualcosa di cinico o di cattivo; era piuttosto qualcosa che serviva a mantenere un certo tipo di ordine sociale all’interno delle comunità. Ovviamente, chi contraeva dei matrimoni che non erano d’amore, tendeva a vedere in modo romantico le storie d’amore di cui leggeva nella letteratura, in particolare era stra-gettonata la letteratura che raccontava storie d’amore difficile, così come accade anche adesso (un amore ostacolato è sempre più interessante di un amore che “fila liscio”), riuscendo a solleticare la fantasia di donne che spesso erano intrappolate in matrimoni di interesse e combinati. Quindi questo tipo di storie era sicuramente in grado di attirare un gran numero di lettrici e di rispondere a una domanda sempre maggiore.
Ihara Saikaku e i quartieri di piacere
Ihara Saikaku è autore di alcune opere che potrebbero essere considerate anticipatrici dei ninjoobon, poiché tutta una parte della sua produzione è dedicata a storie d’amore ambientate principalmente nei quartieri di piacere, in particolare quelli del Kansai poiché Saikaku è di Osaka. L’elemento dei quartieri di piacere è fondamentale perché le storie d’amore più ostacolate e per eccellenza sono quelle tra geisha e un suo cliente, soprattutto se questo non è il suo protettore; questo triangolo amoroso (geisha-cliente-protettore) diventerà un modello di narrazione che ritroveremo spessissimo nell’epoca Tokugawa.
Invece a Edo abbiamo lo sharebon, un altro tipo di narrativa che si concentra su questi quartieri di piacere; anche se non raccontavano esclusivamente le storie d’amore, essendo ambientate nei quartieri di piacere è ovvio che le relazioni amorose la facessero un po’ da padrone. Tra la fine del XVIII e inizio XIX secolo, il coinvolgimento dei samurai (che apprezzavano sempre più questi sharebon e addirittura ne scrivano alcuni di loro pugno) preoccupò molto le autorità che li misero al bando. Nello stesso periodo, anche i kibyoushi (黄表紙) furono colpiti dalla censura e dal bando, poiché esprimevano critiche nei confronti delle classi dominanti e sulla società contemporanea.
È importante notare che la censura non avveniva per motivi di pudore o perché queste opere raccontavano dei quartieri di piacere; i quartieri di piacere facevano parte della vita della città e non c’era nulla di peccaminoso, la visione cristiana non si era ancora diffusa in Giappone. Venivano messi al bando perché coinvolgevano la classe militare che si voleva rimanesse al di sopra di certe vicende e che soprattutto doveva rimanere stabile: i ninjoo, i sentimenti, potevano mettere in crisi il dovere, elemento fondamentale a mantenere in piedi lo stato. La censura è sempre dettata da motivazioni politiche, mai da motivazioni di ordine morale.
L'evoluzione dello sharebon
Questa messa a bando dello sharebon forma un “vuoto” ed è qui che si crea il ninjoobon, un po’ come se lo sharebon si trasformasse in ninjoubon, moderando i toni, mediando molto, e andando a rivolgersi a una platea sempre più femminile; questo non significa che gli uomini non li leggessero, ma si trattava comunque di testi che venivano scritti con l’idea che sarebbero stati letti da donne.
Tamenaga Shunsui
Quando parliamo di Ninjoubon, c’è un autore in particolare che bisogna ricordare: Tamenaga Shunsui (1709/1844), autore di ninjoubon per antonomasia e anche l’autore che ha cambiato molto il ninjoubon, avvicinandolo in modo decisivo a quello che sarebbe poi stato lo shoosetsu (小説), il romanzo, a partire dall’epoca Meiji. La sua opera più importante è Shushoku Umegoyomi (春色梅暦), che sarà poi una sorta di titolo ricorrente per varie opere successive. Umegoyomi significa (susina+calendario, per estensione i giorni), “i giorni spesi con l’amato o con l’amata”, perché il susino rimanda alla piacevole e spensierata compagnia della persona amata, mentre “Shushoku” significa primavera+colore, un chiaro rimando all’amore che in genere sboccia a primavera. È la prima di una serie di opere che l’autore scrive parlando di amore e di relazioni amorose.
I protagonisti sono una Geisha di nome Yonehachi e Tanjirou, un uomo povero della quale inizialmente Yonehachi non si rende conto di essere innamorata (ma il lettore lo capisce immediatamente); i due si amano ma non lo sanno, e Tanjirou a un certo punto scompare perché ha contratto dei debiti e tutta una serie di vicende abbastanza rocambolesche (gli uomini in queste storie tendono ad essere un po’ degli squattrinati, a non avere una posizione sociale, tendono ad essere quelli che una donna non sposerebbe mai, perché sarebbero un peso, ma che in una visione romantica funzionano molto bene, poiché uomini che antepongono la vita delle emozioni alla vita pratica). Sarà poi Yonehachi a correre in suo aiuto (anche questo tema della geisha, della donna, che corre in aiuto al suo uomo è un topos, che si ripeterà in questo tipo di narrativa), e alla fine riusciranno a riunirsi e a capire di amarsi.